2001 Francia, via libera alla residenza alternata: «La continuità affettiva è un diritto di tutti»

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Cambia il codice della famiglia. I figli dei separati si divideranno fra papà e mamma in eguale misura Segolene Royal, il ministro promotore: «La continuità affettiva è un diritto di tutti»

Cancellata ogni diversità fra i genitori.
I bambini avranno la doppia residenza.
Basta con le visite un fine settimana su due Francia, via libera alla paternità «congiunta».
Cambia il codice della famiglia.
I figli dei separati si divideranno fra papà e mamma in eguale misura

Tempi più sereni, e anche più impegnativi, per i papà separati.
E tempi di sicuro meno traumatici per i figli di genitori divisi.
Almeno nella Francia dei diritti e delle garanzie sociali, che ha scritto un altro capitolo innovativo nel codice di famiglia.

Una legge, approvata all’ unanimità all’ Assemblea nazionale, cancella, rispetto ai figli, la diversità fra coppie separate, sposate e di fatto, introduce la paternità congiunta in caso di separazione, garantisce al bambino la continuità degli affetti e delle relazioni con nonni, zie e parenti.

Una rivoluzione insomma, che privilegia bisogni affettivi dei minori rispetto a conflitti degli adulti e tende ad adattare le norme all’ evoluzione della società civile, così com’ è oggi, e non in ossequio ad un ideale astratto di famiglia.

In Francia, ogni anno, 300 mila bambini nascono fuori dal matrimonio (il 40 per cento, contro il 6 per cento di trent’ anni fa), e a 280 mila matrimoni corrispondono, annualmente, 120 mila divorzi. Una famiglia su cinque è ricomposta o monoparentale.

Realtà dolorosa, ma comune. Nel 90 per cento dei casi, i figli vengono affidati alla madre, la quale sovente o lamenta la latitanza del padre o gli chiude le porte. E difficile, se non impossibile, non amarsi più e continuare a volersi bene, o almeno anteporre l’ interesse dei bambini.

Ancora più arduo cancellare per legge egoismi e rancori.

Ma la Francia ci prova.
Basta, allora, dicono i legislatori, con le responsabilità limitate, con la «scomparsa» del padre, con la doppia e gravosa funzione educativa delle madri separate.
Ma basta anche con i figli usati per battaglie legali fra coniugi, con le piccole e grandi rivalse di ex mogli vendicative, con figli di separati che diventano una «proprietà» delle madri.

Il padre ha il dovere, ma anche il diritto, di vedere con assiduità i propri figli e di mantenere una relazione educativa ed affettiva, indipendentemente dal domicilio del minore.

Attualmente, si calcola che soltanto il dieci per cento dei bambini che vivono con la madre vedano regolarmente il padre una volta la settimana.

Con la nuova legge, viene rivisto anche il principio della residenza del minore stabilita a priori: potrà essere prevista una residenza alternata e dovrà essere trovato un accordo nel rispetto di esigenze dei figli, «perché la divisione del tempo fra genitori sia meno diseguale».

«Dobbiamo superare la formula standard che riserva ai padri il classico weekend su due», ha detto Segolene Royal, ministro della Famiglia e dell’ infanzia.

«La parità – ha aggiunto – è un obiettivo nella politica, nella società civile e nella famiglia.

La legge armonizza scelte personali e solidarietà sociale.

Oltre a essere un diritto del padre, la continuità affettiva di entrambi i genitori è anche un diritto della madre nell’ esercizio della responsabilità verso il minore». In concreto, la nuova normativa si fa carico di una «mediazione» fra i genitori perché trovino un accordo prima di finire davanti al giudice. Cancella alcuni articoli del codice che diversificano l’ esercizio della patria potestà a seconda che i genitori siano uniti, separati, divorziati o conviventi. Introduce, per le situazioni economicamente più difficili, forme di sostegno sociale. Abolita dal femminismo, la «patria potestà» ritorna.

Non più come prerogativa del padre, ma come dovere di entrambi i genitori. Anche quando non si amano più.

NOVE SU DIECI ALLA MAMMA
Nel 1995 il 92,8 per cento dei casi di separazione vedeva i figli affidati alla madre; nelle sentenze di divorzio la cifra calava leggermente: i ragazzi restavano con la mamma nel 90,3 per cento dei casi. Nel ‘ 98, ultimo anno «censito» sull’ argomento le cose non erano cambiate: nove volte su dieci i figli sono rimasti ancora alla madre sia nella prima fase della separazione sia di divorzio.

GENITORE ANTIPATICO
Alcune sentenze in materia hanno fatto storia. Come quella del gennaio 1998 della Cassazione che riconobbe agli adolescenti separati il diritto a non vedere il genitore non affidatario se provano per lui antipatia.

OBBLIGO ALLA PUNTUALITA’
Una sentenza del maggio ‘ 99 ha obbligato i genitori separati a presentarsi puntuali agli orari di visita stabiliti. Altrimenti l’ altro genitore è libero di organizzare come meglio crede la giornata.

PENALI PER LE VISITE MANCATE
Una delle ultime sentenze della Cassazione in materia, datata marzo 2000, ha stabilito una penale per chi non esercita il diritto di visita dei figli minori. Il genitore in questione è così chiamato a rimborsare, in denaro, all’ altro, gli spazi di libertà che gli sottrae non tenendo i bambini quando è il suo turno.

IL COMMENTO
Ma le formule giuridiche da sole non bastano La proposta francese, pur nella sua più ampia prospettiva, fa tornare alla mente il progetto unificato che venne approvato in Italia – praticamente all’ unanimità – dalla Commissione giustizia della Camera in sede referente. Progetto che poi è rimasto impantanato ed è caduto nel nulla con la fine della legislatura.

Anche il progetto italiano aboliva il concetto di affidamento dei figli minorenni alla madre o al padre, e il concetto di affidamento congiunto. Si voleva insomma attuare, anche da noi, attraverso l’ abolizione di formule ormai considerate logore, una sostanziale parità tra i genitori, evitare che il genitore affidatario si sentisse il «padrone dei figli» e il genitore non affidatario si sentisse un questuante di rapporti e di familiarità. Un questuante sul piano affettivo ma un ufficiale pagatore sul piano economico. Questo discorso evidentemente è la voce dei padri che nella grandissima maggioranza e nella tradizione non sono i genitori affidatari, essendo le madri preferite e privilegiate.

Una voce che si manifesta in rabbia o in mortificazione solitaria, o che assume un modulo corale attraverso le associazioni dei padri separati.
Il progetto italiano che non usava il termine affidamento prevedeva naturalmente, però, che il giudice dicesse dove il figlio minore in concreto deve vivere.

La proposta francese, che avrà certo più sollecita fortuna, non solo afferma principi di uguaglianza, ma anche il diritto del minore di avere la sua famiglia, e questo sia che i genitori siano stati sposati, sia che siano stati solo dei conviventi. In questo concetto di famiglia entrano anche i nonni, figure che possono avere un ruolo determinante e positivo, ma che in concreto spesso vengono fatalmente emarginati dai genitori in contrasto.

È chiaro dunque che il progetto francese merita attenzione e apprezzamento, ma c’ è un avvertimento, senza confini, che l’ esperienza suggerisce. Non saranno mai le sole formule giuridiche, talora enfatiche e ottimistiche, a risolvere i problemi. I genitori in lite per i figli danno il peggio di sé, con la supponenza di voler difendere la prole in verità vogliono spesso offendere il coniuge, il compagno o la compagna. Le formule giuridiche possono costituire un valido aiuto, ma il costume deve cambiare.

La mediazione familiare affidata a psicologi esperti può fare moltissimo, proprio perché non dà regole imperative e schematiche, ma tende a responsabilizzare i genitori che la forza e la ragione la devono cercare e trovare in loro stessi.

Fonte: corriere della sera

Sindrome da alienazione genitoriale e danno esistenziale – Avvocato Carmela Augello

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La mia relazione si colloca nell’ ambito del danno esistenziale di natura endofamiliare , in particolare tratterò il tema del danno esistenziale e dei suoi effetti sui minori coinvolti nelle contese delle cause di separazione, del loro utilizzo o manipolazione da parte dei genitori e dello svilupparsi di una delle più gravi patologie da separazione quale è la Sindrome da Alienazione parentale.

Il logo dell'Ordine degli Avvocati di Ancona dal cui sito questa relazione è tratta

Sappiamo che la famiglia conflittuale è un sistema che produce di gravi patologie ma, ciò nonostante, sembra esservi una grande incapacità del sistema sociale ad occuparsi del problema.

La Sindrome da alienazione parentale è una figura di danno esistenziale emergente pertanto necessita di una trattazione esplicativa di quello che è il fenomeno in sé, sebbene chi di noi avvocati si sia occupato di cause di separazione si è sicuramente imbattuto nel fenomeno in questione, ma ciò che è importante evidenziare è una precisa descrizione ed individuazione della sindrome da alienazione parentale o genitoriale.

