Archive for April, 2011

 

20 aprile 2011 – Antonella Flati, una vita di sofferenze, da piccola, allontanata dai genitori, ma oggi dice: ” io credo nella famiglia, ogni bambino ha diritto ad avere la mamma ed il papà ”

 

«Una mozione affinché la Provincia di Roma promuova l’istituzione anche in Italia nel mese di aprile, della “Giornata della consapevolezza della alienazione genitoriale”, già istituita in molti Stati americani, il 25 aprile. È stata approvata all’unanimità dal Consiglio, nella seduta odierna. È quanto si legge in una nota di Massimo Caprari, capogruppo ApI a Palazzo Valentini e primo firmatario della mozione.

«È un fenomeno che in America hanno tristemente sperimentato prima di noi – spiega Caprari. La sindrome di alienazione genitoriale (parental alienation syndrome) è una condizione psicologica più spesso osservata nei bambini coinvolti in separazioni e divorzi conflittuali. L’alienazione genitoriale è considerata una forma di abuso sull’infanzia, in quanto i bambini vengono ingannati, plagiati fino a tramutare in odio l’amore che provavano verso un genitore. Il più comune sintomo della Pas è il rifiuto dei bambini ad aver contatti con un genitore; un rifiuto che non trova giustificazioni ma e’ causato da tattiche alienanti». «La consapevolezza è primo passo necessario per fermare questa forma di manipolazione che danneggia emotivamente, spaventa e priva del senso di sicurezza e protezione i bambini, con conseguenze anche nell’età adulta. Per questo – conclude Caprai – crediamo utile una giornata di riflessione e sensibilizzazione e la Provincia di Roma è il primo ente pubblico, attraverso questo atto formale, a promuovere iniziative verso un fenomeno in crescita anche in Italia ma di cui si parla ancora troppo poco».

http://www.alienazione.genitoriale.com

 

I figli sono come gli aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.

Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.

Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.

(Erna Bombeck)

La colomba è il dolce tipico che più caratterizza la Pasqua. Si tratta di un dolce lievitato con ingredienti molti simili al panettone e al pandoro, ma di forma diversa, di colomba appunto.

Questo dolce chiude tradizionalmente il pranzo pasquale insieme alle uova di cioccolato, perché fin dai tempi più remoti, sia all’uovo sia alla colomba era attribuito un forte valore simbolico di pace, rinascita e amore. Secondo la Bibbia, infatti, fu proprio una colomba, con un ramoscello d’ulivo nel becco, a tornare da Noè dopo il diluvio universale per testimoniare l’avvenuta riconciliazione fra Dio e il suo popolo.

Alla colomba pasquale sono legate diverse leggende d’epoca medievale. La prima ha per protagonista Re Alboino, quando calò in Italia con le sue orde barbariche tentando di conquistare Pavia.

La resa di Pavia (miniatura del 16° secolo - Biblioteca Nazionale di Parigi)

Tradizione vuole che, dopo un lunghissimo assedio durato tre anni, Alboino fosse riuscito ad entrare in città, alla vigilia della Pasqua del 572. Animato da voglia di vendetta, decretò che avrebbe accettato doni dai cittadini prima che Pavia venisse venisse messa a ferro e fuoco. Così ricevette in dono dodici bellissime fanciulle che avrebbero dovuto deliziare le sue notti.

Mentre rifletteva sulla sorte di Pavia, si presentò al suo cospetto un vecchio artigiano con dei pani dolci a forma di colomba: “Sire – disse il vecchio – io ti porgo queste colombe quale tributo di pace nel giorno di Pasqua”. I pani risultarono così buoni da spingere il sovrano ad una promessa: “Pace sia e rispetterò sempre anche le colombe simbolo della tua delizia”.

Quel dono presentato ad Alboino nascondeva però un sottile inganno. Infatti, quando il re chiese il nome alle fanciulle che gli erano state regalate, scoprì che tutte si chiamavano Colomba. Alboino comprese l’arguto raggiro che gli era stato giocato, ma rispettò lo stesso la promessa fatta, salvando sia la popolazione dalla sua vendetta sia le “Colombe” dalla sua bramosia sessuale.

