La donna-killer che spaventa il paese

Nome: Maria Jimenez. Nome di battaglia: “ la Tosca”. Anni: 26. Professione: killer a pagamento. Prezzo per uccidere: 760 dollari. La polizia messicana l’ha arrestata insieme alla sua banda a Monterrey, una delle più importanti città del paese. Secondo gli investigatori la donna è coinvolta in almeno 20 omicidi ed ha diretto una rete di spaccio di droga con una dozzina di “punti vendita”. E’ possibile che Maria faccia parte dei Los Zetas, il cartello oggi in guerra con i nemici del Golfo e Sinaloa. Il ricorso alle donne killer è in crescita in Messico. […]

Tra le “pantere” si era fatta un nome Maria del Pilar Narro Lopez, alias “la comandante Bombon”. Nome dolce ma comportamenti crudeli. Poi l’hanno catturata e il suo posto è stato colmato da un’altra assassina. Anche i criminali che seguono gli ordini de El Chapo Guzman hanno la loro “sezione femminile”, cosi’ “la Linea”, fazione del cartello di Ciudad Juarez. E quelli del Golfo le hanno schierate in buon numero nella zona di Reynosa. L’operazione che ha portato all’arresto di Maria Jimenez e’ stato preceduto da un altro blitz. Il 24 marzo la polizia ha neutralizzato, sempre a Monterrey, un gruppo criminale che aveva come leader Rosa Martinez, 30 anni, detta “la Pato”. Al suo fianco la sorella, Ana, nome di battaglia “La Guera”. Costantemente alla ricerca di nuovi “soldati” per portare avanti il conflitto, i cartelli continuano a reclutare molte ragazze, senza preoccuparsi dell’età. E dal 2007 il numero sarebbe cresciuto in modo impressionante. Una volta nell’organizzazione sono addestrate in zone remote all’uso di pistole e fucili d’assalto.

Fonte: http://www.corriere.it/esteri/12_maggio_08/donna-killer-messico_1313e276-98c8-11e1-a280-1e18500845d6.shtml

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Donna nuda in tacchi a spillo uccide pulcini e coniglietti: condannata

Una donna quarantenne è stata condannata per violenza sugli animali.  Diffondeva in Rete dei video in cui, avvolta da abbigliamenti sexy e in equilibrio su tacchi a spillo vertiginosi, mostrava come uccidere pulcini e conigli.

Chi si macchia di questo reato – la violenza sugli animali è infatti punita dal codice penale – prova piacere nell’infliggere torture a piccoli esseri viventi, schiacciandoli e uccidendoli con i tacchi di una scarpa sexy. Così la donna era solita infilzare pulcini e uccidere conigli sotto il peso del suo corpo, per provocare sessualmente il pubblico di suoi ammiratori.

  

Il tribunale di Milano, nella sua sezione distaccata di Rho, ha condannato la donna a quattro mesi di reclusione – pena poi convertita in 4.400 euro di multa grazie alla condizionale – a seguito di un esposto della LAV, la Lega Anti Vivisezione. La vicenda, nota agli inquirenti già dal 2006, ha sollevato le proteste degli animalisti finché giustizia è stata fatta. Così ha commentato la LAV:

«Finalmente per le vittime di tanta crudeltà è stato compiuto un passo in avanti per rendere loro giustizia, portando alla ribalta un fenomeno ancora troppo sommerso. Va ricordato che in Italia l’uccisione di animali è un reato punito grazie alla legge 201 del 2010, con la reclusione.»

Leggi tutto: http://pets.greenstyle.it/donna-nuda-in-tacchi-a-spillo-uccide-pulcini-e-conigli-condannata-1307.html#ixzz1tvxMGSAz

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Torino, uccise e seppellì la moglie dell’amante: condannata all’ergastolo

Sequestro, omicidio e occultamento di cadavere: queste le accuse con le quali è stata condannata all’ergastolo dal Tribunale di Torino Maria Teresa Crivellari, 55enne. La donna (nella foto) nel febbraio del 2010 uccise e poi seppellì a Sant’Ambrogio, in provincia di Torino, Marina Patriti. La Crivellari aveva da tempo una relazione con il marito di quest’ultima. La 55enne è stata condannata anche per calunnia: aveva infatti dichiarato che Giacomo Bellorio, marito della Patriti, l’aveva aiutata a occultare il corpo. Circostanza rivelatasi falsa a seguito delle indagini.

da: http://www.mnews.it/2012/05/01/villapiana-cscrolla-domenica-ruggianoho-ucciso-mio-marito-e-mia-figlia/