Per comodità espositiva si indicherà la sigla abbreviata di PAS

Che cosa è dunque la PAS ? E’ una figura di derivazione anglosassone oggetto di studio e ricerca in ambito scientifico e giuridico da oltre 20 anni ma ancora poco conosciuta e diffusa in Italia, ed è stata inizialmente descritta e sintetizzata in letteratura da Richard A. Gardner nel 1985 ( Gardner, Family therapy of the Moderate Type og parental Qlienation Sindrome, in The American Journal of Family Therapy, p. 195 ).

Si tratta di un disturbo psicologico che insorge esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli a seguito del loro coinvolgimento in separazioni conflittuali non adeguatamente mediate.

Richiard Gardenr ha descritto la PAS come “quella situazione in cui un genitore – detto genitore Alienatore – attiva un programma di denigrazione contro l’ altro genitore – detto genitore Alienato – utilizzando e manipolando il figlio..

MODALITA DI MANIFESTAZIONE DELLA SINDROME

Le modalità o tecniche di programmazione del genitore alienante comprendono l’ uso di espressioni denigratorie riferite all’ altro genitore, attribuendogli false accuse di trascuratezza, violenza o abuso. Si tratta , dunque, di vera e propria costruzione di una realtà virtuale di terrore e vessazioni che genera, nei figli, profondi sentimenti di
paura, diffidenza ed odio verso il genitore alienato.

Pur tuttavia non si può parlare di semplice programmazione del genitore alienatore sul figlio poiché nelle situazioni di Pas il figlio stesso assume un proprio ruolo attivo fornendo un personale apporto alla campagna di denigrazione del genitore alienato; è proprio questa combinazione di fattori agita da una triplice figura – quella del figlio
– che rende riconoscibile una diagnosi di Pas.

I figli, si alleano con il genitore apparentemente sofferente, si mostrano come contaminati da questa sofferenza ed iniziano ad appoggiare la visione del genitore alienante, esprimendo, a loro volta in modo apparentemente autonomo, astio, disprezzo e denigrazione contro il genitore alienato.

E’ di tutta evidenza che una simile dinamica di programmazione spesso arriva distruggere la relazione tra figli e genitore alienato. Tale programmazione agita da parte di un genitore patologico – genitore alienante – porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’ altro genitore – genitore alienato- . I figli così programmati arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solo telefonico, con il genitore alienato.

Perché si possa parlare di PAS, però , è necessario chiarire un aspetto fondamentale del fenomeno ovvero che i sentimenti di astio, disprezzo e rifiuto non devono essere giustificati da reali mancanze, trascuratezze o addirittura da violenza del genitore alienato. In presenza di reali abusi o trascuratezze, la diagnosi pas non è applicabile.

DIAGNOSI DI PAS E SINTOMI DI RICONOSCIMENTO

La Sindrome da Alienazione Parentale si può riconoscere attraverso l’ osservazione di 8 sintomi primari nel minore. Quindi l’ ascolto del minore da parte dei vari specialisti che entrano in gioco in una separazione, siano essi avvocati, magistrati, assistenti sociali o psicologi deve evidenziare la presenza degli 8 sintomi
specificamente tipizzati:

1) Il primo sintomo è La campagna di denigrazione, il figlio mima o scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante verso l’ altro genitore. In una situazione normale, in un contesto familiare più sano , ciascun genitore non permetterebbe che il figlio esibisca mancanza di rispetto e diffami l’ altro.
Nella Pas , invece, il genitore programmante non mette in discussione questa mancanza di rispetto, ma può addirittura arrivare a favorirla.

2) Il secondo sintomo è La razionalizzazione debole dell’ astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o anche solamente superficiali. “

3) La mancanza di obbiettività ; è un ulteriore elemento sintomatico, per il quale il genitore rifiutato è descritto dal bambino come “ tutto negativo”, mentre l’altro genitore è visto come “ tutto positivo”.

4) Il fenomeno del pensatore indipendente il figlio afferma di essere una persona che sa pensare in modo indipendente, autonomo e di avere elaborato da solo i termini della campagna di denigrazione senza influenza del genitore
programmante.

5) L’ appoggio incondizionato ed automatico al genitore alienante è una presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante, in qualunque genere di conflitto si venga a creare.

6) L’ assenza del senso di colpa è il sesto sintomo : ciò significa che tutte le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore alienante sono vissuti da bambino senza alcun senso di colpa.

7) Gli scenari presi a prestito sono affermazioni del bambino che non possono ragionevolmente provenire dal minore direttamente, come ad esempio l’ uso di parole o la descrizione di situazioni normalmente non conosciute da un
bambino di quell’ età per descrivere le colpe del genitore escluso.

8) Infine , l’ ottavo sintomo è l’ estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato .

CONSEGUENZE E DANNO ESISTENZIALE

L’ instaurazione incontrollata della PAS è una vera e propria forma di violenza emozionale in grado di produrre significative psicopatologie nella vita dei bambini coinvolti.

La gravità della situazione è evidente soprattutto se si considerano due fattori: in primo luogo non è raro che le cronache diano notizia di gesti estremi compiuti da genitori affidatari, come rapimenti , omicidi e quant’ altro.

In secondo luogo la violenza emotiva subita dai minori crea danni enormi e spesso produce significative psicopatologie sia nella vita presente che in quella futura: non sono pochi i casi di minori coinvolti in casi di PAS che sono diventati giovani con disagi psicologici notevoli, o la mancanza di rispetto per le figure autorevoli come insegnanti o datori di lavoro, turbe psichiche, paranoia e psicopatologie legate all’identità in genere.

Un genitore che programma sistematicamente un bambino per spingerlo ad una condizione di continuo rifiuto e denigrazione di un genitore affettuoso e devoto rileva un totale disprezzo per il ruolo che il genitore alienato ha nell’ educazione del minore. Il genitore alienante determina la rottura di un legame psicologico che potrebbe, nella maggior parte dei casi rivelarsi di grande importanza per il bambino , nonostante la separazione o il divorzio dei genitori. I genitori che esibiscono comportamenti alienanti , rivelano oltre che un grave deficit nel ruolo genitoriale, violano diritti costituzionalmente garantiti ai minori . Un deficit genitoriale , dunque, che dovrebbe essere preso in seria considerazione dal Tribunale quando decide lo stato di primo affidatario.

Di conseguenza i Tribunali, quando devono valutare i pro e i contro del trasferimento di custodia, farebbero bene a ritenere che il genitore che programma una PAS dimostra un grave deficit parentale. Con ciò non si intende suggerire che un genitore che provoca la PAS debba essere automaticamente privato della custodia primaria, ma solo che questo atteggiamento debba far parte di quegli elementi di valutazione che l’ organo giudicante deve considerare nella decisione sulla custodia dei figli.

PAS E MOBBING GENITORIALE

Volevo ricollegarmi alla relazione della collega che mi ha preceduta Avv. De Feo per trattare brevemente la differenza tra Pas e Mobbing genitoriale.

Il “mobbing genitoriale” consiste nell’adozione da parte di un genitore, separato o in via di separazione dall’altro genitore, di comportamenti aggressivi preordinati e /o comunque finalizzati ad impedire all’altro genitore, attraverso il terrore psicologico, l’umiliazione, e il discredito familiare, sociale, legale, l’esercizio della propria
genitorialità, svilendo e / o distruggendo la sua relazione con il o i figli. Manca nel mobbing genitoriale l’ apporto del figlio alla campagna denigratoria.

La forma più frequente di “mobbing genitoriale” è comunque quella in cui il genitore affidatario inizia per primo a comportarsi da mobber, e l’altro reagisce di volta in volta con comportamenti aggressivi, a volte producendo a sua volta del “mobbing” contro l’altro. Di norma, la coppia diventa a “transazione mobizzante” allorché il genitore affidatario (che in breve diventerà cioè “mobber”) percepisce il comportamento dell’altro genitore come perturbante della stabilità del “nucleo familiare” e, dunque, sua.Più frequentemente, il genitore mobbizzante è l’affidatario.

Questi, forte della convivenza con il figlio, tenderà ad impedire all’altro di continuare a poter esercitare un ruolo decisionale importante nella vita del figlio.

Altre volte ad essere genitore mobbizzante è il non affidatario: in questi casi, il risultato sarà statisticamente più drammatico di quel che accade allorché avviene il contrario.( es. parlare male dell’altro genitore, non adempierà agli orari di riconsegna per “dispetto”, evaderà, senza motivazione economica l’esatto mantenimento dell’assegno mensile).

