Antonio Faccini †††

Caro Cosmo de La Fuente,

sento di non aver il diritto di parlare ma credo che soltanto un padre ‘normale’ come te, che ha raccontato della sofferenza di uomini separati dai propri figli, che ha espresso con sensibilità il sentimento maschile senza timore di venire sbeffeggiato e senza pudore, possa capire, almeno in parte, quale sia il mio perenne calvario. Ho pianto quando hai parlato dell’amore che ti lega ai tuoi genitori e di quello per tua figlia. Ora, che ti scrivo da tempo, mi rivolgo a te e ti chiedo di aiutarmi ad esternare quella parte di me di cui nessuno parla. Solo tu puoi farlo. Anche un mostro può amare.
Il mondo mi definisce ‘mostro’, me lo sono chiesto anch’io milioni di volte se lo sono e tale mi sono sentito. E’ tardi ormai, ma ho preso coscienza del gravissimo errore che ho commesso. A qualunque assassino viene concesso di parlare, vorrei soltanto che il mondo sapesse che in fondo non sono un demonio ma un debole che, colpito da disperazione, ha ucciso tre persone.
Chiedo perdono al mondo per quello che ho fatto; chiedo perdono alla mamma di mio figlio, alla donna che ho amato e dalla quale non sono riuscito ad accettare l’improvvisa decisione di negarmi per sempre quella creatura frutto del nostro amore; chiedo perdono in ginocchio, soprattutto, al mio cucciolo che forse non saprà mai quanto l’amo.
Ho quasi 41 anni e per 20 ho servito l’Arma dei Carabinieri. Dal 2003 sono in carcere per il grave errore che ho commesso. So di meritare la condanna che mi è stata inflitta, non mi spaventa aver perso la libertà, è giusto che sia così. Quello che mi spaventa è il dolore per non poter mai più vedere mio figlio.
Caro Cosmo, prima di arrivare all’orrendo fatto, ho chiesto aiuto a tutti, anche ai magistrati, ma nessuno è riuscito ad aiutare un padre che non voleva perdere definitivamente il proprio figlio. Perché, da sempre, una donna ‘violenta’ viene perdonata e un uomo definito tale viene marchiato a fuoco? Almeno come carcerato condannato vorrei essere trattato come le donne carcerate per reati simili perché a loro viene concesso almeno di vedere i propri figli.
Preferirei la pena di morte se, anche per solo dieci minuti, potessi vedere il mio bambino, carezzare le sue guance.
Tu che ti rivolgi come padre mi fai emozionare, nel mio petto batte un cuore .
Mia moglie era bellissima, proprio come mio figlio, ci siamo conosciuti nel 1986, l’ho sposata nel 1991, quel giorno eravamo radiosi: lei meravigliosa e io vestito in alta uniforme. Eravamo talmente innamorati che nemmeno l’ostruzione fatta dalle nostre rispettive madri era riuscita a scalfire il nostro sentimento.  Nel 1999 è nato il nostro bambino Alessandro.

La felicità dura poco, lo so, ben presto la mia adorata moglie s’innamorò del figlio di un’amica di sua madre e andò a vivere con lui.

Qui sono cominciati i problemi, nei pochi momenti che riuscivo a vederlo il bambino mi diceva che aveva un nuovo papà e che lo picchiava quando faceva la pipì a letto. Il mio rancore diventava sempre più grande ma soffrivo in silenzio.
Già prima che mia moglie se ne andasse avevo cominciato ad avvertire che qualcosa non andava. Lo capivo dal suo comportamento e dalle parole di mia suocera che, quando mi parlava al telefono, mi trattava duramente e si rivolgeva a me con tono ironico. Stavano studiando come togliermi il bambino e non farmelo vedere mai più. Quando ne parlai con mia moglie, che ancora viveva con me, mi disse di non credere alle parole di sua madre.
La mamma di mia moglie continuava a dirmi che prima o poi sua figlia sarebbe tornata da lei e che si sarebbe presa anche il bambino. Mi odiava. Avevo solo il conforto di convivere con il piccolo che mi adorava, che piangeva quando doveva allontanarsi da me anche per pochi minuti.

Mia moglie lavorava in ospedale , quando rientrava a casa non mi guardava nemmeno e un giorno seppi che ne aveva un altro. Accettai anche questo fintanto che non mi comunicò che se ne sarebbe andata da sua madre portandosi il bambino e che non me lo avrebbe fatto più vedere perché, mi disse: “i figli, tanto, restano sempre con la mamma”.

Solo l’idea di non vedere mai più il bimbo mi sconvolse e per un anno non feci che piangere. Per diciotto mesi rimasi in cura psichiatrica, non riuscivo ad accettare il distacco da mio figlio, ma questo, in tribunale, non contò nulla. Nemmeno nel processo a mio carico con l’imputazione di omicidio.
In tribunale, quando si parlava di affidamento esclusivo, persi la calma e mostrai la mia parte peggiore: mi arrabbiai, urlai e minacciai che se mi avessero allontanato dal bambino avrei perso la testa.

