Gridano alla clonazione per stuprare l’informazione

Quanti gruppi ci sono, su Facebook, che si occupano di NO AL NUCLEARE?

Più di dieci: aggiungendo quelli con modeste variazioni, si arriva ad un centinaio: provare -anzi: cercare- per credere.

Quanti gruppi ci sono, su Facebook, che si occupano di “Energie Alternative”? Stesse cifre, stesso discorso: decine di gruppi e pagine diverse sempre con gli stessi nomi.

Stesso discorso per gli “OGM”, così come per temi come il “Calcio”, “Poesia”, e molti altri ancora. Non c’è che da controllare, insomma, per rendersi conto che Facebook pullula di pagine e profili dai nomi identici. E, sempre controllando, ci si rende conto che nessuno -sottolineiamo: nessuno- si scandalizza per questo. Né tantomeno grida al reato, o si produce in sproloqui diffamatorio-intimidatori.

Si può quindi tranquillamente (tranquillamente? Già sentiamo gli insulti e le accuse) si può dunque dimostrare, diciamo, che più un tema è popolare più si ritrova dedicate, su Facebook, pagine e pagine, e profili, tutti con lo stesso identico titolo, e tutte nel comune accordo.

C’è un solo argomento, però, che, se affrontato su più pagine e/o da piùgruppi, suscita in alcune (poche, a quel che ci risulta: non più di quattro o cinque), suscita, dicevamo, in poche persone, sdegno, esecrazione, ripudio, e atteggiamenti che di fatto sono la versione occidentale -postmodernista, si potrebbe dire, con efficacia storico-epistemologica- sono la versione occidentale e postmodernista delle “fatwa” islamiche.

Questo argomento è il rifiuto della violenza alle donne.

Ci sono tre o quattro persone che non sopportano assolutamente che altri si occupino, con prospettive e interpretazioni in parte differenti, di dire “No alla violenza sulle donne” e -con accuse, insulti, frasari violenti e minacciosi che più volte hanno oltrepassato il Codice Penale e altrettante volte il non meno fondamentale codice del ridicolo- hanno tentato e tentano di screditare, minacciare, diffamare chi gestisce queste pagine, per arrivare a far chiudere i loro punti di informazione e formazione.

Punti che, a quanto ci risulta, hanno oltre duecentomila persone interessate ai loro contenuti.

“Clonazione” ed è da questo magico concetto che sgorga l’effluvio miasmatico che porta poi con sé, con logiche che per chi lo usa appaiono consequenziali e coerenti, perché legate da un nesso non logico ma “ideo”-logico, che porta con sé, dicevamo, insulti, accuse, reati inventati (l’” ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI STAMPO IDEOLOGICO”, tanto grottesco quanto geniale), racconti travisati con perfetto stile diffamatorio.

L’accusa è, appunto, di aver “clonato” una pagina: per questo motivo, tutto quello che si dice in quella pagina è falso.

Prendete ora la parola “tango”, guardate quante pagine ci sono sull’argomento, e pensate che -secondo la logica di certa gente- solo il primo che ha usato tale parola ha diritto ad amministrare un gruppo con quel nome su Facebook!

Perché se gli altri che sono venuti dopo, e hanno “clonato” la pagina in questione, non dicono esattamente quel che dice il primo ad averla utilizzata, sono dei criminali.

Ed è appunto da qui che si comprende che è nel termine “pagina clonata” che si cela il “kernel” di questo software ideologico che gira e rigira, -sempre con le stesse frasi, gli stessi troll, gli stessi fake- su Facebook, col fine esplicito di demonizzare le pagine “clonate”, cioè quelle che hanno opinioni differenti ma nemmeno oppostee, per diffamarne i relativi amministratori. Amministratori sempre e puntualmente (quanto ridicolmente) accusati di reati immaginari e improponibili, frutto di grotteschi accostamenti e di assonanze ideologico-linguistiche degne di architetti della parola, della parola manipolata e manipolante, ovvio, e la cui fantasiosità (e improponibilità) avrebbe fatto morir dal ridere -un ridere allucinato e allucinatorio- anche Alice nel Paese delle Meraviglie (che qui possiamo tranquillamente ribattezzare “Alice nel Paese dei cantatori” o, anche, “Alice nel Paese delle Masanielle”).