Definiamo pertanto, “mobbing genitoriale” una situazione in cui siano presenti per sei mesi almeno, ripetuti episodi di mobbizzazione in una delle due aree di esercizio della genitorialità.”

Definiamo poi “mobbing genitoriale esteso” quello in cui partecipano con accanimento più familiari del genitore mobber, considerando di fatto “fisiologico” che gli ascendenti siano schierati con i figli;”

Il “mobbing genitoriale” mira dunque alla espropriazione dell’altro dal proprio ruolo genitoriale. Riguarda un conflitto agito dai due coniugi, nella pas vi è l’ apporto del figlio.

LA PAS IN TRIBUNALE

Abbiamo precedentemente detto che la PAS è una figura di danno esistenziale emergente per cui non sono molte le pronunce giurisprudenziali intervenute su questo tema , anche perché le cronache giudiziarie riguardano prevalentemente ipotesi in cui il genitore si sottrae all’ adempimento degli obblighi familiari piuttosto che il caso in
cui egli è vittima di comportamenti manipolativi dell’ altro genitore.

Tuttavia, vi sono alcuni primi segnali positivi di riconoscimento del fenomeno. Si può segnalare una sentenza relativamente recente del Tribunale di Bergamo ( Ufficio GIP, n. 3490/2004 in articolo “ La sindrome da alienazione parentale “ Avv. Missiaggia, p.3 ) che si è espressamente occupata della Sindrome di alienazione
parentale, affrontando un caso di presunti abusi sessuali compiuti dal padre ai danni del figlio minore.

In tale occasione il giudice ha ritenuto non attendibile il racconto del minore, ascoltato in sede di incidente probatorio, in quanto contraddittorio, incoerente, illogico ma soprattutto in contrasto con quanto riportato “ de relato” dal soggetto che aveva raccolto le prime dichiarazioni del bambino.

Lo stesso organo giudicante concludeva affermando espressamente che “ altresì inficia l’ attendibilità del racconto del minore l’ accertata presenza di un acceso conflitto coniugale dei genitori relativo alla separazione e all’ affidamento del figlio, specie ove riscontri la cosiddetta sindrome di alienazione genitoriale”, stato psicologico tipico delle coppie che si separano con liti senza esclusione di colpi pur di impedire all’ altro la custodia del minore”.

Ed infine con sentenza del 5/11/2004 il Tribunale di Monza ( in Danno e Resp., 2005, p. 851) ha riconosciuto l’ esistenza del danno esistenziale per responsabilità del genitore affidatario presso il quale il figlio viveva stabilmente: Il genitore che venga meno al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, anzi di
favorire la partecipazione dell’ altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio, è responsabile per il grave pregiudizio arrecato al diritto personale di quest’ultimo alla piena realizzazione del rapporto parentale. E’ pertanto risarcibile la avvenuta compromissione del rapporto tra il figlio e l’ altro genitore che non ha potuto esercitare per lungo tempo il diritto di visita al figlio per effetto della condotta ostruzionistica dell’ altro genitore.

L’annullamento della funzione genitoriale comporta un grave danno morale ed esistenziale in quanto il genitore non può assolvere ai propri doveri nei confronti del figlio e non può esercitare i propri legittimi diritti di genitore, riconosciuti e garantiti dalla Costituzione.

Conseguentemente anche il figlio potrebbe subire un danno meritevole di risarcimento dalla condotta del genitore “ostacolante“: viene, infatti, leso un interesse fondamentale del minore, consistente nel diritto a svolgere un armonico rapporto affettivo con il proprio genitore ed a ricevere dallo stesso la necessaria formazione sociale, istruttiva ed educativa, così come previsto dall’ articolo 30 della Costituzione – è diritto e dovere dei genitori mantenere, educare ed istruire i figli- e dagli articoli 147 e 148 Cc.

CONCLUSIONI

Infine , dunque, e con questo arrivo alla conclusione, il principale compito di noi operatori del diritto sarà quello di riconoscere gli elementi costitutivi di danno esistenziale in determinate categorie meritevoli di particolare tutela e conseguentemente della sua quantificazione e della sua risarcibilità.

 

http://www.ordineavvocati.ancona.it/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=170

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Avvocato specializzato in false accuse di pedofilia per privare i bambini dei loro papà

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«Secondo gli esperti, le calunnie hanno quasi tutte le stesse caratteristiche: vengono usati bambini piccoli, da 2 a 5 anni, che non presentano alcun segno di violenza, coinvolti in separazioni conflittuali in cui i nonni spesso assumono un ruolo decisivo».

La notizia arriva dal settimanale l’Express, che però non fa il nome di chi, fingendo di difendere i bambini, li ha devastati con false accuse di pedofilia. Forse temendo che questi criminali, adusi ad abusare del sistema giudiziario per scopi pedo-criminali, potessero cercare di mettere a tacere le proprie malefatte costruendo una denuncia per diffamazione.

Apparso negli USA qualche anno fa, un allarmante fenomeno ha preso piede nei tribunali, una sorta di follia che porta le coppie in guerra per l’affido dei figli a usare la più terribile accusa, quella di incesto. Centinaia di papà — molto più raramente le madri — si dichiarano oggi calunniati dall’ex: «È l’arma atomica delle separazioni conflittuali». […]

I casi di false accuse sembrano curiosamente molto più numerosi nella piccola città di Pontoise, vicino a Parigi, dove il fenomeno ha assunto l’aspetto di una epidemia. 15 papà accusati nello stesso tribunale per storie simili, alla fine si sono uniti per proclamare la propria innocenza. Nessuno è mai stato condannato e 9 già assolti. In 10 di questi casi le madri accusatrici erano rappresentate dalla stessa avvocata. Che in tutti i casi ha presentato la denuncia secondo la formula che impedisce di archiviare il caso obbligando ad aprire unprocedimento penale. «La sig.ra M. è una attivista femminista che fa da avvocata per la locale Casa della Donna» dice Dominique Marion, uno dei padri falsamente accusati «si è specializzata in tali accuse, che usa per mettere i papà fuori gioco e allontanarli dai figli». La relazione di uno psicologo esperto nominato dal Tribunale parla apertamente di «ruolo nefasto» giocato dall’avvocata femminista, qualificata come «fanatica» e «settaria»: «I suoi eccessi, la sua abitudine alla menzogna, a volte diffamatoria, dimostrano la sua incapacità a mantenere una distanza sana ed oggettiva in queste faccende». […]

La situazione è diventata così grave che il Procuratore ha ricevuto 10 di questi papà. Oltre agli eccessi dell’avvocata femminista, hanno lamentato la lentezza della giustizia ed il ruolo negativo di alcuni «esperti» abusologi che rilasciano certificati di convenienza alle madri calunniatrici.

Una psichiatra infantile, la dr. B, coinvolta nei fattacci di Pontoise è stata interdetta per 3 anni dall’Ordine dei Medici per aver ripetutamente denunciato «la responsabilità di un papà in abusi sessuali privi di fondamento» […].

«Certe madri fanno il tour degli abusologi fino a quando trovano quello che certificano quello che vogliono» constata Nicole Tricart, presidente del Tribunale dei Minori di Parigi «a volte ci troviamo di fronte certificati che fanno rabbia. Come quella psicopatica che ha descritto in dettaglio l’esame con il quale decideva che una bambina di 5 anni era stata abusata: le sentiva il polso mentre sussurrava all’orecchio della bambina la parola “incesto”, dall’aumento dei battiti ha dedotto un forte trauma sessuale». QED

«Molto spesso il primo passo compiuto dal magistrato è quello di sospendere i diritti di accesso del genitore accusato. Che nel caso di una falsa accusa, è esattamente ciò che il genitore accusatore sta cercando».

Nessuno esce indenne dalle accuse, né il bambino né l’imputato né l’accusatore, ha detto Lawrence Becuywe, giudice del tribunale di Pontoise. Dal momento in cui sono stati lanciati, si entra nel campo della follia, odio o perversione allo stato puro. […]

Lo psicologo canadese Hubert Van Gijseghem, specialista mondiale nel settore, afferma che le false accuse hanno conseguenze gravi quanto la pedofilia vera e propria.

 

http://is.gd/Xf9cJR

Università di Milano-Bicocca: il 96% delle denunce di abusi su minori sono false

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Roma, 27 mag (Velino) – “Un tempo si diceva che l’Italia fosse un paese di santi, eroi e navigatori. Adesso sembra che tutti quanti abbiano lasciato il posto ai pedofili”. Così Marco Casonato, docente di Psicologia dinamica all’ università di Milano-Bicocca, commenta con il VELINO il dato dal quale risulta che il 96 per cento circa dei casi registrati ogni anno in Italia, relativi a denunce di minori che sostengono di aver subito una violenza sessuale, è falso. Un dato che rafforza l’allarme lanciato da tempo da psicanalisti e psicologi: attorno al drammatico fenomeno della pedofilia si sta scatenando una vera e propria psicosi altrettanto pericolosa.