Una seconda leggenda parla di San Colombano, un abate irlandese ed ha le sue origini in Lombardia. Si dice che il Santo, giunto a Milano nel 612, fu ricevuto dalla regina Teodolinda insieme ai suoi confratelli. Venne preparato un pasto pantagruelico a base di carne e selvaggina, che il Santo rifiutò di mangiare perché avrebbe infranto il precetto pasquale del digiuno. Teodolinda si offese profondamente e per rabbonirla San Colombano disse che avrebbe consumato quei cibi dopo averli benedetti. Immediatamente le carni si trasformarono in colombe bianche ed il pane assunse la forma di colomba. La regina rimase molto colpita del miracolo e donò a Colombano un vasto terreno vicino a Bobbio dove poi venne eretta l’Abbazia di San Colombano.

Una terza leggenda è legata alla Battaglia di Legnano (29 maggio 1176), in cui le armi della Lega lombarda e dei suoi alleati sconfissero quelle dell’imperatore Federico Barbarossa.

Una coppia di colombi aveva il suo nido in una via di Milano accanto alla finestra di una donna che si era affezionata a loro. La donna aveva due figli che un giorno dovettero partire per la guerra, arruolati sotto le bandiere della Lega lombarda. La donna piombò nella più nera disperazione.

"La Battaglia di Legnano" di Massimo d'Azeglio (particolare)

La leggenda vuole che i colombi, colpiti da tanto dolore, volassero fino al campo di battaglia di Legnano, a nord-ovest di Milano, dirigendo con il loro volo i tiri delle armi dei soldati dei Comuni e che, a vittoria raggiunta, si posassero sul pennone del Carroccio. Quando i figli della donna tornarono a casa, anche i colombi rioccuparono il loro nido.

La creazione della colomba pasquale come dolce è legata però anche ad un’altra leggenda, sempre riferita alla Battaglia di Legnano. Un condottiero del Carroccio, osservando durante la battaglia due colombi posarsi sopra le insegne della Lega lombarda, decise d’infondere ai suoi uomini il nobile spirito di quegli uccelli facendo confezionare dai cuochi dei pani a forma di colomba, a base di uova, farina e lievito.

La colomba come la conosciamo oggi è nata per esigenze industriali. Ai primi del Novecento, Dino Villani, direttore commerciale dell’azienda dolciaria milanese Motta, pensò di sfruttare i macchinari utilizzati per fare i panettoni natalizi per preparare un prodotto usando la stessa pasta e dandogli la forma di una colomba.

Il boom e la definitiva consacrazione di questo dolce a simbolo pasquale è dovuto al pubblicitario franco-russo Adolphe Jean Marie Mouron, noto con lo pseudonimo di Cassandre, che realizzò per conto della Motta un manifesto con lo slogan “Colomba pasquale Motta, il dolce che sa di primavera” (nella foto)

 

 

http://www.gustosamente.net/il-piacere-di-sapere/colomba-pasquale/

Le lontane origini dell’Uovo di Pasqua

Posted April 20, 2011 By FolleWeb

La simbologia dell’uovo si perde nella notte dei tempi: visto come simbolo della vita in sé e spesso ricoperto di sacralità. Secondo alcune religioni pagane, gli emisferi della terra e del cielo altro non erano che parti di un unico uovo, culla della vita umana. Gli egizi, invece, ritenevano che nell’uovo si fondessero i quattro elementi dell’universo (aria, acqua, terra e fuoco).
I persiani furono i primi ad introdurre la tradizione dello scambio di uova come doni, nel caso specifico in occasione dell’arrivo della primavera. Ben presto anche gli egizi, i greci e i cinesi assimilarono quella tradizione.
Nel Medioevo si iniziò a decorare quelle uova, regalandole alla servitù in occasione della primavera come simbolo della rinascita della natura. L’avvento del Cristianesimo infarcì la tradizione con la simbologia della rinascita dell’uomo.
Nacque così, probabilmente in Germania, l’usanza di regalare uova in occasione della Pasqua.
Nel 1883 l’orafo Peter Carls Fabergé fu incaricato dallo zar di creare un uovo decorato per la zarina Maria: creò un uovo di platino che conteneva un uovo d’oro e, a sua volta, due regali: una riproduzione della corona imperiale ed un pulcino d’oro. L’idea fu un successo e nacque così la tradizione di inserire dei doni all’interno delle uova di Pasqua.