In alcuni casi , possiamo pure capire cosa muove questi lapidatori da fatwa nostrana: attraverso la battaglia contro la violenza alle donne sperano (ma non ci riferiamo affatto ad alcuno in particolare!) di raccattare qualche spicciolo di sovvenzione pubblica, o poche elemosina da qualche passante, o da qualche partecipante a iniziative create ad hoc: velleità mischiate a voluttà di “revanche” personali per affermazioni negate in altri campi, ovvio, ma tanto basta a scatenare le arditezze e gli ardori ideo-linguistici facebookiani di simil personaggi.

In altri campi l’eloquio discontrollato, ripetitivo, quasi cantilenante -a volte sembra di legger haiku malsani e miasmatici, sbocciati da notti imbevute di pasticche e acidi ammuffiti, e fondati sempre sullo stesso sillabio (o balbettio?)- in altri campi, dicevamo, questo eloquio discontrollato, ripetitivo, cantilenante gli stessi fonemi autosignificati, sembra più il frutto di problemi irrisolti di personalità problematiche, cui la natura, la vita, e forse una famiglia contraddittoria e destabilizzante, hanno negato conferme e certezze: sia chiaro, non parliamo affatto di un qualcuno in particolare. Semplicemente, stiamo gettando a caso pennellate di parole per descrivere spazi culturali (sempre culturali ma anche colti? Qui dubitiamo…) e di interazione sociale, ideologica (quanto spesso ideologizzata) e non personale.

Anche perché vogliamo porre l’accento non certo sulle persone, che meritano sempre rispetto, considerazione, e -quando necessario- pietas (latina), quanto compassione buddhista, e pietà (cristiana, ma anche laica e medica): a noi interessa discutere i contenuti, che in una democrazia veramente tale (e soprattutto in una democrazia 2.0, per così dire, cioè informata dai criteri internettiani e facebookiani), sono contenuti che devono esser considerati “discutibili” di default (e non in default di tolleranza).

E questa nostra discussione verte proprio sul concetto base di “clonazione”, proprio perché capace – grazie all’uso che se ne fa in queste discussioni – di poter propalare virus di credibilità (di credibilità malata, ovviamente) sulla base dei contenuti espressi dalle singole pagine, e questo per imporre un unico e solo punto di vista.

Tanto è vero che su tre o quattro pagine che hanno lo stesso nome, vengono esecrate, infangate, sputazzate in tutti i modi perché “clonate” da un’altra, solo quelle gestite da un certo tizio: mentre un’altra ancora, che ha esattamente lo stesso nome delle altre, si autodefinisce “di supporto” ad una e -lungi dal ritenersi “clone” anch’essa, come logica vorrebbe, accusa l’altra omonima di esser frutto di orrida clonazione.

Se la logica è logica, insomma (e infatti), o sono tutti cloni perché hanno tutti lo stesso nome, o c’è qualcosa di malato nel ragionamento di chi assegna l’etichetta di clone ad una pagina e di “supporto” all’altra.

Meglio però, a questo punto, fare un esempio: giusto per chiarire meglio la cosa.

Allora: un tale, Mister Al Zinnah Taleh Banno (nome di assoluta fantasia: ogni riferimento a persone o fatti realmente esistenti o accaduti è assolutamente casuale) crea la pagina “No alla Violenza sulla vergine Camilla”, una pagina che dichiara di lottare affinché alla vergine Camilla, continuamente oggetto di stalking, cyberbullismo, tentativi di violenza, non sia più torto né un capello né un pelo.