Casonato, che è stato tra gli organizzatori del convegno “Abusi, falsi abusi e scienze forensi” tenutosi nell’ateneo milanese dal 20 al 22 maggio, dichiara: “Dai dati diffusi dalla magistratura all’inaugurazione dell’anno giudiziario, si scopre che solo una bassissima percentuale di persone processate per abusi su minori viene condannata. Questo non perché vengano fatti pochi sforzi, ma perché è molto facile essere accusati ingiustamente. Basti pensare che in diversi asili, piscine o teatri per bambini non è più possibile scattare una foto, pena l’essere guardati con sospetto. I genitori alle recite dei propri figli proibiscono ad altri genitori di riprendere lo spettacolo con le telecamere per aura che tra loro si nasconda un pedofilo che diffonderà le immagini. Nonni e zii girano fuori da scuola con fogli in tasca nei quali è attestato per iscritto che sono parenti del bambino. Si è scatenata una psicosi, insomma, che è grave quanto la pedofilia stessa e che causa danni non certo inferiori”.

Casonato individua il periodo in cui è esplosa questa psicosi collettiva .
Dal 1993-94 è stato un crescendo – dichiara lo psicologo -. In Italia si è ripetuto quanto era accaduto negli anni Ottanta in America. Vicende simili a quelle di Rignano Flaminio e Brescia sono già successe negli Usa. Si può dire
che il fenomeno ha investito un po’ tutti i paesi occidentali, chi prima e chi dopo, ma è successo dappertutto. In Italia, forse, ci abbiamo poi messo del nostro”. E cita il famoso caso di Gino Girolimoni, il “mostro” di Roma degli
anni Venti, accusato ingiustamente di stupri e omicidi di bambine e poi scagionato. “Il povero Girolimoni fu prosciolto completamente da un tribunale dopo nove mesi – sottolinea Casonato -. Oggi, in Italia se si è fortunati il proscioglimento arriva dopo dieci anni. Se qualcuno è colpevole mi sta anche bene la durata della pena. Ma se si è innocenti, dieci anni della vita vengono distrutti”.

Qual è stata la causa scatenante del dilagare di questa paranoia? “Sarebbe bello se ci fosse un motivo ben individuabile –risponde Casonato -. È una sorta di ‘tempesta perfetta’ che ha bisogno di tanti elementi per erompere. Ne posso citare alcuni individuati da diversi studiosi internazionali. Ad esempio la fine della paura nei paesi occidentali del comunismo sovietico, del terrore della guerra atomica, delle spie e dei sabotaggi. Non è un caso che negli Stati Uniti è stato rilevato come la paura degli abusi sia parecchio diminuita dopo l’attentato dell’11 settembre, sostituita dall’angoscia per il terrorismo islamico. Del resto in ogni epoca storica le società hanno bisogno di un babau.
Un tempo ci si scatenava contro le streghe e gli eretici”.

Tra gli altri fattori, Casonato cita un certo tipo di cultura femminista. “Premetto che non ho niente contro il femminismo, del quale esistono diverse versioni – dichiaralo psicologo -. Un certo modello di cultura femminista, però, vede l’ uomo come un essere intrinsecamente pericoloso per le donne e i bambini”. E ancora, ad alimentare la psicosi concorre anche lo sfascio della giustizia italiana. “Parlare della situazione della giustizia nel nostro Paese è come sparare sulla Croce Rossa – afferma Casonato -: ci sono pochi uomini, scarsi mezzi e tante cose non funzionano. Come dicevo prima, un iter processuale che dura dieci anni non fa che generare e alimentare il clima velenoso dei sospetti”.

Non inferiore la responsabilità delle famiglie. “Preferiscono credere al babau piuttosto che stare dietro ai propri figli – rileva Casonato -. Adesso sul banco degli accusati finisce internet. Ma internet è come una bicicletta: ci devono essere un papà e una mamma che insegnino ai bambini come si usa.
Chiaro che se il figlio viene lasciato solo davanti al computer, davanti la televisione o in mezzo alla strada le probabilità che gli succeda qualcosa sono più elevate”. E quali le responsabilità della stampa in questa crescente psicosi della pedofilia? “Se c’è un ‘mostro’ da sparare in prima pagina si usano i titoloni – risponde lo psicologo -. Poi quando il ‘mostro’ si scopre
che non è più tale, perché magari c’è stato uno sbaglio o le cose sono state chiarite, non ne parla più nessuno. Fino a che non ne verrà fuori un altro a rimpiazzarlo – conclude Casonato -, quello della pedofilia continuerà a essere
il babau dominante nella società italiana”.

Fonte: “il velino” e http://www.avvocatofrancescomiraglia.it/?p=512

http://www.abusologi.com/il-96-delle-denunce-sono-false/

La sindrome da Alienazione Genitoriale: disagio psichico e crimine perseguibile.

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La sindrome (insieme di sintomi e, in particolare, indicatori di disagio) da alienazione genitoriale si osserva nei minori coinvolti in separazioni conflittuali dei loro genitori. Anche se ancora non è codificata come malattia vera e propria, si richiede spesso l’intervento di specialisti (medici e psicologi) in grado di risolvere quel disagio psichico.

MA C’E’ CHI CERCA DI NEGARE L’ESISTENZA E LA CONSISTENZA DI QUESTA FORMA DI ABUSO.

Chiariamo quindi le cose IN DUE PUNTI:

1) Il disagio psichico che si crea nel bambino psicologicamente manipolato è un disagio di PERTINENZA MEDICO-PSICOLOGICA

2) Il genitore alienante (quello che manipola la psiche dei figli per fargli odiare l’altro genitore), invece, compie un crimine, un reato. E di quel genitore malevolo deve eventualmente occuparsi l’AUTORITA’ GIUDIZIARIA.

Questi sono i termini corretti in cui si pone qualsiasi situazione di ALIENAZIONE GENITORIALE: da una parte un genitore che compie un REATO, dall’altra un bambino che subisce ABUSO PSICHICO.

Per ulteriori informazioni suggeriamo la consultazione di questo sito dedicato: http://www.alienazione.genitoriale.com

 

Fonte: http://www.iodonna.biz/?p=267

Gardner, il medico che per primo descrisse il terribile disagio psichico (Pas) conseguente alla alienazione genitoriale

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Richard Alan Gardner (28 aprile 1931 – 25 maggio 2003) è stato professore di psichiatria clinica nella Divisione di Psichiatria Clinica della Columbia University dal 1963 fino alla sua morte nel 2003. Ha pubblicato più di 40 libri e più di 250 articoli in vari campi della psichiatria infantile, fondato la compagnia Creative Therapeutics e testimoniato come esperto in materia in molti processi per la custodia dei figli.

Gardner è autore del primo libro sugli effetti del divorzio sui bambini, che fu discusso sulla rivista Time e sul giornale New York Times, ed è attualmente alla 28esima ristampa. Ha contribuito a sviluppare tecniche terapeutiche per bambini mediante il gioco, il cui uso è diventato standard nella terapia dell’infanzia. I suoi libri in materia sono stati tradotti in nove lingue.

Il principale contributo di Gardner è stato l’aver coniato il termine sindrome da alienazione genitoriale (PAS) nel 1985 descrivendo il processo di alienazione genitoriale, cioè il modo in cui un genitore può abusare del suo potere per trasformare in odio l’iniziale amore del figlio per l’altro genitore. Nel suo ultimo libro, “La Sindrome da Alienazione Genitoriale” descrive in dettaglio le fasi (lieve, moderata, grave) dell’alienazione operata su di un bambino da un genitore contro l’altro, e le tre tipologie di genitore alienante.

Critiche

La definizione di tale fenomeno quale “sindrome” è controversa. La PAS non è ufficialmente riconosciuta nella versione attuale del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

La sindrome da alienazione genitoriale è stata criticata da alcuni giuristi e psichiatri, contrari alla sua ammissione in campo giuridico. In caso di PAS di grado grave, Gardner raccomanda che la custodia sia trasferita al genitore alienato e che il bambino venga supportato da una terapia di deprogrammazione, osservando che tale misura è l’unica a portare con efficacia alla guarigione. Per la sua natura, tala questione ha suscitato una forte controversia ed attacchi personali contro Gardner, che rispose alle polemiche sull’American Journal of Family Therapy:

«Alcune nascono da conflitti legali, nei quali gli avvocati per i propri scopi di parte spesso selezionano materiale fuori dal loro contesto. Questa è la natura del sistema legale, ed è un dei motivi delle controversie sulle mie opere. Alcune di queste rappresentazioni distorte sono diventate così diffuse che ho ritenuto utile formulare questo chiarimento.»