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Uccide marito e figlia,confessa ed è libera

VILLAPIANA. SVELATO IL MISTERO DEL DUPLICE OMICIDIO, IL GIALLO SI TINGE DI ROSA:

Ế STATA LA MOGLIE (E MADRE) DELLE VITTIME
Domenica Ruggiano, 54 anni, ha ammesso di essere stata lei ad assassinare marito e figlia, a conclusione di un’interrogatorio nell’ospedale di Rossano, davanti al pm della Procura di Castrovillari, Maria Grazia Anastasia. L’omicida, infatti, doveva necessariamente sapere che Vincenzo Genovese possedesse un fucile da caccia e dove lo tenesse custodito. A parte ciò, l’assassino, doveva avere una certa confidenza con la famiglia, che gli consentisse di entrare nella loro abitazione senza problemi. Solo se fosse vero questo, poteva prendere corpo l’ipotesi degli investigatori. L’assassino era entrato, aveva imbracciato il fucile, aveva ucciso e poi, dopo avere abbandonato l’arma, era fuggito indisturbato. C’era stata la variante, presa in considerazione. Per dare una risposta a quello che  sembrava  un enigma, la Procura di Castrovillari ha disposto l’esame dello stub sui cadaveri di Genovese e della figlia, ed ovviamente sulla moglie. Inoltre erano state disposte perizie tecniche sull’arma, trovata nel corridoio della spartana abitazione della famiglia sul quale si affacciano le camere da letto, alla ricerca di impronte digitali e di ogni altra traccia che potrebbe risultare utile.

Fonte: http://www.mnews.it/2012/05/01/villapiana-cscrolla-domenica-ruggianoho-ucciso-mio-marito-e-mia-figlia/

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Ragazza accoltella ‘per onore’ la presunta amante del padre

Come in Cavalleria rusticana ha affrontato la “rivale” con un coltello per lavare con il sangue l’ “onore” della famiglia. La protagonista della selvaggia aggressione è una ragazza di 22 anni, Mariangela Azzolina, che non ha esitato a ridurre in fin di vita la presunta amante del padre, Maria Zafarana, 52 anni, una casalinga nubile. Teatro di questa vicenda che ricorda da vicino la novella di Verga è un paese dell’entroterra siciliano in provincia di Caltanissetta, Mazzarino, balzato agli onori della cronaca oltre cinquant’anni fa per un’altra vicenda di cronaca nera che portò in carcere per una serie di estorsioni culminate in un omicidio tre frati del convento dei Cappuccini.

Sono proprio le “voci” che corrono di bocca in bocca in paese su quella presunta relazione extraconiugale, alimentate dai continui pettegolezzi delle comari, a innescare violente discussioni familiari. Luigi Azzolina, 45 anni, bracciante precario presso l’azienda Forestale, viene accusato dalla moglie di avere una storia con quella “svergognata”. Ai litigi assiste anche Mariangela, la più grande dei tre figli, che dopo avere frequentato il liceo psico-pedagogico ha deciso di abbandonare gli studi all’ultimo anno senza sostenere gli esami di maturità. Nei giorni scorsi la giovane e la madre vengono viste in lacrime nel cimitero del paese, forse in seguito all’ennesima lite. Di sicuro succede qualcosa che scatena la furia omicida di Mariangela, descritta dalle amiche come una ragazza dal carattere tranquillo. Così oggi, verso mezzogiorno, si è armata con un coltello a serramanico, è uscita di casa, nel quartiere “Madonna”, e ha raggiunto via Vittorio Emanuele, il corso principale del paese, sapendo già dove andare.

Un negozio di scarpe di proprietà di un’amica di Maria Zafarana, frequentato da quella che, a torto o a ragione, veniva ritenuta la principale responsabile della rottura della pace familiare. E proprio nel negozio Mariangela ha trovato la donna che cercava. L’ha fatta uscire con la scusa di doverle parlare, ha estratto il coltello e le ha sferrato all’improvviso numerosi fendenti sotto gli occhi del proprietario di una vicina tabaccheria e di un passante. Sono stati loro a intervenire e a a immobilizzare la ragazza prima che fosse troppo tardi, mentre qualcuno telefonava al “112” avvisando i carabinieri. I militari, al loro arrivo, hanno trovato la vittima stesa a terra, in un bagno di sangue, mentre la ragazza aveva ancora in mano il coltello.

