Archive for April 20th, 2011

 

I figli sono come gli aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.

Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.

Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.

(Erna Bombeck)

La colomba è il dolce tipico che più caratterizza la Pasqua. Si tratta di un dolce lievitato con ingredienti molti simili al panettone e al pandoro, ma di forma diversa, di colomba appunto.

Questo dolce chiude tradizionalmente il pranzo pasquale insieme alle uova di cioccolato, perché fin dai tempi più remoti, sia all’uovo sia alla colomba era attribuito un forte valore simbolico di pace, rinascita e amore. Secondo la Bibbia, infatti, fu proprio una colomba, con un ramoscello d’ulivo nel becco, a tornare da Noè dopo il diluvio universale per testimoniare l’avvenuta riconciliazione fra Dio e il suo popolo.

Alla colomba pasquale sono legate diverse leggende d’epoca medievale. La prima ha per protagonista Re Alboino, quando calò in Italia con le sue orde barbariche tentando di conquistare Pavia.

La resa di Pavia (miniatura del 16° secolo - Biblioteca Nazionale di Parigi)

Tradizione vuole che, dopo un lunghissimo assedio durato tre anni, Alboino fosse riuscito ad entrare in città, alla vigilia della Pasqua del 572. Animato da voglia di vendetta, decretò che avrebbe accettato doni dai cittadini prima che Pavia venisse venisse messa a ferro e fuoco. Così ricevette in dono dodici bellissime fanciulle che avrebbero dovuto deliziare le sue notti.

Mentre rifletteva sulla sorte di Pavia, si presentò al suo cospetto un vecchio artigiano con dei pani dolci a forma di colomba: “Sire – disse il vecchio – io ti porgo queste colombe quale tributo di pace nel giorno di Pasqua”. I pani risultarono così buoni da spingere il sovrano ad una promessa: “Pace sia e rispetterò sempre anche le colombe simbolo della tua delizia”.

Quel dono presentato ad Alboino nascondeva però un sottile inganno. Infatti, quando il re chiese il nome alle fanciulle che gli erano state regalate, scoprì che tutte si chiamavano Colomba. Alboino comprese l’arguto raggiro che gli era stato giocato, ma rispettò lo stesso la promessa fatta, salvando sia la popolazione dalla sua vendetta sia le “Colombe” dalla sua bramosia sessuale.

Una seconda leggenda parla di San Colombano, un abate irlandese ed ha le sue origini in Lombardia. Si dice che il Santo, giunto a Milano nel 612, fu ricevuto dalla regina Teodolinda insieme ai suoi confratelli. Venne preparato un pasto pantagruelico a base di carne e selvaggina, che il Santo rifiutò di mangiare perché avrebbe infranto il precetto pasquale del digiuno. Teodolinda si offese profondamente e per rabbonirla San Colombano disse che avrebbe consumato quei cibi dopo averli benedetti. Immediatamente le carni si trasformarono in colombe bianche ed il pane assunse la forma di colomba. La regina rimase molto colpita del miracolo e donò a Colombano un vasto terreno vicino a Bobbio dove poi venne eretta l’Abbazia di San Colombano.

Una terza leggenda è legata alla Battaglia di Legnano (29 maggio 1176), in cui le armi della Lega lombarda e dei suoi alleati sconfissero quelle dell’imperatore Federico Barbarossa.

Una coppia di colombi aveva il suo nido in una via di Milano accanto alla finestra di una donna che si era affezionata a loro. La donna aveva due figli che un giorno dovettero partire per la guerra, arruolati sotto le bandiere della Lega lombarda. La donna piombò nella più nera disperazione.

"La Battaglia di Legnano" di Massimo d'Azeglio (particolare)

La leggenda vuole che i colombi, colpiti da tanto dolore, volassero fino al campo di battaglia di Legnano, a nord-ovest di Milano, dirigendo con il loro volo i tiri delle armi dei soldati dei Comuni e che, a vittoria raggiunta, si posassero sul pennone del Carroccio. Quando i figli della donna tornarono a casa, anche i colombi rioccuparono il loro nido.

La creazione della colomba pasquale come dolce è legata però anche ad un’altra leggenda, sempre riferita alla Battaglia di Legnano. Un condottiero del Carroccio, osservando durante la battaglia due colombi posarsi sopra le insegne della Lega lombarda, decise d’infondere ai suoi uomini il nobile spirito di quegli uccelli facendo confezionare dai cuochi dei pani a forma di colomba, a base di uova, farina e lievito.

La colomba come la conosciamo oggi è nata per esigenze industriali. Ai primi del Novecento, Dino Villani, direttore commerciale dell’azienda dolciaria milanese Motta, pensò di sfruttare i macchinari utilizzati per fare i panettoni natalizi per preparare un prodotto usando la stessa pasta e dandogli la forma di una colomba.