Suicidio

Gardner si suicidò il 25 maggio 2003. Suo figlio disse che all’epoca il padre era “sconvolto” dall’avanzare dei sintomi di una malattia.

Bibliografia

  1. The boys and girls book about divorce, with an introduction for parents, di Richard A. Gardner, ISBN 0-553-27619-0
  2. Doctor Gardner’s Modern Fairy Tales (1977) ISBN 0-933812-09-4
  3. The Parental Alienation Syndrome (1992) ISBN 0-933812-42-6
  4. Protocols for the Sex-Abuse Evaluation (1995) ISBN 0-933812-38-8
  5. Psychotherapy With Sex-Abuse Victims: True, False, and Hysterical (1996) ISBN 0-933812-41-8
  6. Sex-Abuse Trauma?: Or Trauma from Other Sources? (2001) ISBN 0-933812-47-7
  7. The International Handbook of Parental Alienation Syndrome.


Le gemelline Schepp e il gesto di un padre – di Luca Steffenoni

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Nella sua lucida follia Matthias Shepp ha spiegato tutto e sarebbe un grave errore non ascoltare l’urlo di disperazione che proviene dal suicida

La cronaca nera divora in fretta i suoi martiri. Non si fa in tempo ad interrogarsi ed indignarsi su un caso che già un nuovo evento richiama l’attenzione del pubblico. Sbiadiscono sui giornali le foto delle gemelline italo-svizzere che tanto hanno commosso i lettori, mentre si cerca di dare ancora un volto al misterioso omicida di Yara e si ascolta distrattamente l’ennesima verità di casa Misseri.

Un grand guignol nel quale si fa fatica a riflettere sul significato di avvenimenti che portano impressa una data di scadenza assai ravvicinata. Pur rischiando di apparire anacronistico vorrei riproporre un caso troppo presto archiviato nella categoria della follia e del raptus inspiegabile: la scomparsa di Livia e Alessia.

C’è una probabilità di trovarle in vita, magari affidate alla famosa donna bionda della quale qualche testimone ha parlato? Per quanto possa essere triste, mi sentirei di limitare fortemente le speranze.
Il percorso mentale del padre Matthias Schepp, porta ad escludere un tardivo ripensamento rispetto al piano ampiamente documentato nelle lettere spedite alla moglie. Gli inquirenti le stanno ancora cercando e c’è una possibilità di trovarne almeno i corpi? Al momento le ricerche sono sospese in attesa di avere qualche dato proveniente dall’analisi tecnica sulla memoria contenuta nel navigatore di Shepp, inviato alla ditta costruttrice per un auspicabile ripristino dei dati. Sarà comunque difficilissimo ripercorrere ogni tappa, su un territorio ampio e selvaggio come la Corsica.

Mettendo per un attimo da parte l’orrore è necessario tentare almeno di capire il perchè di certe tragedie nelle quali risulta sempre più evidente come l’aspetto repressivo (se non altro perchè è difficile prendersela con un defunto) da solo non basti ad arginare le violenze intrafamiliari.
Di scarsa utilità è anche il tentativo di utilizzare queste sciagure a beneficio della lotta di genere che un po’ tardivamente si sta inscenando nella società italiana. In un drammatico panorama nel quale le violenze sono in realtà bipartisan, vale la pena ricordare che pochi mesi prima una madre, Vanessa Lo Porto, aveva annegato i due figlioletti Andrea e Rosario nel mare di Gela e che l’infanticidio materno è scomparso solo dalle pagine dei giornali, ma non dalle cronache giudiziarie. Purtroppo la realtà è molto più complessa di ciò che gli slogan semplicistici e spesso utilitaristici vorrebbero far apparire.

Nella sua lucida follia Matthias Shepp ha spiegato tutto e sarebbe un grave errore non ascoltare l’urlo di disperazione che proviene dal suicida.
Nelle sue lettere parla chiaramente di uno stato di grave depressione, causato dall’allontanamento dalle figlie.
«Volevo solo stare con le mie bambine, ma tu mi hai messo davanti un muro di avvocati» rinfaccia alla moglie. Lungi da me giustificare qualsiasi aspetto di questa follia, solo lanciare l’ennesimo grido d’allarme, che peraltro resterà inascoltato.

Vista dal mio osservatorio professionale la crisi della coppia è una polveriera nella quale sempre più spesso sono la Legge e lo Stato a fare da detonatori. Sempre più il sistema di assistenza sociale e di tutela giuridica, anziché aiutare i coniugi a trovare una forma di rispetto reciproco, entra a gamba tesa facendo danni immensi soprattutto a coloro che vorrebbe tutelare, ovvero i minori.

Solo per aver contribuito a sollevare la questione delle accuse strumentali mosse reciprocamente dai coniugi, ricevo centinaia di mail da parte di persone distrutte che cercano la mia solidarietà. La mia pagina di Facebook è diventata una Santa Barbara di disperazione nella quale chi mi scrive pone l’odio per l’ex partner in secondo piano rispetto alla rabbia verso un sistema giustizia che ha perso il suo obiettivo primario. E sono molti, uomini e donne, che mi hanno confessato di capire il tragico gesto di Matthias.

L’humus sul quale attecchiscono questi episodi violenti è fatto di elementi molto concreti. E’ costituito dalla negazione della bigenitorialità, sempre sbandierata e mai tutelata. Si nutre di quella cifra indegna di un paese civile, di 35.000 bambini sottratti alle famiglie da assistenti sociali e tribunali dei minori, spessissimo per circostanze risibili, che alimentano un vero e proprio business sulla pelle dei bambini, anziché mirare all’aiuto concreto e al controllo all’interno della famiglia disagiata. Si alimenta grazie alla non applicazione dell’affido condiviso tra i coniugi, che pure è un diritto sancito dalla legge.

Si macera nella finta guerra alla pedofilia nella quale l’80% dei processi riguarda accuse strumentali utilizzate nei conflitti familiari, anziché vere indagini e prove concrete volte ad eliminare questa terribile piaga. Se non comprendiamo tutto ciò e non mettiamo mano ad una vera riforma volta a smantellare il lobbysmo di avvocati conflittualisti più che matrimonialisti, di associazioni private dai bilanci fumosi, di psicologi volti ad alimentare il disagio più che a curarlo, di case d’accoglienza senza alcun controllo pubblico, di giudici dei minori arroccati nella difesa dei propri privilegi, di pseudo-professionalità inventate sul momento che ruotano come avvoltoi sulla famiglia in crisi, temo che dovremo piangere ancora molti lutti.

[Fonte cadoinpiedi.it]

Luca Steffenoni è criminologo autore, tra l’altro, del libro-denuncia “Presunto colpevole” Chiarelettere

 

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Esclusiva Tgcom: la lettera di Matthias: Schepp: “perdere le bambine è troppo”

Una lettera inedita scritta il 31 gennaio da Matthias Schepp alla moglie Irina. Del testo ne è venuto in possesso Remo Croci, giornalista di News Mediaset, e Tgcom ne anticipa il contenuto integrale in esclusiva. La missiva è stata scritta in francese. Matthias sfoga rabbia e delusione per il mancato affidamento congiunto di Alessia e Livia, incolpando la moglie stessa di non aver voluto incontrarlo per discutere.

ECCO IL TESTO DELLA LETTERA INEDITA

Senza l’affidamento congiunto non ce la faccio!!

Sono già completamente pazzo, malato, allo stremo, distrutto! Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho ricevuto come risposta questi avvocati di merda. Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, e… venire a Neuchatel era uno sforzo troppo grande per te, ed è stato per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!!!!!

Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo.

Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa…. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare.

Matthias

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/503052/schepp-perdere-le-bambine-e-troppo.shtml 12-2-2011

Rapporto fra la Giustizia e i Minori. Il parere del giudice Roberto Ianniello.

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Riprendiamo una intervista, apparsa sulla rivista Psychomedia, al giudice dott. Roberto Ianniello, che è stato recentemente vittima di incredibili e vergognosi attacchi (pare che il giudice abbia osato tentare di proteggere un bambino da una madre assistita dall’avv. Andrea Coffari).

Padre di due figli e marito di una pediatra e psicoterapeuta il dott. Roberto Ianniello è giudice anziano del Tribunale dei Minorenni di Roma. E’ stato protagonista di una delle più significative esperienze di collaborazione fra Magistratura e Servizi Sociosanitari, la UORMEV (2) Attualmente fa parte del gruppo di ricerca sulla Mediazione Interistituzionale affidato dal Dipartimento delle Politiche Sociali del Comune di Roma all’Associazione Romana per la Psicoterapia dell’Adolescenza e presieduto dal prof. Novelletto. Inoltre il dott. Ianniello coordina uno dei gruppi distrettuali organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura finalizzati all’autoformazione dei giudici attraverso la discussione dei criteri e delle metodologie utilizzate nello svolgimento del proprio lavoro istituzionale.