Vedevo mio figlio ogni quindici giorni e quando era il momento di riportarlo dalla madre, che viveva col suo compagno e mia suocera, piangeva disperato e mi diceva: “papà non portarmi da loro, mi picchiano”. Il mio cuore era gonfio di tristezza e un giorno che lo accompagnai a casa mi nascosi nella legnaia per vedere cosa succedeva e scoprii inorridito che la nonna lo picchiava con un cucchiaio di legno. Decisi di non intervenire per evitare altri problemi. Due giorni dopo, però, lo portai in ospedale, ma il referto sparì.
Il 19 marzo 2003, grazie ad un’ordinanza del Giudice, al bambino venne concesso di stare con me per il giorno del padre, ma mia moglie era arrabbiata e al telefono mi disse: ‘goditelo pure, presto non lo vedrai più’. Mi disse che avrei perso la Patria Potestà e cose del genere. Non volli discutere, anche perché ero felice di stare una giornata con mio figlio.

Il 2 Aprile ricevetti un fax con il quale mi si comunicava che avevano intrapreso la pratica per togliermi la Patria Potestà, pensai a un ‘pesce d’aprile’. Telefonai a mia moglie che mi confermò tutto, aggiungendo che suo figlio aveva oramai un altro padre migliore di me. Non so descriverti cosa provai, urlai e piansi ma sentii il bisogno di andare da mio figlio e senza nemmeno riuscire a ragionare, corsi a prendermelo senza dimenticare, ahimé, di portarmi la pistola.

Quando quella porta si aprì il bambino corse da me e si allacciò alla mia gamba, ero disperato e non ci pensai due volte a esplodere un colpo contro mia suocera, l’uccisi. Tentai di uccidere anche mio cognato ma non riuscii a centrare il bersaglio. Andai in camera trovai mia moglie col suo compagno e uccisi anche loro. Tolsi la vita alla donna che avevo tanto amato e che non capivo come poteva infierire su di me in questo modo.

Scappai con mio figlio e lo portai a casa di mia sorella ad Almese e poi, senza fare resistenza alcuna, mi costituii ai colleghi carabinieri di Rivoli.
Cosmo, anche tu penserai che sono un mostro, ma ti giuro che chi mi conosce non può credere che io abbia commesso un crimine così grande. Sono colpevole, non intendo sottrarmi a questa colpa né cercare pietà in quanto assassino. Voglio soltanto che tutti sappiano che credevo di essere un uomo normale, che desiderava poter continuare ad amare il proprio figlio e se io sono colpevole di aver commesso quel brutto delitto, un po’ di colpa ce l’ha anche la parzialità del nostro sistema che mi ha vietato di essere padre.
Vivo nella speranza di poter rivedere mio figlio per qualche minuto, spero che Dio voglia concedermi il suo perdono. Chiedo perdono a mia moglie, alle persone che hanno sofferto per causa mia e a tutti gli italiani che hanno sentito attraverso i media che un loro connazionale ha commesso un crimine di questo tipo.

Perdonatemi se ci riuscite. Amo mio figlio con tutto il mio cuore e sogno, dalla croce del mio dolore,di poterlo vedere ancora. Chiedo a te di diffondere la mia lettera e che, usando la tua sensibilità ed espressività, tu possa riuscire a trasformare in parole quello che sono. Le tue parole spesso mi hanno lenito il dolore che provo e il rimorso che mi attanaglia. Grazie a te Cosmo, grazie a chi vorrà rendere pubblica questa lettera, così com’è, come un ultimo grido d’amore di un individuo che ha sbagliato.
Antonio Faccini

Fonte: http://familiafutura.blogspot.com/2006/06/un-assassino-chiede-perdono.html

One Response to Antonio Faccini †††

  1. GIOVANNI G. SFERRATORE says:

    CIAO..IL TUO RACCONTO MI HA MOLTO TOCCATO….ANCH IO HO AVUTO UN PROBLEMA..UGUALE AL TUO ED SONO DOVUTO EMIGRARE ALL ESTERO..PER NON COMPIERE UN GESTO ANALOGO…TI CAPISCO..MOLTO..MOLTO..VEDO MIO FIGLIO UN MESE L ANNO ED OGNI ANNO QUANDO RITORNO IN ITALIA ..MI ASSALGONO MOLTI PENSIERI….VADO VIA PER NON COMPIERE LO STESSO GESTO NELLA SPERANZA..CHE UN DOMANI MIO FIGLIO CAPISCA….TI AUGURO CHE ANCHE TUO FIGLIO CAPISCA IL TUO GESTO ….GESTO CHE PURTOPPO E STATO COMMESSO PER AMORE …COLPA DI UNA GIUSTIZIA CHE GIUSTIFICA LE RAGIONI DELLE MADRI ..E NON QUELLE DEI PADRI…NON TI PREOCCUPARE …I PICCOLI UOMINI DI DOMANI HANNO LA LORO TESTA ..NON SI LASCIANO FACILMENTE PLAGIARE….HAI SBAGLIATO QUESTO E SICURO…MA DAL MIO PUNTO DI VISTA HAI MOLTE ATTENUANTI….I FIGLI SONO PEZZI DI CUORE….TI AUGURO DI RIABBRACCIARE AL PIU PRESTO TUO FIGLIO