Nella casa dei padri perduti


Ricordati l’undicesimo comandamento» mi dice all’improvviso Antonio. Dei quattro milioni di padri separati, in Italia, almeno ottocentomila, secondo le stime della Caritas, si sono ridotti in povertà dopo aver lasciato il tetto coniugale. Fra alimenti, mutuo, spese legali, uomini con un lavoro più che decoroso si sono trasformati d’improvviso in “nuovi poveri”. Da qualche anno, un po’ in tutta Italia, sono nate strutture di accoglienza simili a questa dove ora mi trovo. Sono al convento dei Padri Oblati di Rho, alle porte di Milano. Un’ala dell’edificio storico è stata messa a disposizione dall’ordine religioso per un progetto della Provincia: dare un alloggio provvisorio, non più di dodici mesi, a quindici padri separati. Un anno, il tempo di stabilizzare la propria posizione, di trovare il modo di tirare il fiato. E io qui, da ore, parlo con alcuni di questi uomini dall’aria sconfitta.

IL METALMECCANICO – C’è Piero, metalmeccanico di cinquant’anni, ha quattro figli, dai 19 ai 12 anni. E dieci lunghi anni di separazione che lo hanno sfinito. La sua vita s’è fermata a quella notte che ha fatto le valigie e se ne è andato di casa come un ladro, senza dire addio ai suoi ragazzi. «Avevo pensato al suicidio» mi confessa. Sua moglie usciva di sera, andava a ballare, lasciandolo a curare i bambini. Voleva la sua libertà, l’ha pretesa e ottenuta. Ora vive con un altro uomo, ha avuto un altro figlio. «Io ho chiuso con le donne, basta». Parla piano, sussurra, timido. «Ho problemi con i denti, ma non ho i soldi per curarmi». Quello dei soldi è un tema che ricorre, qui. Anche Giovanni, cinquantatré anni, imbianchino, me lo dice. «D’inverno fa freddo e mio figlio abita lontano da qui. I pomeriggi che posso vederlo lo porto a mangiare una pizza, poi al cinema. Solo per stargli accanto, a fine mese, spendo più di quanto possa permettermi». Alla crisi personale si aggiunge quella economica. Sconfitta su sconfitta. Giovanni ha una sensibilità mistica. Sembra impossibile possa aver mai litigato con alcuno. «Non facevo altro con mia moglie. Colpa di sua madre, si intrometteva di continuo». Parla. Parlano tutti, senza vergognarsi, hanno bisogno di togliersi un peso dallo stomaco.

L’IMMIGRATO – Anche Said parla. Ha una eleganza innata, è il ritratto della dignità. Marocchino col passaporto italiano – «altrimenti qui non mi avrebbero ospitato» – Said è laureato, ma in Italia faceva l’elettricista (ora è magazziniere). «Lavoravo molto. Poi il mio commercialista ha fatto degli strani traffici con i miei soldi. L’ho denunciato». Da lì l’inizio della fine. Una eredità familiare ha scatenato la sua ex moglie. Voleva tutti i soldi, senza condividerli con i cognati. Niente corna, niente amore che finisce. Soldi, più grevemente. Non posso sapere quanto queste storie siano vere o quanto colme di risentimento. Eppure il loro sguardo è sincero.

GLI ALTRI – Paolo, per dire, bancario di quarantacinque anni, parla senza astio. Mi racconta di una casa nuova, di un mutuo ventennale, di una donna che un giorno gli dice: «Ti vedo solo come un amico». Nessuna passione, nessuna attrazione. Il mondo che ti crolla addosso. È fuori di casa da pochi mesi. «Sono ancora molto preso da lei» mi dice. La ama ancora. Lo stesso sentimento di Giovanni, dopo ormai quattro anni di separazione. «Gli psicologi mi dicono che devo togliermela dalla testa, che è finita. Ma io non riesco a togliermela dal cuore». Questi discorsi non piacciono ad Antonio, quarantotto anni, impiegato in una multinazionale. «A che serve raccontare le nostre miserie? Il problema è la legge sul divorzio che ha prodotto una società più disperata». Per lui tutti i mali vengono da lì. Insiste: è stata l’emancipazione femminile, le donne che sono uscite di casa, che hanno voluto lavorare.