In quella che da molti viene definita una società “senza padri” e di figli “sregolati” la figura del giudice del Tribunale dei Minorenni appare sempre più intensamente investita di aspettative e di timori, sia da parte dei ragazzi e delle loro famiglie che dai Servizi sociosanitari deputati alla prevenzione e alla riabilitazione del disagio adolescenziale. Il magistrato appare collocato su un crinale fra due serie di rappresentazioni: su un versante vi è quella di una “giustizia giusta”, a cui viene delegata la responsabilità di ripristinare l’ordine che è stato sovvertito nella società e, in particolare, di garantire la tutela del minore, il più fragile e bisognoso fra i diversi attori sociali.
Sull’altro versante vi è la rappresentazione di una “giustizia ingiusta”, lenta oppure troppo frettolosa e fallace. In quest’ultimo caso il giudice viene rappresentato come un padre assente e autoritario, che dispone provvedimenti ma non ne verifica l’attuazione, sottraendosi alla relazione con gli utenti e con i Servizi. Insomma, il giudice dei minori è un personaggio allo stesso tempo vicino e lontano e questa intervista è finalizzata a conoscerne meglio ruoli, funzioni, orientamenti.

D. Partirò dal principio: quando e perché si è costituito in Italia il Tribunale dei Minori?

 

R. Il Tribunale dei Minorenni è nato nel 1934 principalmente come organo di controllo della gioventù, in un periodo in cui il Governo mirava al controllo totale della vita sociale dei cittadini. Esso avrebbe costituito un po’ un contrappeso al potere dell’Azione cattolica sui giovani e le famiglie, che il fascismo non riusciva ad intaccare. Negli anni ’30, ’40, Ô50 il giudice dei minori aveva una competenza molto estesa, particolarmente nei settori penale e amministrativo. Poteva intervenire sui minori “irregolari nella condotta”, come diceva la legge, per mandarli in case dove erano contenuti e “curati”. Si è lavorato molto sul piano giurisprudenziale per adeguare le norme alla realtà sociale e culturale in evoluzione. Quando verso la fine degli anni’60, sulla scia delle ricerche e delle scoperte americane, il concetto di abuso è giunto anche in Italia si è attivata la protezione dei minori dall’abuso, utilizzando le norme civili del codice degli anni ’40 attraverso un imponente lavoro interpretativo. Il giudice dei Minorenni è diventato sempre più il giudice dell’abuso e si è attrezzato per fronteggiare questo fenomeno sociale che si scopriva via via essere molto esteso.

D. In cosa consiste il lavoro di un giudice del Tribunale dei Minori in una metropoli come Roma?

 

R. Raffrontare il giudice dei minori alla metropoli mi sembra riduttivo. Il Tribunale di Roma opera su tutto il Lazio e ciò comporta occuparsi anche dei problemi di Comuni piccoli o piccolissimi: basti pensare che la sola provincia di Frosinone ha novantasei Comuni. Esistono tuttora molte problematiche legate al costume locale. Ad esempio, abbiamo potuto osservare fenomeni di incesto in province nelle quali permangono residui di una sorta di iniziazione rituale del pater familias rispetto alle figlie adolescenti, a volte anche preadolescenti. Come pure la resistenza culturale a istituti innovativi come l’affidamento familiare, per persone abituate a ritenere i figli altrettante cose proprie.

D. Quali sono le problematiche di cui vi occupate?


R.
Da un’opinione pubblica abituata alle schematizzazioni il Tribunale dei Minorenni viene considerato il Tribunale dell’adozione e del perdono giudiziale. In realtà il 90% della competenza civile del Tribunale dei Minorenni è nel campo dell’abuso all’infanzia.
E’ un lavoro impegnativo perché è molto difficile individuare questa patologia dei rapporti familiari che spesso, in una visione ristretta, viene ridotta ai maltrattamenti fisici o alle violenze sessuali ma che ha un contenuto ben più ampio. L’abuso, in Italia, si concretizza in larga maggioranza in ipotesi di abbandono. Nella nostra società il bambino subisce molteplici e ripetuti abbandoni che spesso sono ascrivibili ad una ridotta capacità dei genitori ad occuparsene, non solo a causa dei molteplici impegni contingenti ma anche per una sorta di carenza sotto il profilo della trasmissione culturale. Una volta le mamme insegnavano alle mamme. La mia generazione, che è la generazione del Ô68 e del ’77, ha rifiutato ogni forma di tradizione, ogni forma di insegnamento dei padri. Tuttavia la mancanza di radici ed il rifiuto dell’eredità culturale ad un certo punto emergono in termini di disorientamento. Alcuni genitori non hanno avuto una bussola per orientarsi ed hanno dovuto inventarsi le risposte ai bisogni dei figli, per rispondere in maniera non autoritaria, come si faceva prima, pur senza conoscere fino in fondo i comportamenti corretti. A volte si sono commessi degli abusi anche non sapendolo, credendo di fare bene, e gli abusi influiscono sullo sviluppo dell’affettività, dell’aggressività e delle relazioni con l’esterno del bambino, senza parlare degli aspetti cognitivi. Queste carenze nell’evoluzione ad un certo punto emergono e spesso ciò si verifica nell’adolescenza.

D. In certi casi l’adolescenza sarebbe una sorta di cartina tornasole dell’abuso, dunque?

R. Purtroppo si cerca di curare con i farmaci o con equivalenti dei farmaci, come se tutta l’adolescenza fosse in sé una patologia, e si perde in questo modo l’occasione unica di intervenire per aiutare il ragazzo a rimettere le cose a posto in un momento caratterizzato da una grande mobilità psicologica. Non c’è da meravigliarsi dello straordinario successo che ha avuto, prima negli Stati Uniti e ora anche da noi, quella sindrome del bambino iperattivo con la quale si è preso ad etichettare come malattia qualsiasi disturbo che il bambino presenta nella relazione.

D. Chi vi segnala le situazioni di abuso?

 

R. La segnalazione può avere varie origini: un genitore, i parenti, i vicini di casa, la scuola. Non è facile individuare i fattori di rischio evolutivo e quelli di protezione. Qualche anno fa a Monza l’équipe del prof. Bertolini, effettuò una ricerca sui fattori di rischio. I ricercatori si rendevano conto che le famiglie abusanti normalmente sono occulte e non hanno relazioni con le istituzioni: non mandano i figli al nido o all’asilo. Gli unici momenti in cui si potevano individuare le situazioni di rischio familiare erano quello della nascita (il passaggio dalla ginecologia e dall’ostetricia) e il momento della visita pediatrica. Avevano allora predisposto dei questionari per individuare possibili situazioni che poi venivano seguite con un follow up atto a vedere come si poteva contenere il rischio. Spesso la segnalazione individua un’emergenza e richiede risposte immediate ad un disagio già in corso, mentre la modifica preventiva di una situazione di rischio permetterebbe di lavorare soprattutto con le famiglie, in una specie di alleanza nell’interesse del minore.

D. I non addetti ai lavori sanno che le decisioni del Tribunale vengono prese nella Camera di consiglio, ma non ne conoscono l’effettivo funzionamento.


R.
La Camera di consiglio è composta da quattro persone: due sono giudici di carriera e
due sono giudici onorari: psicologi, assistenti sociali, neuropsichiatri, pedagogisti, insegnanti o avvocati, nominati a quella funzione proprio perché hanno una specializzazione rispetto alla trattazione dei problemi infantili. Uno dei due giudici è quello che conosce meglio il fascicolo, perché ha effettuato l’istruttoria.
L’altro è il presidente del collegio. Chi ha compiuto l’istruttoria riferisce quello che è successo, dalla segnalazione del caso a tutto quello che si è accertato in seguito (dichiarazioni delle persone, indagini del servizio sociale o della polizia) fornisce il suo parere in proposito e propone una soluzione. Questa soluzione viene discussa e a volte può non essere accolta. Può capitare a questo giudice di dover scrivere un provvedimento su cui egli non sia del tutto d’accordo ma che è stato votato dalla maggioranza del collegio. Questo è difficile da far comprendere ai Servizi territoriali ed alle persone che hanno collaborato con il Giudice nella raccolta dei dati, fornendo la propria opinione e le proprie proposte. Il Tribunale dei Minorenni sta cercando di riacquistare quanto più possibile un ruolo di imparzialità che nella foga della protezione dell’infanzia si era un po’ persa. I Servizi a volte pensano di poter concordare con il giudice una soluzione, ma questo non è possibile. Mi ricordo che nelle riunioni che c’erano all’epoca della UORMEV, in cui si discuteva dei casi, molte volte c’era da parte degli operatori l’accusa di non aver aderito alla proposta del servizio.

