Andrea Arpino

La mattina del 7 gennaio ho accompagnato alcune persone a far visita nel carcere di Avellino ad un loro parente. Arrivato lì mi si è presentato uno scenario di una realtà cosi triste che non posso fare a meno di scrivere ciò che ho provato e visto. Una madre il cui viso era la maschera della sofferenza, gli occhi navigavano nel vuoto a cercare quel figlio che era chiuso lì dentro e per vederlo consumava un’ora delle sei ore del mese che aveva a disposizione per incontrarlo. Ho visto bambini giocare in attesa di poter entrare per vedere il loro papà. Ho visto donne che, pur sapendo che lì c’era il loro marito a scontare la pena per un reato commesso (furto, droga o altro), erano lì in trepidante attesa per vedere il loro uomo, volgevano con gioia il loro sguardo a quelle mura come per dire: “sono qui con i nostri figli e io sono vicino a te”.

Io che non avevo mai visto un carcere ho sentito dentro di me una sensazione strana, di smarrimento, ho pensato che io ho rischiato la galera da innocente, senza aver commesso alcun reato. La mia colpa? Di non voler abbandonare il tetto coniugale, quella casa che ho costruito con amore e sacrifici per la mia donna, mia moglie, la mamma dei miei figli.

La mia storia, ormai, la conoscono tutti, ma forse non tutti sanno che c’è stato un passaggio di questa mia travagliata separazione dove la mia ex moglie, “l’angelo del focolaio”, quel focolaio che io ho costruito, mi voleva vedere in galera. All’inizio della mia separazione, voluta dalla mia ex moglie senza alcun motivo fondato, lei pretendeva che io andassi via, facessi la valigia, mi comportassi da “persona civile”, come lei diceva. Poiché io mi sono comportato da “incivile”, cioè non ho voluto lasciare la casa, la mia famiglia, i miei bambini, la mia ex moglie “civile ed emancipata” ha incominciato ad accusarmi e a denunciarmi di maltrattamenti e percosse (accuse strumentali da cui sono stato scagionato definitivamente).

Un giorno la mia ex moglie ha telefonato ad una nostra amica comune alla quale disse: “il mio avvocato si è fatto firmare dal giudice il provvedimento coatto di allontanamento da casa con arresto”; questa amica scioccata a sentire queste parole pronunziate, peraltro, con immensa soddisfazione e gioia, domandò: “e i bambini……”, la mia ex rispose: “non ci sono problemi, sarà arrestato quando i bambini non ci saranno in casa, poi il mio avvocato ha mi detto come mi dovrò comportare quando lui uscirà dal carcere….”. Ciò accadeva, all’incirca, il 15 aprile del 2009. Il 22 maggio 2009 i carabinieri mi notificarono il provvedimento di allontanamento da casa, io ero solo in casa con i miei bambini, lei arrivò dopo, non fui arrestato come lei sperava. Solo Dio sa quanto ho dovuto lottare per veder riconosciuta la mia innocenza. Lì davanti al carcere di Avellino, questi due anni di sofferenza mi sono passati davanti agli occhi come un tragico film e ho pensato che quella donna che ho sposato, che ho amato, la madre dei miei bambini, mi voleva vedere in carcere da innocente, senza che io sapessi perché. Ora, dopo aver assistito a queste scene angoscianti dei parenti dei detenuti, posso dire che lei, l’angelo della casa, la donna che ha partorito i miei figli, non ama i suoi bambini.

Nessuna donna, madre, cerca di distruggere la vita del padre dei suoi figli, infamandolo di colpe mai commesse (l’infamia, la calunnia sono il peggior reato che l’uomo o la donna possano commettere innanzi all’umanità e a Dio).

Se veramente fossi stato arrestato il 22 maggio del 2009, come voleva la madre dei miei figli, i miei bambini a quale scena orribile avrebbero dovuto assistere, vedere il proprio padre che loro amano portato via dai carabinieri, quali sentimenti e pensieri avrebbero potuto attraversare la mente dei miei figli, a quale atroce sofferenza sarebbero stati sottoposti ed essere testimoni inconsapevoli dell’arresto del loro papà, portato via senza un perché? Alla madre non importava, l’importante era che il padre fosse allontanato da casa, che lei si fosse liberata dalla sua presenza. Chi avrebbe spiegato ai miei figli che il padre non potevano vederlo perché rinchiuso in carcere, che non potevano giocare con lui, fare i compiti con lui, vedere la televisione con lui, mangiare con lui, come avevano sempre fatto, che il loro papà era stato arrestato, che la loro mamma aveva diffamato il loro papà e cercato di distruggere la sua immagine ai loro occhi, per odiarlo? Ho sentito dentro me tanta amarezza, mi sono chiesto che amore può provare la mia ex moglie per i propri figli, quei bambini che lei ha partorito.

Nessuna donna (o forse quelle donne realmente maltrattate) desidera vedere il padre dei propri figli in galera perché è l’unico modo per cacciarlo di casa. Quelle casa costruita da me con grandi sacrifici. E mi chiedo ancora se l’unico modo per mettermi fuori casa era avvelenarmi allora questa donna l’avrebbe fatto? Ho capito tante cose in quel giorno, ho compreso che la libertà non ha prezzo, che mia madre anziana e malata per una cattiveria così gratuita poteva provare lo stesso dolore di quelle mamme in attesa davanti al carcere per vedere il proprio figlio, che mio padre, allora ancora vivo, avrebbe dovuto provare un dolore così forte negli ultimi mesi di vita. Ho capito che io so amare veramente i miei figli, che non ho mai desiderato il male della loro madre, nonostante il male che mi ha fatto, e che i miei figli non potranno che essere fieri del loro papà.

Cari lettori, l’amore nasce dal cuore e chi non sa amare non ha cuore, è molto più facile amare che odiare, l’odio fa male, avvelena la vita, l’amore è il motore del mondo, alimenta la speranza e la fiducia nel futuro per la vita. Penso a quei bambini lì davanti al carcere in attesa di vedere il loro papà, cosa dicono a scuola, ai loro compagni, una bugia… che il loro papà lavora in carcere, e il loro cuore è chiuso dietro quelle sbarre con il loro papà.

Fonte: http://www.positanonews.it/articoli/49931/sensazione_di_un_padre_innocente.html

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