Il dramma dei padri separati


Estratto dall’omonimo capitolo del libro “Presunto colpevole
” del criminologo Luca Steffenoni, ed. Chiarelettere.

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Meglio riferirsi a una categoria ben precisa e tragicamente delimitata, ovvero quella dei padri separati denunciati dall’ex moglie. Si tratta in questo caso di uomini la cui natura perversa e insospettabile emerge solo dopo che il giudice civile ha stabilito le condizioni della separazione, ritenute magari insoddisfacenti o inique dall’ex compagna. Sfogliando i petali del sistema antiabusi siamo giunti, dunque, al punto cruciale e alla più amara delle verità: la lotta alla pedofilia in Italia coincide con quella delle ex mogli contro gli ex mariti.

Mentre il vociare confuso del coro mediatico parla di lobby pedofile, di network del terrore, mostra telegeniche azioni contro oscuri compratori e produttori di materiale pedopornografico, la bandiera della difesa dei minori è portata fieramente dalle ex mogli. Il che fa sorgere parecchi dubbi sull’efficacia della battaglia.

Il dato che «Il Messaggero» del 25  luglio 2008 riporta dalla fonte di Telefono Azzurro è chiaro: in Italia l’86 per cento dei divorzi sfocia in denunce per un qualche delitto e tra questi il più drammatico è l’abuso sessuale. L’ambito dove scorre il sangue e nel quale il coacervo di odi, passioni, ricatti, litigi e volgarità di una storia d’amore finita si fa tragedia è, indubbiamente, quello che si rappresenta davanti ai giudici minorili e penali. Antiche passioni consacrate dal matrimonio si ribaltano nello spazio di ore in tempeste che travolgono figli e genitori: il mito greco di Medea scende tra gli umani per diventare cronaca quotidiana. Di fronte agli psicologi dei centri antiabuso, nelle Asl, negli uffici dei carabinieri e nelle aule dei tribunali va in onda La guerra dei Roses in versione casereccia. Con la complicità di uno Stato che il più delle volte si fa garante del sopruso e della cancellazione della logica.

Il conflitto che si pone in essere, grazie agli ingredienti formali della legge 66, ruota intorno a un concetto metafisica non più garantito da norme, codici e codicilli, nel quale si materializzano i fantasmi dell’interesse privato, della menzogna, delle psicosi e delle nevrosi. Se da un lato spesso si parla solo di denunce che non producono la condanna del padre, su di lui si abbatte uno tsumani dal quale non c’è speranza di salvarsi e nel quale, se anche un giudice intervenisse in soccorso della giustizia troverebbe solo macerie. La limitazione alla patria potestà, già incrinata dalla separazione, il semplice diritto di stare con il proprio figlio, di abbracciarlo, di volergli bene, di sorreggerlo nella sua crescita è, con il sistema attuale, irrimediabilmente devastato.

Ben prima che venga accertata la fondatezza della denuncia e che i famosi sintomi d’abuso possano prendere corpo in una diagnosi, scatta la misura di allontanamento dei figli, che il procuratore Forno indica come la procedura da seguire e incoraggiare: «Nei casi di separazione conflittuale fra coniugi può accadere che l’indagato dia battaglia, in sede di separazione, per l’affido del minore o quanto meno per la ripresa delle visite; tal genere di iniziative, oltre a costituire concreto rischio di reiterazione degli abusi, rappresenta un evidente tentativo di ridurre il minore al silenzio e quindi a compromettere in modo definitivo il faticoso processo di rivelazione».

Sempre più spesso si attiva anche il sequestro cautelativo dei beni dell’ex marito, che dunque si ritrova di colpo senza soldi, senza lavoro e senza poter vedere i suoi figli per i quali — stranamente e subdolamente, secondo Forno — dà battaglia.  I figli sono persi anche nel caso in cui il genitore denunciato venga completamente assolto. […]

Le testimonianze che provengono da questo girone infernale sono così numerose che risulta difficile darne conto e rimanere lucidi e distaccati nel riportarle. Ciò che colpisce è la forza reattiva di chi resta avviluppato in queste tragedie, la voglia di parlare, di gridare, di far conoscere la propria posizione, di essere finalmente ascoltato.

Chi scrive è stato sommerso di testimonianze, dettate dalla voglia di esserci e di raccontare la propria esperienza. Quella che fino a poco tempo fa era un’accusa da occultare con vergogna è diventata in poco tempo materia da nascondere solo per chi fa parte del sistema repressivo e ne trae vantaggi. La disponibilità delle vittime a fornire documenti, ad aprire l’archivio delle proprie emozioni, a mettere nero su bianco le prove della violazione sistematica dei propri diritti è tale che è stato necessario arginare il flusso dei racconti.