Il boom e la definitiva consacrazione di questo dolce a simbolo pasquale è dovuto al pubblicitario franco-russo Adolphe Jean Marie Mouron, noto con lo pseudonimo di Cassandre, che realizzò per conto della Motta un manifesto con lo slogan “Colomba pasquale Motta, il dolce che sa di primavera” (nella foto)

 

 

http://www.gustosamente.net/il-piacere-di-sapere/colomba-pasquale/

Le lontane origini dell’Uovo di Pasqua

Posted April 20, 2011 By FolleWeb

La simbologia dell’uovo si perde nella notte dei tempi: visto come simbolo della vita in sé e spesso ricoperto di sacralità. Secondo alcune religioni pagane, gli emisferi della terra e del cielo altro non erano che parti di un unico uovo, culla della vita umana. Gli egizi, invece, ritenevano che nell’uovo si fondessero i quattro elementi dell’universo (aria, acqua, terra e fuoco).
I persiani furono i primi ad introdurre la tradizione dello scambio di uova come doni, nel caso specifico in occasione dell’arrivo della primavera. Ben presto anche gli egizi, i greci e i cinesi assimilarono quella tradizione.
Nel Medioevo si iniziò a decorare quelle uova, regalandole alla servitù in occasione della primavera come simbolo della rinascita della natura. L’avvento del Cristianesimo infarcì la tradizione con la simbologia della rinascita dell’uomo.
Nacque così, probabilmente in Germania, l’usanza di regalare uova in occasione della Pasqua.
Nel 1883 l’orafo Peter Carls Fabergé fu incaricato dallo zar di creare un uovo decorato per la zarina Maria: creò un uovo di platino che conteneva un uovo d’oro e, a sua volta, due regali: una riproduzione della corona imperiale ed un pulcino d’oro. L’idea fu un successo e nacque così la tradizione di inserire dei doni all’interno delle uova di Pasqua.

Con l’occasione, auguro a tutti buona Pasqua!

La Storia del Leprotto di Pasqua

Posted April 20, 2011 By FolleWeb

Dallo scrigno dei tesori delle antiche usanze possiamo riafferrare e vivificare costumi già quasi scordati.

 

C’erano una volta un papà leprotto ed una mamma leprotto, che avevano sette leprottini e non sapevano quale sarebbe diventato il vero leprotto di Pasqua. Allora mamma leprotto prese un cestino con sette uova e papà leprotto chiamò i leprottini. Poi disse al più grande: “Prendi un uovo dal cestino e portalo nel giardino della casa, dove ci sono molti bambini.”
Il leprotto più grande prese l’uovo d’oro, corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato e giunse al giardino della casa. Qui voleva saltare oltre il cancello, ma fece un balzo così grande e con tanta forza che l’uovo cadde e si ruppe.
Questo non era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al secondo. Egli prese l’uovo d’argento, corse via nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato; allora la gazza gridò “Dallo a me l’uovo, dallo a me l’uovo, ti regalerò una moneta d’argento!” E prima che il leprotto se ne accorgesse la gazza aveva già portato l’uovo d’argento nel suo nido.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al terzo. Questi prese l’uovo di cioccolato. Corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco e incontrò uno scoiattolo che scendeva, saltellando, da un alto abete. Lo scoiattolo spalancò gli occhi e chiese: “Ma è buono l’uovo?”
“Non lo so,” rispose il leprotto, “lo voglio portare ai bambini.”
“Lasciami assaggiare un po’!”
Lo scoiattolo cominciò a leccare e poiché gli piaceva tanto, non finiva mai e leccò e mangiucchiò pure il leprotto, fino a che dell’uovo non rimase più nulla; quando il terzo leprotto tornò a casa, mamma leprotto lo tirò per la barba ancora piena di cioccolato e disse: “Neanche tu sei il vero leprotto di Pasqua.”
Ora toccava al quarto.
Il leprottino prese l’uovo chiazzato. Con quest’uovo corse nel bosco e arrivò al ruscello. Saltò sul ramo d’albero posto di traverso, ma nel mezzo di fermò. Guardò giù e si vide nel ruscello come in uno specchio. E mentre così si guardava, l’uovo cadde nell’acqua con gran fragore.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al quinto. Il quinto prese l’uovo giallo. Corse nel bosco e, ancor prima di giungere al ruscello, incontrò la volpe, che disse: “Su, viene con me nella mia tana a mostrare ai miei piccoli questo bell’uovo!”
I piccoli volpacchiotti si misero a giocare con l’uovo, finché questo urtò contro un sasso e si ruppe.
Il leprotto corse svelto svelto a casa, con le orecchie basse.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al sesto. Il sesto leprotto prese l’uovo rosso. Con l’uovo rosso corse nel bosco. Incontrò per via un altro leprotto. Appoggiò il suo uovo sul sentiero e presero ad azzuffarsi.
Si diedero grandi zampate, e alla fine l’altro se la diede a gambe.
Ma quando il leprottino cercò il suo uovo, era già bell’e calpestato, ridotto in mille pezzi.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al settimo. Il leprotto più giovane ed anche il più piccolo. Egli prese l’uovo blu. Con l’uovo blu corse nel bosco.
Per via, incontrò un altro leprotto, ma lo lasciò passare e continuò la sua corsa. Venne la volpe. Il nostro leprotto fece un paio di salti in qua e in là e continuò a correre, finché giunse al ruscello.
Con lievi salti lo attraversò, passando sul tronco dell’albero.
Venne lo scoiattolo, ma egli continuò a correre e giunse al prato.
Quando la gazza strillò, egli disse soltanto: “Non mi posso fermare, non mi posso fermare!”
Finalmente giunse al giardino della casa. Il cancello era chiuso. Allora fece un salto, né troppo grande né troppo piccolo, e depose l’uovo nel nido che i bambini avevano preparato.
Questo era il vero leprotto di Pasqua!

 

La Storia del Leprotto di Pasqua tratta dal libro “Festeggiare la Pasqua con i bambini

 


http://www.rudolfsteiner.it/leprotto.htm