D. Il dottor Fadiga, l’ex presidente del tribunale dei Minorenni di Roma, segnalò che in numero sempre maggiore gli adolescenti si sottraggono al controllo della famiglia e della scuola e si orientano verso condotte antisociali senza i provvedimenti civili in materia di potestà genitoriale né i provvedimenti di ricovero in strutture protette riescano a fornire risposte di aiuto e di contenimento. E’ d’accordo?

 

R. Sono d’accordo. In istituto i problemi non si risolvono ma si aggravano, salvo rare eccezioni. Se l’adolescente rimane in famiglia, per quanto in una situazione conflittuale, ha qualche rapporto affettivo in più, l’ambiente è meno impersonale. Gli istituti dove si può effettuare una terapia si contano sulle dita delle mani. Di solito gli istituti sono privati e quando l’adolescente manifesta dei problemi (dà fastidio, ruba, picchia i compagni, è aggressivo) lo buttano fuori. Insomma ÔAlla prima che mi fai, fai fagotto e te ne vai!’, come diceva un personaggio del Corriere dei Piccoli. C’è bisogno di case famiglia e istituti qualificati e accreditati che non abbandonino l’adolescente a se stesso o lo facciano avviare ad una precoce psichiatrizzazione. Il problema degli adolescenti è un problema familiare ma anche un problema sociale. Spesso i Comuni possono offrire agli adolescenti solo le sale giochi, i video poker e forse una piazza come luogo di aggregazione. Se non hai la ragazza, il PC, non giochi nella squadra di calcio locale o non frequenti la parrocchia cosa fai, in un piccolo paese? Bisognerebbe effettuare investimenti mirati per dare agli adolescenti più alternative: ad esempio realizzare centri diurni di aggregazione, con attività più o meno specializzate.

D. Mi sembra che abbia toccato il problema particolarmente spinoso dei luoghi e delle modalità dove “trattare” adolescenti problematici.

 

R. Il giudice può individuare una diagnosi adeguata, e il trattamento adeguato, ma poi la terapia non si può realizzare perché l’adolescente di Pignataro Interamnia o di Broccostella non trova nelle istituzioni del suo paese i mezzi e la volontà per essere seguito. Trovare un luogo per curarlo costa troppo. Da tempo ritengo che i Comuni che non riescono da soli a realizzare i compiti istituzionali che la legge gli affida in materia di tutela delle persone dovrebbero trovare dei sistemi per unire le loro forze, in maniera da sostenere insieme il peso e le difficoltà di questa azione. Gli unici consorzi che i Comuni sono riusciti ad organizzare sono quelli per lo smaltimento dei rifiuti. Credo che, assieme allo smaltimento dei rifiuti, sia necessario pensare a curare dei cittadini che, se non verranno aiutati e seguiti, potranno creare dei problemi futuri, non solo a se stessi e alle loro famiglie ma a tutta la società.

D. Quali sono i problemi di un’istituzione complessa come quella di un tribunale?

 

R. Sono i soliti, i condizionamenti dall’alto e dal basso. Dall’alto quelli legati a certe prassi burocratiche di origine ministeriale o anche dalla Corte d’appello: non so, compilare dei registri o non ricevere la copertura dei posti scoperti in organico. Dal basso il fatto di non disporre di personale qualificato. Il Tribunale dei Minorenni poi differisce dagli altri organismi giudiziari. Normalmente il giudice ha come interlocutori la polizia e i consulenti tecnici. I consulenti tecnici sono nominati dal giudice e in qualche modo dipendono dal giudice; il capo della polizia giudiziaria è il procuratore della repubblica, un magistrato. Il Giudice dei Minorenni, però, non agisce con la polizia né con i consulenti tecnici ma con specialisti di altre professioni che hanno un diverso ordinamento e diverse dipendenze gerarchiche, vengono pagati da altre istituzioni e sono totalmente liberi rispetto al giudice. Il giudice non può emettere ordini nei loro confronti. Essi devono svolgere il loro lavoro secondo i criteri della loro professione, che sono molto spesso diversi da quelli giuridici.

D. Si pone quindi un problema di integrazione fra queste diverse figure?


R.
Sì, a livelli diversi. Sia in termini di comprensione del linguaggio che di conflitti fra i dirigenti delle diverse istituzioni che possono fortemente condizionare il risultato di questa attività, che è un’attività complessa. Ormai l’hanno capito un po’ tutti che su un bambino, e soprattutto su un adolescente, si può sperare di ottenere un risultato se si lavora in équipe, con più persone che portino le proprie competenze scientifiche ma anche le capacità personali, sia tecniche che empatiche. Io mi batto da anni per la creazione di Servizi multidisciplinari, formati da più operatori che lavorano insieme. L’idea di risolvere i problemi con il singolo assistente sociale, magari relegato in un piccolo Comune sulla montagna, è pura utopia.

D. Eppure talvolta fra magistrati ed operatori dei servizi si registra una polemica: i primi contestano ai servizi sociosanitari del territorio di non fornire adeguati elementi per il giudizio e la decisione conseguente; i secondi denunciano la resistenza dei magistrati a voler realmente collaborare con altri professionisti e una tendenza a voler risolvere da soli i problemi. Qualcuno ha parlato addirittura di giudici in camice bianco e psicologi in toga nera. Qual’è la sua opinione in proposito?

 

R. E’ una polemica vecchia, credo abbastanza superata. Adesso l’accusa principale è quella di non voler concordare la decisione, mentre il giudice decide come terzo. Per cui ci sono richieste strane, ad esempio che la relazione del Servizio rimanga segreta. Ma come si fa a rendere segreto l’atto di un processo in un sistema in cui c’è la massima trasparenza a garanzia di tutti? Capita ancora, però, che certe indagini e certi accertamenti siano carenti e non diano gli elementi sufficienti per decidere, o che vengano effettuati dopo un tempo talmente lungo da rendere vana la protezione. Il giudice non attende passivamente questo tempo: ogni tre mesi al massimo sollecita una risposta; ma io ho avuto delle ASL che mi hanno risposto, nonostante solleciti stringenti, dopo oltre un anno. E allora l’alternativa è denunciarli per omissione di atti d’ufficio. Ma serve realmente fare questo? Una denuncia non facilita una collaborazione. Quindi il rapporto è sempre molto delicato. In ogni lavoro, sia fra i giudici che fra gli operatori e gli specialisti dei servizi, ci sono persone brave e meno brave, persone che hanno voglia di lavorare e persone che non l’hanno. Il problema vero è quando un Servizio s’identifica con la figura di una sola persona: se questa persona è impreparata è un guaio per tutti.

D. Diversi esperti propongono di migliorare il faticoso processo di integrazione fra magistrati e operatori dei servizi introducendo una specifica formazione psicologica per i primi e una formazione giuridica per i secondi. Non le sembra che in questo modo si dia troppo spazio agli aspetti intellettuali e troppo poco allo scambio e alla comunicazione diretta di atteggiamenti, contenuti e modelli culturali caratteristici delle specifiche professioni?

 

R. Penso di sì. L’integrazione è molto difficile anche perché i ruoli sono diversi: i Servizi devono svolgere le loro competenze in materia di accertamento, di prognosi, di individuazione delle problematiche e di proposte di soluzione, mentre il giudice deve giudicare. Il compito del giudice è di effettuare la iuris dictio, cioè dire quale norma di legge si applica al caso concreto e qual’è il rimedio alla violazione che si è verificata. E’ indubbio che una formazione specifica possa essere utile nel senso di creare le basi per una formazione comune. Però mi spaventa pensare ad una formazione di tipo tayloristico, nella quale ci sia il Docente e i discepoli che devono abbeverarsi al suo sapere. Una formazione così ormai abbiamo scoperto non funziona, non serve a scambiare ed elaborare le esperienze, i diversi modi di pensare e di sentire, né ad evitare appiattimenti cognitivi.

D. Negli ultimi anni hanno fatto scalpore i delitti commessi da alcuni adolescenti italiani, da Pietro Maso alle ragazze di Chiavenna e di Foggia fino a Omar ed Erika. Dal suo osservatorio a lei sembra che la violenza giovanile sia in aumento in Italia?

 

R. Direi di no. I dati statistici ci dicono che il livello di delinquenza giovanile in Italia è il più basso che esista in Europa e che questa situazione è rimasta stabile negli ultimi cinque anni. Certo è indubbio che oggi si assista a delitti particolarmente efferati e che ciò susciti particolare clamore, anche in relazione alla straordinaria cassa di risonanza dei mass media, motivati da esigenze spesso principalmente commerciali.

D. Cosa ne pensa delle proposte di legge di diminuire l’imputabilità piena da diciotto a quattordici anni e quella ridotta da quattordici a dodici?