RAGIONI DIVERSE – Ma gli altri non ci stanno. «Ognuno di noi si è separato per ragioni diverse» dice Giovanni. Qual è la tua, chiedo ad Antonio. Lui non me lo dice. Ha una loquela sciolta, ma vuole discutere solo di massimi sistemi; la sua vita, la sua sconfitta se la tiene per sé. Paolo non ha tempo per noi, ci lascia quasi subito, vuole tornare nella sua stanza, dove la figlia di cinque anni lo sta aspettando. Questo fine settimana la bambina resta con lui, non vuole di certo sprecarlo ascoltando le lagne dei suoi colleghi di sventura. «Io e mia moglie non ci stiamo facendo la guerra. Per il bene della bambina». Paolo è appena arrivato, ha un anno davanti a sé per trovare una casa. Qui paga, per una camera con bagno e fornello a microonde, duecento euro. Un prezzo calmierato dal contributo della Provincia. Ma altri, come Said, hanno ormai concluso la permanenza. «Non so dove andrò» mi dice.

UN DIVORZIO NON FINISCE MAI – Prima di arrivare qui» ricorda Giovanni «condividevo un appartamento con altre due persone» come uno studente universitario, senza però lo stesso entusiasmo. «Ho anche dormito nel furgoncino dove tengo i materiali del lavoro». Antonio se ne frega. Una soluzione la si trova, ci sono sempre i dormitori pubblici. Il problema è un altro, insiste. «È il sacramento del matrimonio! Nessuno crede più a queste cose. Le donne vanno a lavorare e poi tradiscono i mariti!». È ossessionato da questa cosa, incattivito, alza la voce quando parla, svia le domande sulla sua vita. Ma alla fine cede. «Perché vi siete lasciati? » gli chiede Giovanni. «Perché ho fatto una cazzata» dice, disarmato. Ha tradito sua moglie con una collega. È dieci anni che quest’uomo rimugina, ossessivo, alla ricerca di una giustificazione, pronto a dare la colpa a tutto e tutti pur di non accettare la propria fragilità. «Non mi meritavo l’amore di mia moglie». È passato tanto tempo, gli dico, dovresti mettertelo alle spalle. Gli altri, per la prima volta, sono tutti solidali, all’unisono: «un divorzio non finisce mai» mi dicono.

I FIGLI SONO FIGLI- È una ferita, una lacerazione che non può essere rimarginata. «Ma ricordati l’undicesimo comandamento» enuncia all’improvviso Antonio. L’undicesimo? «Quello che non è scritto sulle tavole di Mosè, Il più importante, più ancora di non rubare, o non uccidere…». Lo guardo, è serissimo. «Non abbandonare i figli».Gli altri annuiscono. «La prima volta che sono andato da mio figlio alla scuola matern« mi dice Said «mi ha preso per il polso e mi ha portato in classe. “Vedete” diceva agli amichetti, “questo è mio padre”». Esiste, ce l’ho davvero un papà, come tutti voi. Antonio ci lascia, è il momento di andare a prendere suo figlio. Alla spicciolata vanno via tutti. Resto con Piero, mi porta a vedere il suo monolocale e mi parla della figlia che ora fa la parrucchiera. Tutti i giorni la va a prendere in negozio e la riaccompagna a casa. «Mia moglie mi tradiva » mi confessa all’improvviso. «Me lo ha detto lei, ancora sposati. Gli ultimi due figli non sono miei. Ma io li ho cresciuti, portati a scuola, ho cambiato i pannolini, li ho fatti addormentare ». Non so cosa dire, sono più imbarazzato di lui. Li vedi?, provo a chiedergli. «Certo che li vedo!» replica, indignato. «Per me anche quelli sono figli miei». Perché i figli sono figli. L’undicesimo comandamento.

Fonte http://www.corriere.it/cronache/11_novembre_24/padri-separati-io-donna-biondillo_9e6acb4c-16b8-11e1-a1c0-69f6106d85c1.shtml

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