Madre telefona per sbaglio ad un centro anti-violenza e si trova coinvolta in una calunnia femminista

Una madre ha denunciato alla Fondazione Equal Justice la sua storia, a lieto fine, in cui l’amore vince sul femminismo, ed un bambino può crescere con mamma e papà nella sua famiglia.

La mia prima esperienza con i centri che dicono di proteggere le donne vittime di violenza fu quando avevo cacciato di casa mio marito. Non era mai stato violento, ma aveva atteggiamenti che mi preoccupavano per la mancanza di auto-controllo, e gli chiesi di lasciarmi sola per un poco. Accettò.

All’epoca non avevo un reddito ed un bambino appena nato: chiamai varie agenzie locali cercando assistenza per pagare le bollette in attesa di trovare un lavoro. Uno dei posti che chiamai era un “centro anti-violenza”, ma allora non lo sapevo. Spiegai loro cosa cercavo. L’operatrice mi pressò chiedendomi il motivo, e quindi le dissi che avevo cacciato mio marito perché era arrabbiato, ma non violento. E volevo che prendesse tempo per ripensare alle sue priorità nella vita prima di tornare con me e con il nostro bambino.

Lei allora, e solo allora, spiegò che erano un “centro anti-violenza” e che mi avrebbe richiamato dopo aver cercato informazioni sui servizi che stavo cercando. Le diedi il mio numero di telefono.

Entro un’ora, i Servizi Sociali erano in casa mia. Dissero che stavano investigando una denuncia secondo la quale mio marito “mi aveva picchiata e si era chiuso a chiave nella stanza da letto con il bambino”.

Naturalmente non avevo mai detto niente del genere. Il centro anti-violenza aveva ingigantito la faccenda ed attivato i Servizi, invece non mi richiamarono mai per le “risorse” che mi avevano promesso.

Mio marito ed io fummo sottoposti ad indagine prima che il caso venisse archiviato come infondato. Se davvero mio marito fosse stato violento, probabilmente mi avrebbe picchiata per averlo coinvolto questa indagine, accusato di violenza.

Successivamente il bambino muore di SIDS (“morte in culla”) e questo causa un disordine post-traumatico da stress ad entrambi i genitori. Invece di ricevere l’assistenza di cui avrebbero bisogno, la madre viene indrizzata al centro anti-violenza della zona, che risulta essere lo stesso cui aveva telefonato:

Nessuna delle donne ospitate scappava da mariti violenti… c’era una minorenne in fuga da un genitore abusante, due che dicevano di scappare da “abusi emotivi”. Ognuna aveva compiti assegnati, e penalità per chi non li eseguiva […] Sembrava organizzato più come un gruppo per persone problematiche che come un rifugio. C’era l’orario a cui bisognava spegnere le luci, e quello in cui bisognava essere vestite. Mi sentivo più controllata che con mio marito, anche nei peggiori momenti con lui […]

Rimasi lì una settimana, dicendo alle operatrici che volevo solo un dispositivo per tenere mio marito fuori di casa finché era in cura per il suo disordine post-traumatico da stress. […]

Le operatrici cercano di convincerla a rimanere in zona, ma la signora rifiuta:

Dopo che mio marito ebbe completato le cure, il dispositivo fu revocato, tornammo a vivere assieme; da allora ho trovato un buon lavoro e mio marito progetta di tornare a scuola non appena il nostro bambino andrà all’asilo!

 

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