 

R. Sono le proposte dei cosiddetti benpensanti, spaventati dalla risonanza di cui parlavo prima. Fino a quattordici anni si ha una piena irresponsabilità dei minori e al di sopra di quell’età, dai quattordici ai diciotto anni, vi è una piena imputabilità ma con una diminuzione della pena fino ad un terzo. Con il bilanciamento delle aggravanti, delle attenuanti e della diminuente della minore età si può sempre valutare la pena in maniera adeguata alla situazione, disponendo anche pene severe, se ne ricorrono i presupposti , dal momento che le previsioni normative lo consentono.

D. E’ vero che aumentano i reati commessi dagli infra-quattordicenni ?

 

R. Statisticamente non è dimostrato. In città come Roma il dato percentuale più elevato riguarda i reati commessi da persone non italiane, reati sempre degli stessi tipi: furti commessi dagli zingari e vendita di stupefacenti da parte dei nordafricani. Si cominciano a manifestare fenomeni di bullismo, che sono evidentemente dipendenti da un ambiente familiare e sociale inadeguato.

D. Un dato significativo è l’aumento dei reati collettivi. L’adolescente è spesso affiancato da un “complice”: un amico, il ragazzo/a, o, più frequentemente, agisce all’interno di un gruppo o di una “banda” legati da dinamiche specifiche. Mi pare che questo segnali lo stretto vincolo fra la mente del singolo e quella del gruppo e renda particolarmente complicato l’accertamento della responsabilità civile o penale che è sempre individuale. Come si muove il giudice in questi casi?

 

R. I reati di gruppo ci sono sempre stati. L’adolescente si unisce in bande quando ha bisogno di trovare conferme che non ha né nella famiglia né nell’ambiente sociale più esteso. Se i giovani fossero in società primitive probabilmente si sottoporrebbero a riti di iniziazione; in questa società a volte il comportamento antisociale può costituire l’equivalente di un rito iniziatico. Se l’adolescente avesse delle alternative nella famiglia o nel gruppo sociale non avrebbe bisogno di cercare conferme, considerazione, collocazione e anche affetto nella banda. Pensiamo alla paura che ha un adolescente quando commette un reato: paura di essere scoperto e di non essere adeguato, di perdere la faccia di fronte alla banda e al capo della banda, che può essere anche un adulto. Non ci dimentichiamo mai che imputabilità significa capacità di intendere e di volere, che vuol dire capacità di intendere il significato delle proprie azioni ma anche di volerle autonomamente. E’ opinabile che chi partecipa ad una banda abbia delle minori capacità di volere autonomamente l’atto compiuto perché in quel momento esso è in qualche modo emanazione di qualcun altro, di qualche cos’altro, forse emanazione di questo spirito impersonale ed anonimo della banda che proprio per questo anonimato permette una confusione fra ruoli, azioni e desideri. Mi viene sempre in mente quella definizione del popolo tedesco che lo rappresenta tanto sublime in ogni singolo individuo e così spregevole se preso tutto assieme. L’adolescente a volte è anche un po’ questo e bisogna tenerne conto.

D. Si dice che l’adolescenza possiede una sua specifica carica provocatrice e che rappresenta la fase della vita che più di ogni altra produce intensi processi identificatori fra il soggetto e i suoi oggetti. Sarebbe proprio questa caratteristica che attiva tanto l’interlocutore. E’ così anche per il giudice dei minori?

 

R. Sì. Alcuni giudici possono non trovarsi bene a svolgere questo lavoro perché può smuovere conflitti irrisolti del soggetto che indaga. Soprattutto nei rapporti con gli adolescenti, ma anche con i bambini e con le loro famiglie. Allo stesso modo ci sono aspettative riversate sul giudice per le quali egli può essere vissuto in senso miracolistico, come quel soggetto imparziale che risolve il conflitto che coniugi o conviventi non riescono a risolvere. Però il più delle volte prevale una difesa della propria riservatezza ed esiste una grande paura che qualcuno metta il naso nelle vicende familiari. Il giudice, dal punto di vista soggettivo, può essere vissuto come una figura da cui guardarsi perché è un po’ una schematizzazione del Super-Io. In effetti, fra le istituzioni, quella che giudica ha connotati fortemente superegoici. Così la relazione con il giudice può dipendere dal rapporto che ogni persona e ogni famiglia ha costruito con il Super- Io. Il mondo familiare è un mondo chiuso per definizione, in cui nessuno deve mettere bocca. I luoghi comuni su questa privatezza sono nei proverbi e nelle massime incise sulle mattonelle vendute nelle Fiere di paese. “I panni sporchi si lavano in famiglia” si dice, oppure “Dentro la mia casa io sono il re”, ed anche il detto poco ospitale sulla somiglianza fra ospiti e pesci finisce per inserirsi in questa difesa strenua di un ambito nel quale si può entrare se invitati (l’ospite), ma solo per breve periodo, e dove si è soggetti all’autorità assoluta del capofamiglia (il re). In tale ordine di idee è difficile accettare che ci sia un organismo statale della forza e del peso di un Tribunale che interviene ed interferisce con le decisioni e le vicende familiari. Anche nei giudici è talvolta presente il burn out che così gravemente colpisce i lavoratori delle helping professions tutte le volte che non riescono a superare l’inevitabile accumulo di frustrazioni conseguente alle difficoltà ed agli ostacoli nel raggiungimento degli obiettivi del proprio lavoro..
Il giudice che vuole svolgere bene il proprio lavoro ha bisogno di guardarsi dentro, acquisire quegli elementi che gli permettano di dialogare con le persone con cui viene a contatto e risolvere quei conflitti che possono inficiare il proprio giudizio, impedendo di vedere la realtà così come è.

Titolo originale: Il rapporto fra la Giustizia e i Minori. Roberto Ianniello. Intervista di Emilio Masina, tratta da http://www.psychomedia.it/aep/2002/numero-2/masina.htm

GenioDonna: “il calvario dei padri e la Sindrome di Medea”

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Vogliamo parlare — perché questo ci compete come testata giornalistica centrata sulle pari opportunità — del velo che questa fiction (Sarò sempre tuo padre, con Beppe Fiorello) ha contributo a squarciare rispetto ad un problema sociale che investe oltre due milioni di famiglie italiane: quello delle cattive separazioni, da cui discendono più o meno spaventose guerre di genere che stanno precarizzando l’esistenza di troppe persone, di troppi bambini.

Su uno dei prossimi numeri parleremo degli abusi veri e di quelli falsi, di 950mila bambini orfani di un genitore vivo (che vedono una sola volta a settimana) e di altri 120mila tolti ad entrambi e spediti in comunità; di trafile giudiziarie che impoveriscono le persone non solo materialmente e sono totalmente asincrone rispetto ai tempi di crescita dei minori coinvolti; ci interrogheremo sul senso delle case per papà separati, che diversi Comuni stanno aprendo e che, paradossalmente, certificano una nuova fascia di disagio sociale creata dalle istituzioni medesime.

Dietro le “separazioni violente” c’è un problema di diritto e di diritti, di cultura delle pari opportunità.

Quello che esplode dopo che la coppia scoppia è un disagio che viene da lontano. I padri dovrebbero occuparsi dei figli fin da quando sono ancora nella pancia delle mamme e condividere con queste ultime tutte le esperienze genitoriali successive. Perché ciò accada devono fare un salto convinto in avanti gli stessi padri, le madri e il mondo del lavoro, che dovrebbe adeguare tempi e pretese. Non a caso tra le proposte di legge sottoscritte da Geniodonna c’è anche quella per rendere obbligatori i congedi parentali per gli uomini.

Ma, per ora, all’orizzonte non si vedono soluzioni certe e soddisfacenti. E quando non si percepisce la luce oltre il tunnel non può che salire la tensione, persino tra persone che si amano o si sono amate.

E che poi magari si ritrovano in tribunale, vittime (o peggio complici) di due estremi opposti che finiscono per toccarsi: il veteromaschilismo di giudici che non si sono mai occupati dei loro figli e non capiscono perché un papà dovrebbe essere ancora interessato ai suoi dopo che ha rotto con la moglie, e il cosìdetto nazifemminismo (così chiamato nei vari blog e gruppi nati di recente su internet, ma un grecista lo definirebbe “sindrome di Medea”), quello che non disdegna nemmeno le false accuse di abusi, su se stesse e sui minori, per distruggere l’ex marito.

Chissà quando arriverà il giorno in cui anche noi poveri italiani ci meriteremo un ministro come Segolene Royal, che nel 2002 varò la legge sulla residenza alternata, che non lascia dubbi su che cosa debbano fare i separati: i bravi genitori, dediti ad occuparsi in egual misura dei figli.

Pietro Berra

 

Fonte: Geniodonna n. 27/28, pag. 21. Gennaio/febbraio 2012.

Su internet: http://www.geniodonna.it e http://www.facebook.com/genio.donna

 

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