Con l’occasione, auguro a tutti buona Pasqua!

La Storia del Leprotto di Pasqua

Posted April 20, 2011 By FolleWeb

Dallo scrigno dei tesori delle antiche usanze possiamo riafferrare e vivificare costumi già quasi scordati.

 

C’erano una volta un papà leprotto ed una mamma leprotto, che avevano sette leprottini e non sapevano quale sarebbe diventato il vero leprotto di Pasqua. Allora mamma leprotto prese un cestino con sette uova e papà leprotto chiamò i leprottini. Poi disse al più grande: “Prendi un uovo dal cestino e portalo nel giardino della casa, dove ci sono molti bambini.”
Il leprotto più grande prese l’uovo d’oro, corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato e giunse al giardino della casa. Qui voleva saltare oltre il cancello, ma fece un balzo così grande e con tanta forza che l’uovo cadde e si ruppe.
Questo non era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al secondo. Egli prese l’uovo d’argento, corse via nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco, corse per il prato; allora la gazza gridò “Dallo a me l’uovo, dallo a me l’uovo, ti regalerò una moneta d’argento!” E prima che il leprotto se ne accorgesse la gazza aveva già portato l’uovo d’argento nel suo nido.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al terzo. Questi prese l’uovo di cioccolato. Corse nel bosco, attraversò il ruscello, uscì dal bosco e incontrò uno scoiattolo che scendeva, saltellando, da un alto abete. Lo scoiattolo spalancò gli occhi e chiese: “Ma è buono l’uovo?”
“Non lo so,” rispose il leprotto, “lo voglio portare ai bambini.”
“Lasciami assaggiare un po’!”
Lo scoiattolo cominciò a leccare e poiché gli piaceva tanto, non finiva mai e leccò e mangiucchiò pure il leprotto, fino a che dell’uovo non rimase più nulla; quando il terzo leprotto tornò a casa, mamma leprotto lo tirò per la barba ancora piena di cioccolato e disse: “Neanche tu sei il vero leprotto di Pasqua.”
Ora toccava al quarto.
Il leprottino prese l’uovo chiazzato. Con quest’uovo corse nel bosco e arrivò al ruscello. Saltò sul ramo d’albero posto di traverso, ma nel mezzo di fermò. Guardò giù e si vide nel ruscello come in uno specchio. E mentre così si guardava, l’uovo cadde nell’acqua con gran fragore.
Neanche questo era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al quinto. Il quinto prese l’uovo giallo. Corse nel bosco e, ancor prima di giungere al ruscello, incontrò la volpe, che disse: “Su, viene con me nella mia tana a mostrare ai miei piccoli questo bell’uovo!”
I piccoli volpacchiotti si misero a giocare con l’uovo, finché questo urtò contro un sasso e si ruppe.
Il leprotto corse svelto svelto a casa, con le orecchie basse.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al sesto. Il sesto leprotto prese l’uovo rosso. Con l’uovo rosso corse nel bosco. Incontrò per via un altro leprotto. Appoggiò il suo uovo sul sentiero e presero ad azzuffarsi.
Si diedero grandi zampate, e alla fine l’altro se la diede a gambe.
Ma quando il leprottino cercò il suo uovo, era già bell’e calpestato, ridotto in mille pezzi.
Neanche lui era il vero leprotto di Pasqua.
Ora toccava al settimo. Il leprotto più giovane ed anche il più piccolo. Egli prese l’uovo blu. Con l’uovo blu corse nel bosco.
Per via, incontrò un altro leprotto, ma lo lasciò passare e continuò la sua corsa. Venne la volpe. Il nostro leprotto fece un paio di salti in qua e in là e continuò a correre, finché giunse al ruscello.
Con lievi salti lo attraversò, passando sul tronco dell’albero.
Venne lo scoiattolo, ma egli continuò a correre e giunse al prato.
Quando la gazza strillò, egli disse soltanto: “Non mi posso fermare, non mi posso fermare!”
Finalmente giunse al giardino della casa. Il cancello era chiuso. Allora fece un salto, né troppo grande né troppo piccolo, e depose l’uovo nel nido che i bambini avevano preparato.
Questo era il vero leprotto di Pasqua!

