Una vita trasformata in battaglia perenne. Non per soldi, non per gloria, ma per uno dei diritti (e delle gioie della vita) più importanti che si possa immaginare: vedere il proprio figlio. Andrea Poma, presidente dell’associazione Genitori a Vita, nata dalla sua indefessa forza di volontà e da tante altre storie simili e similmente drammatiche, si racconta con la fredda lucidità di chi sa che sono ancora tante le guerre che dovrà combattere di giorno in giorno per rivedere suo figlio, dopo quell’ultima volta di ben venti mesi fa.
Una guerra che non conosce limiti o confini, come dimostra il gesto che lo ha fatto assurgere agli onori della cronaca: il 21 gennaio Andrea si incatena davanti al Tribunale di Catania, per fare in modo che il giudice che stava lavorando al suo caso sciogliesse la riserva. E così avvenne. Anche se la soluzione alla vicenda è ancora di là da venire.
Andrea, come nasce la tua storia?
«Nasce da un semplice divorzio conflittuale, che la viscosità del sistema e dei meccanismi giudiziari hanno fatto diventare un caso umano. Non vedo e non sento mio figlio da venti mesi e più passa il tempo più le cose si complicano e diventano difficili da risolvere. Ho lasciato mio figlio a dieci anni e adesso ne ha dodici: non soltanto mi si sta impedendo il naturale esercizio della mia genitorialità, ma si sta negando ad un bambino il diritto di avere entrambi i genitori anche dopo il divorzio».
Cosa è successo nel corso di questi venti mesi?
«Tutto e niente. C’è un continuo rimbalzo di responsabilità e decisioni che vengono demandate di volta in volta tra i giudici, gli assistenti sociali e le varie perizie psicologiche. Il fatto di sottoporre un bambino di undici anni a continue sollecitazioni e a visite di questo genere non può che condizionare non solo la sua crescita ma anche la sua visione dell’intera faccenda e la sua vita in generale. La vera vittima è lui, non c’è dubbio. Ma oltre a questo, che è il punto centrale, non esiste una reale motivazione addotta dalla mia ex moglie e dai suoi avvocati che sia valida a tal punto da impedirmi di vedere mio figlio. Per questo dico che il problema sta nel sistema: è quasi imbarazzante la facilità con cui si riesce ad allontanare un genitore da un figlio, argomentando con concetti lontani dalla verità e dalla logica».
Cosa intendi di preciso per sistema?
«Quell’insieme di organi decisori e di lungaggini burocratiche e tecniche che hanno fatto passare quasi due anni senza risolvere la mia situazione, anzi peggiorandola. Quello stesso sistema che ha disposto che pagassi 350 euro al mese a mio figlio, somma che non posso più pagare per sostenere le infinite spese legali di questi mesi, dato che come se non bastasse sono oggetto di denunce prive di fondamento da parte della mia ex moglie, e anche la casa mi è stata pignorata di conseguenza. Ma è anche il sistema che permette ad alcuni avvocati senza scrupoli di presentare accuse nei miei confronti semplicemente rovistando la mia pagina Facebook o la mia situazione lavorativa di anni fa, deviando così le indagini sul mio reale stato economico. Se si sommano tutti questi fattori si ottengono situazioni come la mia, che sono più numerose di quanto si immagini».
E dall’incontro con altri genitori nella sua situazione è nato “Genitori a Vita”. Cosa vi proponete di fare?
«Genitori da tutta Italia mi hanno contattato per pura solidarietà dopo il mio incatenamento ed insieme a loro abbiamo dato vita a questa associazione, prefissandoci un solo obiettivo comune: salvare i bambini da genitori accecati dalla vendetta. Da quel giorno siamo stati promotori di eventi e manifestazioni in giro per la Sicilia, che sollevassero la questione della bigenitorialità. Da poco sono stato nominato anche delegato per la Regione Siciliana di Adiantum, una delle associazioni più importanti d’Italia per la tutela dei minori che da decenni lotta insieme ad altre associazioni per tutelare questo diritto. Ci prefiggiamo di accendere i riflettori su un disagio sociale che non può essere più ignorato, ma anche dialogare con le istituzioni troppo spesso lente o prevenute nei nostri confronti. Dai racconti dei membri dell’associazione il quadro che ne esce fuori è davvero desolante: molto spesso a mancare sono le competenze specifiche in materia di minori, sia per quanto riguarda i giudici che per quanto concerne i servizi sociali».
Qual è la rivendicazione principale della vostra associazione?
«Parità assoluta di diritti e di doveri per entrambi i genitori. In Italia dopo il divorzio di fatto il figlio (o i figli) è portato a riconoscere soltanto uno dei due genitori, che guarda caso è sempre l’affidatario o meglio il “collocatario” (termine utilizzato nelle sentenze). Nonostante la legge 54 del 2006 sull’affido condiviso di fatto c’è chi vede il figlio per 26 giorni al mese e chi solo per 4. Il genitore non collocatario è sempre il contraente debole e anche in sede legale ha sempre torto e può essere oggetto di accuse anche infamanti dalle quali è difficile difendersi: in questo modo si distruggono famiglie e vite intere».
Ci sono anche mamme nella stessa situazione o sono soltanto gli uomini a piombare in questo baratro familiare?
«Sebbene siano numericamente inferiori, anche le donne abbandonate dai mariti soffrono una situazione simile alla nostra, costrette solitamente a crescere in toto i figli da sole senza l’aiuto economico nè morale dei loro ex. La nostra associazione nasce per salvare i figli, qualunque sia la drammatica situazione in cui si vengano a trovare. Il punto è che le leggi esistono ma non sono applicate o lo sono in tempi che, ripeto, distruggono le persone nell’animo e nei sentimenti; io so che mio figlio in questo momento sta soffrendo».
Crede che la vostra situazione sia sottovalutata?
«Decisamente si, servirebbe più attenzione e una maggiore conoscenza dell’argomento a tutti i livelli. Nella nostra associazione c’è chi non vede il proprio figlio da dieci anni: sono genitori ridotti a scheletri senza vita, prosciugati umanamente ed anche economicamente da situazioni senza sbocco. A me non pare che la nostra situazione non sia paragonabile, ad esempio, al dramma del femminicidio di cui giustamente tanto si parla: un genitore cui si impedisce di vedere il figlio muore tutti i giorni».
Foto concessa da Andrea Poma
Giuliano Busà
http://www.oggimedia.it/le-interviste/6974-lun-genitore-che-non-vede-il-figlio-muore-ogni-giornor-andrea-poma-si-racconta-a-oggimedia.html