Dopo un po’, una tale, Mister Kimbarazzo Moh Tammah ‘zzo (altro nome di assoluta fantasia: ogni riferimento a persone o fatti realmente esistenti o accaduti è assolutamente casuale) crea una pagina dallo stesso titolo, cioè “No alla Violenza sulla vergine Camilla”. I seguaci di Al Zinnah cominciano ad accusare Kimbarazzo di aver “clonato” la “loro” pagina, anche se nella pagina di Kimbarazzo Moh Tammah ‘zzo non c’è copiato in minima parte alcun contenuto della pagina di Al Zinnah, e anzi sulla pagina di Kimbarazzo si sostiene qualcosa di molto differente da quello che si sostiene sulla pagina di Mister Al Zinnah: nello specifico, cioè, si sostiene che la Violenza sulla vergine Camilla è evenienza detestabile e criminale ma di difficile realizzazione, perché, da statistiche più o meno credibili propalate da Mister Kimbarazzo Moh Tammah ‘zzo , risulterebbe che alla Vergine Camilla tutti la vogliono ma nessun se la piglia.

A questo punto su Facebook spunta un terzo gruppo, creato dal transessuale Vivia Onao Maravillhao do Carpentao (altro nome di assoluta fantasia: ogni riferimento a persone o fatti realmente esistenti o accaduti è assolutamente casuale) e questo gruppo (del suo creatore/rice si mormora che sia stato/a l’amante di un noto uomo politico incontrato alle elementari), sempre intitolato “No alla Violenza sulla vergine Camilla”: la pagina si autoproclama di supporto alla pagina di Al Zinnah Taleh Banno, ne ricalca i contenuti ad ogni pie’ sospinto sì da esserne di fatto la copia, ma invece di definir sé stessa copie e clone, accusa Kimbarazzo Moh Tammah ‘zzo di aver un clonato lui la pagina di Al Zinnah. E questo anche se sulla pagina di Kimbarazzo si dicono, appunto, cose del tutto diverse da quelle che si dicono nella pagina di Al Zinnah e di Vivia Onao.

Insomma: Vivia Onao Maravillhao do Carpentao copia il nome e ripete gli stessi contenuti della pagina di Al Zinnah, ma accusa Kimbarazzo Moh Tammah ‘zzo di esser lui il clonatore, lui che dice cose del tutto diverse, a clonare la pagina di Al Zinnah. Il quale Al Zinnah non fa una piega (semmai, dicono i maligni, è una piaga), e conferma che anche per lui chi clona tutto è Kimbarazzo.

Qual è il succo di tutto questo, allora?

E’ nell’uso mistificante del concetto di clonazione.

Un uso che vuol capovolgere completamente le regole del diritto all’informazione per impedire a chi la pensa in modo diverso di dire come la pensa su un certo argomento

Tanto è vero che, secondo questi faceti utilizzatori del termine, il clonatore non è chi copia o chi dice le stesse cose di un altro (come fa nel nostro esempio Vivia Onao). Il clonatore, al contrario, secondo questi è proprio chi dice cose diverse (e nemmeno opposte né, tantomeno, discordanti dal proprio titolo).

A questo punto è evidente che il vero valore in gioco è il negare la possibilità di occuparsi di un problema, a chi non esprime le stesse opinioni di chi si è autoeletto portatore e portatrice di verità indiscutibili.

Il concetto e il termine di “clonazione” occultano dunque la volontà di stuprare la libertà di informazione ed espressione, partendo da un uso paradossale del termine “clonare”.

Uso che conferma tutta una serie di pericolosissimi assunti:

1) se ti vuoi occupare della violenza alla vergine Camilla devi pensarla come il primo che ha inventato la pagina relativa

2) i pareri diversi vanno banditi e chi li propone va criminalizzato

3) “clonare” significa dire cose diverse e non identiche: per converso, se ne deduce che chi non “clona” è colui che la pensa in modo assolutamente identico alle persone alle cui opinioni si accoda e omologa senza esitazione

Uno stupro al diritto di informare, dunque. E al diritto di esser differenti.

E non dei cloni di Al Zinnah o Vivia Onao Maravillhao do Carpentao

GG

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