 

La Storia del Leprotto di Pasqua tratta dal libro “Festeggiare la Pasqua con i bambini

 


http://www.rudolfsteiner.it/leprotto.htm

Il magistrato a cui fa riferimento Travaglio è il PM Piercamillo Davigo

Quando il pm attaccò i divorzi infiniti: “È più facile uccidere la moglie che venire a capo di un divorzio difficile”.

Greco cita il paradosso di Davigo: uscirne a volte è impossibile I tempi per la sentenza superano quelli di una pena per omicidio

MILANO – Separarsi, che fatica. E quanti anni (e denari) spesi in tribunale a trovare accordi, soluzioni, compromessi. Perfino il sostituto procuratore di Milano, Francesco Greco, punta il dito contro la lentezza della giustizia civile. Lo fa davanti ai giovani industriali riuniti a Capri, citando il collega Piercamillo Davigo: «È più facile uccidere la moglie che venire a capo di un divorzio difficile». Chiamato in causa, il giudice Davigo precisa: «Io parlavo di procedure: i tempi per una separazione spesso superano quelli di una pena infliggibile per omicidio». E il conto si fa in un attimo: trent’ anni per assassinio volontario con le attenuanti generiche e il rito abbreviato rischiano di diventare anche cinque. Molti meno di una causa di separazione. Divorzio all’ italiana, questione di nervi. Di chi, nella (ex) coppia è più forte o più tenace. Di chi è più ricco e ha un avvocato migliore. O, semplicemente, è più paziente. Perché i tempi sono lunghi, anzi lunghissimi. In media 582 giorni per mettersi d’ accordo su alimenti, ma si arriva fino a 10-15 anni per risolvere una lite. Abbastanza per cambiare vita, lavoro, moglie (un’ altra), per vedere diventare maggiorenni i figli per cui tanto si è litigato. Ma con la legge che ti riporta sempre indietro. Al momento della crisi. Secondo le statistiche delle associazioni «separati e divorziati», nell’ ultimo anno si sono contati circa 70 mila separazioni e 50 mila divorzi. Ne sa qualcosa Anna Maria Bernardini De Pace, avvocato matrimonialista (tra i suoi assistiti Eros Ramazzotti ai tempi della crisi con Michelle Hunziker): «Finalmente viene alla luce il problema della conflittualità tra le coppie di oggi». Che litigano allo stesso modo «per 200 euro o per 2 milioni», che scambiano le aule dei palazzi di giustizia per un ring. «Come nella politica, come nella tv», sottolinea la Bernardini De Pace. In tribunale come in un reality. L’ avvocato Laura Hoesch (che invece difese Michelle) aggiunge: «La giustizia non riesce più a gestire il problema». Pochi giudici di famiglia, è questo il dramma. E una marea di consulenti tecnici («alcuni incompetenti») che, inevitabilmente, gonfiano i tempi processuali. Sentenze a rilento. Anna Galizia Danovi, presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia, sbotta: «Noi avvocati dobbiamo evitare di fomentare coniugi uno contro l’ altro. Troppe volte mi sono sentita dire: “Voglio la testa di mia moglie”, ma mi rifiuto di ragionare in questo modo. Greco ha ragione: la giustizia non riesce a dare risposte adeguate». Altro paradosso: spesso le cause si prolungano oltre le sentenze di divorzio (con il marito/moglie che paga gli alimenti all’ ex coniuge per decenni). E allora il conflitto si ricrea all’ infinito. «Colpa della magistratura – dice Marino Maglietta, presidente dell’ associazione Crescere Insieme – che insiste sul modello monogenitoriale. Ma la nuova legge sull’ affidamento condiviso parla chiaro». I figli alla madre, le spese al padre. Una volta, forse. Ora non sempre è così. «Negli ultimi 6 anni – continua l’ avvocato Bernardini De Pace – i più deboli sono gli uomini. Le donne sono meglio preparate ad affrontare i cambiamenti». Dimentichiamo allora, il conflitto Giorgio Falck-Rosanna Schiaffino, il duello Mario Chiesa-Laura Sala che diede via a Tangentopoli, la vicenda Silvana Mangano-Dino De Laurentiis. Oggi le donne sanno difendersi. E vincere le battaglie legali. «Anche se la materia – conclude l’ avvocato Hoesch – è complessa e in continua evoluzione». 582 *** I GIORNI medi di attesa per concludere una causa di divorzio. «Ma – dicono i legali – c’ è chi aspetta anche 10/15 anni» * * * NEI FILM KRAMER CONTRO KRAMER Lei se ne va, poi torna, vuole l’ affidamento del figlio e la famiglia finisce in tribunale. Film del 1979 regia di Robert Benton è uno spaccato impietoso della famiglia americana alle prese con la crisi del privato. La pellicola ebbe grandissimo successo: le crisi fra i due separati, le scenate davanti al figlio sono diventate nell’ immaginario collettivo una sorta di documento realistico della separazione conflittuale *** LA GUERRA DEI ROSES In questo film dell’ 89, Danny DeVito descrive il divorzio di una coppia di yuppie (Kathleen Turner e Michael Douglas, sopra). La battaglia per la spartizione della casa è all’ ultimo sangue.