Per Mariangela è scattato l’arresto con l’imputazione di tentativo omicidio, porto e detenzione illegale di coltello del genere vietato. Maria Zafarana, è stata soccorsa da un’ambulanza del 118, medicata e trasferita con un elicottero all’ospedale di Caltanissetta dove è stata sottoposta a un intervento chirurgico. Le sue condizioni sono gravi, ma si salverà.

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Amnesty International ha ammesso l’errore, la sinistra italiana ancora no!

Non vorremmo dover pensare che gli autori dell’assurda campagna mediatica contro l’uomo, responsabili di aver sdoganato la cultura della misandria e la generale criminalizzazione del maschile, intendano “insistere”.

LA VIOLENZA MASCHILE E’ LA PRIMA CAUSA DI MORTE PER UNA DONNA DAI 15 AI 60 ANNI

QUESTA FRASE, PRESA DA UN MANISTESTO FIRMATO “RIFONDAZIONE COMUNISTA ITALIANA”, E’ FALSA!

A SEGUITO DELLE DICHIARAZIONI DI AMNESTY INTERNATIONAL E’ SOLO UNA INVENZIONE DI GENTE IN MALAFEDE!


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Ogni 4 uomini morti muore una donna. Dati Eures-Ansa indicano variazioni al nord e in famiglia.

Rapporto Eures-Ansa: è donna una vittima su quattro

ROMA – I ‘femminicidi’ hanno subito un “incremento significativo” nell’ultimo decennio: la maggioranza delle vittime restano gli uomini, ma le donne uccise sono passate dal 15,3% del totale nel periodo 1992-’94 al 23,8% del biennio 2007-2008. E’ quanto si ricava dall’ultimo rapporto Eures-Ansa su “L’omicidio volontario in Italia”. Secondo il rapporto resta una “forte prevalenza delle vittime di sesso maschile” (che nell’ultimo biennio in esame rappresentano il 76,2% del totale), ma l’aumento dei femminicidi é un dato di fatto “riconducibile – si legge nella ricerca – al decremento degli omicidi della criminalità organizzata (che colpisce quasi esclusivamente gli uomini) accompagnato da una progressiva maggiore incidenza dei delitti in famiglia (all’interno dei quali le principali vittime sono donne)”.

Se ci si ferma all’ultimo anno disponibile, il 2008, si osserva che la vittima è una donna in un caso su 4 (il 24,1%. Ma, in percentuale, l’anno peggiore dell’ultimo decennio è stato il 2006: le donne uccise furono 181, pari al 29,4%). Ed è il Nord, “dove sono più frequenti gli omicidi in famiglia”, a registrare la quota prevalente delle vittime di sesso femminile – 70, pari al 47,6% delle 147 uccise nel 2008 in Italia – a fronte del 29,9% al Sud (44 vittime) e del 22,4% al Centro prescription drugs online without prescription (33 vittime). Al Sud la distribuzione delle vittime vede prevalere nel 2008 gli uomini sulle donne di oltre 70 punti percentuali (attestandosi i primi all’86,3% e al 13,8% le seconde), ma lo scarto di genere si riduce significativamente al Centro (66% le vittime uomini e 34% donne) e al Nord (rispettivamente 63,9% e 36,1%). Disaggregando i dati a livello regionale, gli uomini registrano un numero di vittime superiore a quello delle donne in quasi tutte le regioni italiane: fanno eccezione soltanto l’Umbria e il Molise, in cui prevalgono nel 2008 le vittime di sesso femminile (5 a fronte di 2 vittime tra gli uomini in Umbria e 2 contro nessuna vittima tra gli uomini in Molise). La regione che detiene il triste record dei femminicidi è la Lombardia (26, pari al 17,7% del totale), seguita dalla Toscana (15, pari al 10,2%), dalla Puglia (14, pari al 9,5%) e dall’Emilia Romagna (12 femminicidi, pari all’8,2%). In termini relativi sono però la Liguria, il Molise e l’Umbria a registrare il rischio più alto, rispettivamente con un indice di 1,3, 1,2 e 1,1 omicidi ogni 100 mila donne (la media nazionale è di 0,5 omicidi ogni 100 mila donne).