Un esercito di avvocati, medici, bancari, fotografi, insegnanti, commercialisti e, ironia della sorte, psichiatri e psicologi, uniti dal marchio, un tempo infamante, della denuncia di una ex moglie inferocita, dalla perdita degli affetti più cari, dalla rovina economica e lavorativa, e dall’impossibilità di far prevalere la logica e la verità. Che siano stati condannati o assolti, che abbiano lottato o si siano rassegnati, portano tutti impresso nella carne il sigillo del dolore e dell’ingiustizia, come racconta un padre alle prese con le assurdità del meccanismo giudiziario. […]

Quali sono i motivi di queste denunce? Quelli veri, non quelli che appaiono nelle carte dei giudici. Denaro? Vendette? Psicosi? O veramente i padri sono tutti mostri e le donne si accorgono di questa triste realtà solo dopo la separazione? Curioso è che in questi processi il livello sociale dei protagonisti sia molto più alto che nei casi di abuso commessi da estranei al gruppo familiare. Qualche cosa di molto profondo è avvenuto tra l’emanazione della legge e i giorni nostri.

Chi scrive si occupò nel 1993 di una ricerca sulla recidiva dei padri incestuosi. Si trattava di studiare una quarantina di casi di condannati che rappresentavano un campione casuale. Il profilo che emérgeva da tale inchiesta era quello di un soggetto appartenente a una sottocultura sociale, con un titolo di studio che raramente superava la terza elemen- tare, situazioni di povertà materiale e culturale, disoccupazione, promiscuità familiare e quasi sempre gravi stati di alcolismo. Nessuno dei soggetti si proclamava innocente, e alcuni addirittura rivendicavano, con una sorta di orgoglio machista, la prerogativa del padre padrone.

Ora lo scenario si è ribaltato: questa tipologia di soggetti è miracolosamente scomparsa. Tra i denunciati si fa fatica a trovare persone non laureate che non siano di reddito medio e alto: uomini con alto profilo culturale, vita sociale intensa e apparentemente sana, che si proclamano assolutamente estranei ai fatti e cercano in tutti i modi di dimostrarlo. Questo dato potrebbe far pensare che la denuncia sia stata ispirata da motivazioni economiche. […]

Affido condiviso

L’aumento esponenziale delle denunce non riguarda solo l’ambito psico-assistenziale, ma sempre più spesso quello civilistico, tanto che l’assunto «se non mi dà gli alimenti lo denuncio per abusi» è diventata la barzelletta più diffusa tra i divorzisti […]

Un forte impulso alle denunce viene, suo malgrado, dalla legge 54 dell’8 febbraio 2006, che ha modificato l’art. 155 del codice civile, introducendo il cosiddetto «affido condi- viso». Si tratta di un’importantissima modifica del codice civile con la quale si afferma, tra l’altro, il principio della parità dei genitori nei diritti e nei doveri derivanti dal loro ruolo. Inutile rimarcare la valenza e la portata innovatrice della norma, né ripercorrerne il travagliato iter. Con l’attribuzione di un salomonico 50 per cento si sarebbe dovuto mettere fine alle drammatiche dispute economiche e temporali sulla cura dei figli, conseguenti alla dissoluzione del vincolo matrimoniale o della coppia di genitori naturali. […]

È ovvio che, tra tutte le circostanze che possono bloccare la condivisione dell’affidamento, la più efficace è senza dubbio il sospetto di un disagio riconducibile, secondo i periti del tribunale dei minori, a un abuso di natura sessuale. Alla madre, dunque, torna repentinamente il 100 per cento di quella potestà che il giudice aveva limitato, nonché la completa gestione dell’assegno di mantenimento che il padre dovrà sommare alle spese sostenute per pagare gli avvocati e i periti necessari alla propria difesa. Trattandosi di legittimi sospetti, non sarà ovviamente necessaria alcuna prova, ma solo la denuncia — al centro d’ascolto più vicino, o direttamente al giudice — di uno di quei sintomi che, purtroppo, coincidono anche con quelli normalmente manifestati da un bambino in presenza di genitori che si tirano, metaforicamente e non, i piatti.

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3 risposte a Il dramma dei padri separati

  1. massimo scrive:

    ….Quando la lotta si fà dura,impari,priva di soluzioni eque,non rimane che PREVENIRE,PREVENIRE,PREVENIRE….evitare di intraprendere un viaggio già difficile con una donna supetutelata dalle leggi…

  2. sabrina scrive:

    Un padre separato che è stato licenziato non può più vedere i suoi figli, perchè il ricatto più bello del mondo è: non mi dai i soldi del mantenimento, non ti faccio vedere i bambini! E questo è solo l’ultimo dei ricatti e dei soprusi perpetrati da una madre

  3. luana Calabrese scrive:

    Il dramma di un padre separato accusato e condannato per pedofilia verso i figli in “LA CONFESSIONE di R.G. , Maripa edizioni Padova. Un libro autobiografico, scritto in forma anonima perché l’autore è ancora in carcere. Respinge l’accusa infamante: “confessa” e si colpevolizza per il fallimento del proprio matrimonio e per non essere riuscito a mantenere l’amore dei figli, vere vittime di questa tristissima vicenda.

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