Femminista condannata per genocidio

Un tribunale internazionale ha condannato all’ergastolo Pauline Nyiramasuhuko per crimini contro l’umanità, crimini di guerra, genocidio, stupro di massa.

La donna era laureata in legge e ministra per “women advancement” (quello che da noi è Orwelianamente chiamato Pari Opportunità), teneva conferenze sul “female empowerment” (tipica espressione femminista che significa “impadronimento del potere da parte delle donne”), partecipava a programmi per aiutare “donne e bambine”.

Quindi un profilo chiaramente femminista.

Poi il massacro dei Tutsi: un milione di persone uccise in pochi mesi.

Una delle ragioni che possono aver scatenato tale follia erano i pregiudizi che dipingevano i Tutsi come più ricchi, belli ed arroganti: “La propaganda dipingeva le donne Tutsi come desiderabili — e quindi come qualcosa da distruggere” riferisce Rhonda Copelon.   L’idea collettiva che le donne Tutsi cercavano senza vergogna di rubare i mariti alle donne Hutu ha portato all’idea che le prime andavano stuprate.

Scrive il New York Times:

Le donne Tutsi venivano scelte dalla folla e portate nella foresta per venire stuprate e poi riportate allo stadio, dove Pauline osservava in silenzio mentre venivano lanciate granate sui rifugiati.  I sopravvissuti venivano finiti col machete.  Pauline rimaneva fino a quando un bulldozer rimuoveva i corpi per bruciarli.

Un giovane di nome Emmanuel Nsabimana mi racconta che Pauline gli ordinò di bruciare le donne.   Un soldato le disse che non c’era abbastanza benzina.  Pauline disse “non preoccuparti ne ho in abbondanza nella mia macchina.  Vai, prendi la benzina ed uccidile”.  “Andai.  Al ritorno ci chiese: perché non le stuprate prima di ucciderle?.  Ma avevamo ucciso per tutto il giorno ed eravamo stanchi.  Ci limitammo a spargere la benzina sulle donne, che iniziarono a bruciare”.

La femminista è accusata di aver liberato prigionieri malati di AIDS con l’incarico di stuprare le donne Tutsi per infettarle.

Addirittura ha trasformato il proprio figlio di poco maggiorenne in un assassino e stupratore.  Anche lui è stato condannato per genocidio.

Pauline tenta di difendersi in maniera femminista: “Se c’è una persona che dice che una donna, una madre, può avere ucciso, venga da me a dirmelo in faccia”.

È stata condannata all’ergastolo.

Scrive The SparHead:

La depravazione di Pauline è estrema anche per una femminista, ma non deve soprenderci che la prima donna a venire condannata per genocidio indulgesse nel “female empowerment” prima di darsi al genocidio degli innocenti.

Nel mondo femminista c’è una ideologia in bianco e nero del potere e della vittima: secondo loro gli uomini hanno il potere, le donne sono vittime, e vogliono ribaltare la situazione.  Le femministe sono così abituate a vedere il mondo sotto questa ideologia da esigere compensazioni per questi supposti torti.   La violazione dei diritti umani di uomini innocenti nei paesi occidentali è vista come risarcimento collettivo dalle nostre femministe.

Una persona che crede nell’ideologia femminista deve solo rimpiazzare una classe di vittima/perpetratore con un’altra, in questo caso in Hutu/Tutsi.

I Tutsi hanno ricevuto giustizia con la condanna di Pauline.  Aspettiamo con fiducia che arrivi il giorno della giustizia anche per gli uomini ed i bambini vittime del femminismo occidentale.

Fonti:

  • http://www.the-spearhead.com/2011/06/28/feminist-sentenced-to-life-for-genocide-crimes-against-humanity
  • http://wikileaksnews.net/who-is-female-rwandan-killer-pauline-nyiramasuhuko.html
  • http://www.racematters.org/nyiramasuhuko.htm
  • http://www.nytimes.com/2011/06/25/world/africa/25rwanda.html
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