Riguardo all’ambito in cui si è consumato l’omicidio, il rapporto Eures-Ansa evidenzia che il 70,7% dei femminicidi è stato compiuto nel 2008 all’interno di contesti familiari (104 donne uccise, a fronte di 67 uomini), segnando tuttavia un leggero calo rispetto al 74% del 2006. Aumentano invece le donne vittime della criminalità comune (21 casi, pari al 14,3% delle vittime totali in questo ambito) e degli omicidi tra conoscenti (dal 4,4% del 2006 al 6,8%), mentre non si registra nel 2008 alcun femminicidio compiuto dalla criminalità organizzata (a fronte di tre casi del 2006 e di un caso nel 2007). Le donne più colpite sono le anziane (36 vittime, pari al 24,5% del totale), con numerosi omicidi di coppia o ‘pietatis causa’, ma il rischio è alto anche “nell’età feconda, in cui le donne sono uccise prevalentemente all’interno di rapporti di coppia, per ragioni passionali: il 21,8% delle vittime di sesso femminile ha infatti tra i 25 e i 34 anni (32 vittime)”.

[Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/07/03/visualizza_new.html_1849387081.html]

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E’ la SOGGETTIVITA’ del concetto di violenza a DELEGITTIMARE l’indagine ISTAT 2006 violenza donne

L’estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche, scaturito dalla recente indagine «Quali sono e come si chiamano le violenze contro le donne» apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso l’offesa all’emotività di una persona? Ciò che a una donna dà fastidio a un’altra sembra cosa di poco conto, un’altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo. Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia.

Tra le nove domande ritenute appropriate per misurare questo tipo di violenza, alcune lasciano quantomeno perplessi. Per esempio le seguenti:

  • «Il vostro coniuge o compagno: mai / raramente / qualche volta / spesso / sistematicamente»
  • «– Ha criticato o svalutato ciò che fate?»
  • «– Ha fatto osservazioni sgradevoli sul vostro aspetto fisico?»
  • «– Vi ha imposto il modo di vestirvi, di pettinarvi, di comportarvi in pubblico?»
  • «– Non ha tenuto conto o ha manifestato disprezzo per le vostre opinioni?»
  • «– Ha preteso di dirvi quali dovrebbero essere le vostre idee?»

Notate l’assoluta etereogenità di contenuti e varietà di pesi delle voci proposte.

Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche — che ricevono la più alta percentuale di risposte positive — rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli «insulti e minacce verbali», al «ricatto affettivo» e, sullo stesso piano delle «aggressioni fisiche» e dello «stupro e altre prestazioni sessuali forzate»!

Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate.

È possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual can you buy prescription drugs online without a prescription specie? È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un’osservazione sgradevole o offensiva? Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore. Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà?

Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge. Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito, come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?

* * * * *

Il testo riportato sopra è un estratto da «Fausse Route», 2003, pubblicato in Italia nel 2005 con il titolo «La strada sbagliata», opera di Elisabeth Badinter, filosofa francese e femminista storica, non di un misogino integralista talebano.

Dunque, la Badinter giudica faziosa, fuorviante e inattendibile la ricerca commissionata in Francia dalla Segreteria dei Diritti delle Donne. Contesta la validità del metodo di indagine dal quale emerge un dato mistificatorio: si vuol far credere che il 10% delle donne francesi subisca violenza fisica o sessuale.

Da noi cosa accade? L’indagine italiana, condotta con identiche modalità, delinea un panorama ancora più allarmante: 31,9%, più che triplicati i risultati francesi. Dal sito ISTAT:

PRINCIPALI RISULTATI

Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di età considerata.

Ed ecco perché, in casi come questo, la statistica diventa al servizio dell’ideologia.

[Testo liberamente tratto da http://lindipendente.splinder.com/post/19780695/Violenze%20in%20Famiglia:%20quello%20c]

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Violenze in Famiglia: quello che l’ISTAT non dice

Violenze in Famiglia: quello che l’ISTAT non dice
di Fabio Nestola

La violenza domestica costituisce una tipologia di reato in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.

Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari a contenerlo e possibilmente prevenirlo, a partire dalle campagne di sensibilizzazione fino ad arrivare alle contromisure legislative finalizzate appunto a prevenire e/o contenere la violenza.

Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti; vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partners ed ex partners, parenti a affini di vario grado.

Questa curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti:

    1. aggressività e violenza femminile non esistono, oppure
    2. se esistono, sono legittimate, e pertanto non è interesse della collettività studiare alcuna misura di prevenzione e contenimento

.

Entrambi i presupposti sono evidentemente paradossali.

L’ISTAT, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, ha pubblicato un’indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Da un campione di 25.000 interviste, trasportato in dimensione nazionale, risulta una proiezione di circa 7.000.000 di donne che subiscono violenza dal proprio partner o ex partner.

