La calunnia feminazi della violenza maschile prima causa di morte per le donne


Dal sito del senato estraiamo questo interessante documento:

La campagna di disinformazione finalizzata alla demonizzazione della figura maschile, in atto ininterrottamente da 40 anni, utilizza diversi filoni.

Uno dei più inflazionati è il postulato della violenza maschile come “prima causa” della morte delle donne.

Con ogni mezzo ci si affanna a propagandare la mistificazione, col risultato che radio, tv e carta stampata grondano il medesimo messaggio artefatto e privo di ogni fondamento: in Italia la violenza maschile è la prima causa di morte per le donne.

Senza nulla togliere al dolore che i familiari provano per ogni vittima di morte violenta, a prescindere dal genere, proviamo ad analizzare su quali fondamenta scientifiche poggia la propaganda vittimistica unidirezionale.

E’ curioso notare come la prima causa di decesso in Italia vari a seconda di ciò che si vuole, al momento, mettere sotto i riflettori: nei servizi giornalistici degli ultimi anni la prima causa di decesso è stata il cancro, oppure l’infarto, gli incidenti stradali, il diabete, le malattie infettive, il fumo attivo e passivo, l’alcool …

Quando parla l’oncologo il cancro è il principale fattore di rischio, quando parla il cardiologo il principale fattore di rischio diventano le malattie cardiocircolatorie, quando invece parlano soggetti indottrinati alla logica persecutoria antimaschile, ecco pronta la mistificazione preconfezionata della violenza di lui che uccide lei.

Propaganda, non informazione

Paul Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda nonché esperto di comunicazione del III Reich, ha reso celebre la teoria: “prendete una bugia e ripetetela mille volte: diventa una verità”.
E’ esattamente ciò che viene messo in atto dalla campagna di criminalizzazione antimaschile.

Ne risulta, infatti, che la violenza maschile come prima causa di morte delle donne viene arrogantemente divulgata (e passivamente accettata) senza il minimo riscontro nei dati ufficiali disponibili e – curiosamente – senza alcun accenno di verifica da parte degli infervorati divulgatori.

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Indagine Multiscopo ISTAT sulle cause di morte (2002) In Italia un totale di 560.390 decessi, di cui:

  • Maschi: 279.296
  • Femmine: 281.094

Non si tratta di dati reperiti clandestinamente a costo di faticose ricerche, sono griglie consultabili da chiunque, gratuitamente, presso il sito www.istat.it.

Per omicidio e lesioni provocate intenzionalmente da altri (codice descrittivo dell’Indagine: BE77) sono morte in Italia, nel 2002, 560 persone, di cui

  • Maschi: 401
  • Femmine: 159

159 decessi su un totale annuo di 281.094 (0,06%). 

Non c’è l’intenzione di sottovalutare l’importanza dei 159 decessi, è necessario provare grande partecipazione per il dolore di quelle 159 famiglie ed esprimere ferma condanna nei confronti di autori/autrici dei gesti criminali.

Ma il focus è un altro, da individuare nelle rilevazioni statistiche: lo 0.06% sarebbe ciò che la narrazione dominante tenta di imporre come prima causa di morte delle donne.

Il 28 giugno 2008 l’ISTAT ha inoltre pubblicato le stime preliminari di mortalità per cause, comparando i dati 2003 (definitivi) ai dati 2006 (stime).

Per questa proiezione l’ISTAT ha usato un metodo diverso, accorpando sotto la voce “cause accidentali e violente” eventi di varia natura. La voce quindi comprende non solo donne vittime di omicidio, ma anche di suicidio, catastrofi naturali, incidenti stradali, incidenti domestici, rapine, etc.

Anche il sottogruppo violenza in famiglia è compreso nella voce “cause accidentali e violente”

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Dallo schema emerge una flessione, seppur minima, delle proiezioni 2006 rispetto ai dati 2003.
Inoltre il dato complessivo (non il solo omicidio ad opera del partner) è in ogni caso ben lontano da costituire il primo fattore di rischio per i soggetti di genere femminile, rappresentando circa il 2,5% del totale.

Se L’ISTAT scorporasse la sola voce omicidio ad opera del partner, o ex partner, si avrebbero valori percentuali ancora minori, verosimilmente inferiori all’ 1% a conferma dei dati relativi al 2002.

Va infatti ricordato che nella percentuale del 2,49% sono comprese anche donne uccise “per cause accidentali e violente” nel corso di rapine, tentativi di sequestro, regolamenti di conti fra malavitosi, incidenti stradali – quindi non dal partner – oltre a donne uccise da altre donne, siano esse madri, sorelle, figlie o nipoti, come anche colleghe, rivali in amore, compagne di università, partners lesbo, vicine di casa ed altro ancora.

Tra i casi più noti i delitti di Perugia, Erba, Novi Ligure, Avetrana.
Ci auguriamo che tale suddivisione venga analizzata e pubblicata quanto prima, per avere una documentazione ancora più dettagliata.

In conclusione: che la violenza maschile costituisca la prima causa di morte delle donne non è mai emerso da alcuna indagine dei maggiori istituti di ricerca pubblici o privati.

Non lo ha mai sostenuto l’ISTAT, l’Eurispes, il CENSIS, l’Eures; non è mai risultato da alcuna ricerca universitaria….

Lo sostiene solo la propaganda antimaschile.

Però lo dice sempre, lo dice ovunque …. e fa proseliti, che si accodano bovinamente al coro senza mai preoccuparsi di verificare l’attendibilità di quanto affermato.

Un inganno colossale o – per chi preferisce – propaganda, mistificazione, terrorismo psicologico ….. certamente non può in alcun modo essere definita “informazione”
Una informazione serena, obiettiva ed imparziale risponde a criteri decisamente diversi.

Nel 2004 arriva la clamorosa ammissione di una ONG prestigiosa come Amnesty International

“La campagna globale di Amnesty International contro la violenza sulle donne ha fatto uso dell’affermazione, attribuita al Consiglio Europeo, secondo cui la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne, genera più decessi del cancro e degli incidenti stradali. Questa affermazione non corrisponde ai dati cui si riferisce, viene quindi cancellata dal materiale di Amnesty International”.

http://asiapacific.amnesty.org/library/index/engACT770012004

Il dato mistificatorio è stato rimosso dalla brochure di Amnesty International, non certo dalle coscienze che la disinformazione ha condizionato

Nonostante la retromarcia ufficiale, gli effetti della lunga ed insistente propaganda che si è rivelata essere una falsità rimangono ben ancorati nell’immaginario collettivo e continuano ad orientare i convegni, i media, la normativa, le misure di sostegno, gli stanziamenti di fondi, l’agenda della politica.

Fabio Nestola


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