[http://archiviostorico.corriere.it/2007/ottobre/07/attacca_divorzi_infiniti_Piu_facile_co_9_071007085.shtml]

Una casa danese ha prodotto un documentario in cui mostra che in Spagna ci sono circa 350 denunce false di abuso ogni giorno. Con “False accuse in Spagna”, RVproductions documenta che la legge spagnola discrimina gli uomini ed elimina il principio della presunzione d’innocenza, poiché gli uomini denunciati finiscono automaticamente in carcere.

In Spagna, Francisco Serrano Castro, un autorevole giudice che da anni opera nel diritto di famiglia della capitale andalusa, rompe a sorpresa il tabù sulla “Legge Organica di Protezione Integrale contro la Violenza di Genere” (approvata all’unanimità il 28 Diciembre del 2004 e che ora il Governo vorrebbe riformare) e porta alla luce una realtà controversa e sconosciuta alla maggioranza. “Tale legge” – dice – “stigmatizza migliaia di uomini ed è il prodotto della dittatura del femminismo radicale. O del femminazismo”.

Dati alla mano, Serrano si espone personalmente e getta una prima luce sul fatto che, ogni anno, migliaia di uomini vengono detenuti per il solo fatto di esserlo, in seguito a una falsa denuncia per maltrattamento o aggressione. Nessuna donna è stata invece finora arrestata per aver dichiarato il falso.

Addirittura, a partire dal 2007 il Governo ha smesso di divulgare (almeno in luoghi di facile accesso) cifre di uomini uccisi dalla propria compagna o ex. Continua però a pubblicare quelli riguardanti la violenza contro le donne.
Il registro delle assassinate si può infatti liberamente consultare nella web del Ministero dell’Uguaglianza.Inoltre, Serrano sostiene che una parte rilevante dei 3.716 uomini suicidatisi nel 2006, hanno compiuto tale gesto come conseguenza del trauma derivante loro dalla discriminazione della Legge contro la Violenza di Genere. Una legge che, a suo avviso, ha condotto a un ingiusto totalitarismo all’interno del quale vengono messi sullo stesso piano i maltrattatori maschilisti e gli uomini – sovente buoni mariti, ottimi padri, buone persone – che sono arrivati a commettere un delitto o a compiere un errore nel corso di una lite con la propria compagna, sulla quale però non hanno mai esercitato una relazione di dominio. 