Sono indubbiamente dati allarmanti, che vengono propagandati con continuità. Analizzando con cura il questionario somministrato dall’ISTAT, tuttavia, viene da chiedersi se detto questionario non sia stato elaborato con il preciso obiettivo di far emergere dati numericamente impressionanti, sui quali costruire un allarme sociale.

Dato che il questionario è stato elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza, infatti, era difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi. L’impatto sull’opinione pubblica, di fatto, è generato dal dato conclusivo — 7.000.000 di vittime — senza approfondire da cosa scaturisca questo dato. Questo aspetto è importante perché chi opera nel campo delle statistiche sa bene come una scelta mirata di domande può influenzare pesantemente in un verso o nell’altro i risultati.

Oltre ai quesiti su violenza fisica (7 domande) e sessuale (8 domande), il questionario ISTAT lascia uno spazio ben maggiore alla violenza psicologica (24 domande). Alcuni dei quesiti, però, sembrano finalizzati a raccogliere un numero enorme di risposte positive, descrivendo normali episodi di conversazione sicuramente accaduti a chiunque, che risulta difficile configurare come «violenza alle donne».

Facciamo qualche esempio, tratti proprio dal questionario in oggetto:

  • «La ha mai criticata per il suo aspetto?»
  • «…per come si veste o si pettina?»
  • «…per come cucina?»
  • «…controlla come e quanto spende?»

Ai fini statistici non c’è differenza fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio ed un consiglio pacato, collaborativo, spesso indispensabile, a volte anche migliorativo. Ad esempio: «Cucini da schifo, ti ammazzo di botte se non fai un arrosto decente» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Cara, oggi il risotto non è venuto bene come la volta scorsa». Oppure: «Con quei capelli sembri una puttana, ti spacco la faccia se non li tagli» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Questo taglio non ti dona, magari fra due giorni mi abituerò, ma ti preferivo con la pettinatura precedente». E ancora: «Non ti do una lira, se vuoi i soldi per la profumeria vai a fare marchette» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Non ce la facciamo, mettiamo via i soldi per il mutuo, purtroppo questo mese niente palestra per me e parrucchiere per te».

L’intervistata risponde affermativamente, quindi le intervistatrici possono spuntare la voce «violenza», senza che l’intervistata lo sappia. Infatti la domanda non comporta le diciture esplicite «aggressività, violenza, umiliazione»; si limita a chiedere se un episodio è accaduto, poi è l’intervistatrice che lo configura come violento anche se l’ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale.

L’ISTAT infatti, per giustificare l’equivoco sul quale è costruito il questionario, ammette che le intervistate spesso non hanno la percezione di aver subito violenza e, a tale scopo, aggiunge alle note metodologiche questa dicitura:

Le domande tendono a descrivere episodi, esempi, eventi di vittimizzazione in cui l’intervistata si può riconoscere. La scelta metodologica condivisa anche nelle ricerche condotte a livello internazionale è stata dunque quella di non parlare di «violenza fisica» o «violenza sessuale», ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti in modo di rendere più facile alle donne aprirsi. Il dettaglio e la minuziosità con cui si chiede alle donne se hanno subito violenza, presentando loro diverse possibili situazioni, luoghi e autori della violenza, rappresenta una scelta strategica per aiutare le vittime a ricordare eventi subiti anche molto indietro nel tempo e diminuire in tal modo una possibile sottostima del fenomeno. Sottostima che può essere determinata anche dal fatto che a volte le donne non riescono a riconoscersi come vittime e non hanno maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite mentre possono più facilmente riconoscere singoli fatti ed episodi effettivamente accaduti.

Presentando il rapporto, poi, l’ISTAT scrive:

Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le limitazioni economiche subite da parte del partner.

Anche frasi innocue come «la frittata oggi è un po’ sciapa», oppure «ti preferivo senza permanente» vengono quindi classificate come denigrazioni e diventano di conseguenza una forma di violenza alle donne. Ecco come nascono 7.000.000 di vittime.

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Violenza sulle donne, dati allarmistici e fasulli. Femminicidio?

16 maggio 2010 – Violenza sulle donne…5 milioni di donne violentate…. dato allarmistico e fasullo, si vuole creare un allarme sociale. – Barbara D’Urso, la Snatankè, i centri antiviolenza donne,stanno creando un falso allarme sociale molto pericoloso. La violenza è anche una responabilità di programmi televisivi che invece di informare, fanno FORMAZIONE.

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La realtà delle statistiche internazionali: l’Italia è fra i paesi più sicuri per le donne

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