Decidere in nome dei bambini – Giovanni Pascuzzi

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Juno, una pellicola premiata al Festiva del film di Roma del 2007, narra la storia di una adolescente che si ritrova ad attendere un figlio. Reputandosi immatura la ragazzina decide di dare in adozione il nascituro a una coppia di genitori che aveva pubblicato un annuncio per rendere nota la propria disponibilità ad adottare un bimbo. Nel film si assiste quindi alla stipula di un contratto di «adozione chiusa» (per la quale nessun contattoo avrebbe potuto più sussistere tra la madre naturale e i genitori adottivi) sottoscritto dal papà di Juno (per la figlia minorenne) e dai genitori adottivi.

Il regista di quel film non avrebbe mai potuto ambientare la vicenda in Italia: da noi non è possibile dare un figlio in adozione ricorrendo semplicemente alla stipula di un contratto con una coppia scelta a caso. Quando si è in presenza degli interessi dei minori, l’ordinamento chiede siano rispettate ferree procedure e che le decisioni siano prese dal giudice. Tale intervento si ha anche quando una coppia decide di separarsi e di divorziare: un magistrato valuta le decisioni che i coniugi prendono circa la sorte dei figli e decide al loro posto in caso di disaccordo o di scelte incongrue.

Certo il Parlamento potrebbe statuire con legge che il destino dei figli debba essere deciso esclusivamente dai genitori: anche quando abusano dei minori o li sfruttano (nel nostro Paese accade anche questo: negli ultimi io anni sono 158 i bimbi addirittura uccisi dai genitori, mentre ogni anno sono più di 100.000 quelli al centro di contese tra genitori). Per effetto di una legge siffatta ì genitori sarebbero liberi di affidare i propri figli a chi vogliono: liberi anche di venderli. Ci attira questo scenario?

Sull’onda dell’emozione indotta da alcuni casi di cronaca (anche locali) il legislatore potrebbe decidere di mantenere un controllo pubblico sul destino dei minori sottraendolo alla magistratura e affidandolo ad altri soggetti: ad esempio alla pubblica opinione. Si potrebbe pensare di ricorrere al televoto o alla raccolta di firme su Facebook per decidere se un bimbo debba essere sottratto alla madre oppure no. Sarebbe saggio? Sulla base di quali elementi l’uomo della strada può giudicare ogni singolo caso? Quale serenità attribuiremmo all’opinione di chi televota pur avendo dissapori personali con i soggetti interessati?

La nostra civiltà (giuridica) demanda le vicende spesso dolorose che coinvolgono minori al prudente apprezzamento di un organo indipendente, imparziale e competente, ossia il giudice. Certo anche i magistrati possono sbagliare: per questo è assicurata la possibilità di proporre appello. Ma non esiste ancora una soluzione migliore dell’affidare questi problemi alle procedure garantiste dei tribunali.

[Giovanni Pascuzzi è docente presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento]

Corriere della Sera, edizione Trento, 17-9-2010