Ciò ha provocato una situazione “vicina all’olocausto sociale” nella quale – dice – qualunque accusato viene marcato e stigmatizzato come maltrattatore. Ribadendo che migliaia di uomini vengono detenuti per falsa denuncia, mentre nessuna donna lo è finora stata pur avendo denunciato il falso,

Serrano va oltre e mette in guardia l’opinione pubblica sul fatto che la realtà non sempre è quella che ci viene presentata dai media. A tale proposito avverte che le donne con l’occhio tumefatto e il viso gonfio che salgono alla ribalta nelle foto delle cronache esistono, però rappresentano solo l’1% delle denunce.

Quelle che dovrebbero preoccuparci sono invece quelle che non compaiono nelle cronache e che rappresentano la quasi totalità: quelle che soffrono in silenzio una situazione di sfruttamento, violenza e terrore, però non hanno la forza e il coraggio di reagire e denunciare.

Il magistrato si spinge oltre e (lanciando un appello al dialogo al Governo e al Ministro dell’Uguaglianza) denuncia che si utilizzano dati frammentati e distorti e che, laddove si registrano e pubblicano le statistiche di donne vittime della violenza maschilista, sul versante opposto si “occultano”, non si registrano o non si dà visibilità ai dati inerenti uomini uccisi dalle proprie compagne o ex compagne. Nel solo 2009 sono deceduti in Spagna, in seguito ad aggressione da parte del proprio coniuge, 51 donne e 30 uomini; però quest’ultimo dato non è registrato ufficialmente, mentre il primo sì.

Secondo il magistrato la legge in vigore trasmette una visione altamente distorta della violenza. Serrano, definendosi “progressista”, riassume così la sua proposta: passare dalla “criminalizzazione” per via penale dei conflitti di coppia a una maggiore mediazione e conciliazione.

Oppure, modificare la redazione dell’articolo 1 della Legge: invece di dire che la violenza di genere è quella sofferta dalla donna come espressione delle relazioni di potere degli uomini (il che “implica che ogni relazione tra un uomo e una donna è disuguale e che questa sia inferiore per il solo fatto di esserlo”), la definisca piuttosto come la violenza che soffre la donna quando è espressione, etc., precisando in tal modo che è violenza maschilista solo quella che si produce in quei casi concreti in cui esista tale posizione di dominio e abuso all’interno della coppia.

All’interno di tale disputa, quella di Serrano non è l’unica voce autorevole in capitolo. Alla sua protesta si uniscono – tra le altre – quella della giudice di Barcellona Marìa Sanahuja e del Giudice di Violenza contro le donne di Jaèn, Miguel Sànchez Gasca.

Al di là di schieramenti di parte (etici, politici, morali, sessuali, di coscienza e quant’altro), ci asteniamo qui dal fare commenti e dall’auspicare condanne e assoluzioni. Ci limitiamo a dire che la giustizia, a volte, è ingiusta o quantomeno “cieca”. E che al di là del sesso e della latitudine, qualunque esempio chiaro di maltrattamento, disuguaglianza e dominio di potere rappresenta un abuso e un ingiustizia. E che dunque, solo per questo, va corretto e punito.

 

[Fonte: http://www.stop-feminazi.info/2011/04/se-anche-un-giodice-parla-di-femminazismo-come-negare-levidenza/]

 

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Posted April 9, 2011 By FolleWeb

E’ necessario andare sulla home page del proprio account di facebook e, come si vede nel filmato, modificare le opzioni da “Amici e pagine con cui interagisci di più” a “TUTTI GLI AMICI E LE PAGINE”

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TUTTO TORNERA’ COME PRIMA. O giù di lì… 😉

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