on 25 ottobre 2010 by SilvioA in Senza categoria, Comments (0)

L’utopia femminista nella Svezia rosa

[Articolo tratto da Repubblica del 6/11/05 di Concita De Gregorio]

Un neopartito delle donne dove ha prevalso l’ala oltranzista, gay e transessuale, che ora punta a “distruggere l’ordine patriarcale”. Nel programma anche una tassa da imporre ai neonati maschi.

IDEOLOGIE ESTREME: IL REPORTAGE

Qui le signore siedono nelle poltrone di comando in politica e negli affari, qui non c´è bisogno di quote, la parità tra i sessi è quasi perfetta: eppure, in aprile è nato un “partito delle donne” che ha sbancato i sondaggi, per poi imboccare una via bizzarra.
Sull´ala moderata ha prevalso quella oltranzista, gay e transessuale, che ora punta a “distruggere l´ordine patriarcale” Nel programma anche una tassa da imporre ai neonati maschi.
Dopo l´iniziale successo, il movimento è imploso in una serie di risse interne che hanno portato quattro fondatrici ad andarsene sbattendo la porta.

Questo è un viaggio spettacolare: è come salire su una macchina del tempo e mettere la lancetta al 2055, scendere e vedere com´è. Vedi meraviglie e schifezze naturalmente, prima fai oohh a bocca aperta poi guardi meglio e fai mah, però dei dubbi parliamo dopo. Prima lo stupore. Il viaggio è breve: tre ore di volo da Roma a Stoccolma. Da Roma, dove in Parlamento gli uomini dicono «quelle, le donne, non devono scassare la minchia» e bocciano una legge sulle “quote rosa” di per sé già ridicola – ne sarebbero entrate una su dieci, alle Camere – fino alle isolette di Stoccolma dove le signore sono la metà del Riksdag, in otto hanno progettato l´ultima Volvo, c´è una vicecapo di Stato maggiore, quando fanno un figlio stanno a casa (pagate) quasi un anno e mezzo, le ministre sono undici, le pilote di aereo in percentuale più delle maestre d´asilo, Vittoria sarà regina, Anne Lindh sarebbe stata primo ministro se un pazzo non l´avesse accoltellata al secondo piano dei grandi magazzini dove da ministro degli Esteri era senza scorta a fare la spesa, le prostitute sono accudite come vittime e i clienti vanno in galera, già Cristina di Svezia nel 1600 aveva una fidanzata, Cartesio come insegnante di filosofia e abdicò pur di non sposarsi, gli uomini fanno più fatica a trovare lavoro (il loro problema è il tasso di disoccupazione maschile) e non c´è ufficio, non c´è sala d´attesa né centrale comandi dove la parità sia meno che perfetta, del resto anche gli Abba erano in quattro divisi così: due e due. Dunque, la Svezia.

Adesso non stiamo qui a dire la meraviglia dell´uguaglianza fra i generi che il Nord Europa ha prodotto perché si sa che tanto le obiezioni sono sempre le stesse: quella è un´altra cultura, sono in pochi, non hanno il Papa, eccetera. No, la questione è un´altra. La questione è che in Svezia nell´aprile di quest´anno è nato un Partito Femminista – è nato, non esisteva prima – che si candiderà alle elezioni politiche del prossimo anno e che i sondaggi hanno accreditato al suo esordio di un gradimento del 25 per cento da parte dell´elettorato, e di una ragionevole intenzione di voto dell´8 per cento. Un´enormità, difatti Le Monde, il New York Times e l´Herald Tribune gli hanno subito dedicato le prime pagine sotto titoli che dicono, più o meno: che altro vogliono le donne, in Svezia? Una buona domanda, quindi tutti a leggere il programma di Feministiskt initiative e della sua energica ma esile e sorridente leader Gudrun Schyman, già segretario dell´ex Partito comunista, ora Partito della sinistra, abbandonato appunto per «manifesto maschilismo».

La seconda notizia, assai meno divulgata, è che nel giro di sei mesi il Partito di iniziativa femminista è imploso in una ridda di risse interne, quattro delle fondatrici se ne sono andate dicendo una di essere vessata in quanto «eterosessuale borghese», un´altra «per deficit democratico», una terza per «l´effetto boomerang che la proposta sta producendo». Ad oggi le intenzioni di voto sono crollate all´1,3 per cento, le chat pullulano di frasi di scherno (maschili) corredate con le facce dei diavoletti sorridenti, l´agenzia Internet di scommesse Unibet dà l´ingresso delle femministe in Parlamento al 4.5: punti 100 corone ne vinci 450, non è moltissimo ma fa già gola.

Dunque cosa è successo? È successo questo: l´ala radicale ha preso il sopravvento. Al congresso di settembre, il primo congresso, il femminismo per così dire gentile e dialogante è stato sconfitto dal femminismo armato. Il vento della vendetta storica si è abbattuto sulle docenti universitarie, le filosofe del pensiero di genere, le liberali che insieme avevano fondato il gruppo: vendetta sui maschi. L´ala omosessuale, bisessuale, transessuale del partito ha imposto il suo programma: distruggere l´ordine patriarcale. Proprio così: distruggere. Di seguito, i punti del programma. Primo, tassare alla nascita tutti i bambini maschi. Tassarli in quanto maschi, perché siccome gli uomini a parità di incarico guadagnano il 25 per cento in più delle donne è giusto che rifondano la somma che usurperanno fin dal momento in cui vengono al mondo. Secondo, e conseguente: risarcire del 25 per cento di salario sottratto e ristabilire immediatamente la norma «equal pay for equal work». Terzo: eliminare i nomi sessuati, dare ai bambini nomi neutri in modo che possano decidere loro, da grandi, se si sentono maschi o femmine. Quarto: obbligare gli uomini a stare a casa otto dei sedici mesi concessi dallo Stato per la maternità/paternità. Non «dar loro la possibilità di»: questo è già legge. Obbligarli. Quinto: abolire il matrimonio e sostituirlo con un «codice di convivenza civile» che non faccia riferimento al genere e al numero delle persone coinvolte. Il quinto punto ha subito fatto pensare ad una legittimazione della poligamia perciò le proponenti hanno dovuto precisare: odiosa poligamia esclusa. Sesto: limitare la presenza degli uomini dei gruppi direttivi al 25 per cento. Settimo: stabilire per legge che nessuna donna deve percorrere più di 15 minuti di strada a piedi per raggiungere un servizio essenziale. Ottavo: rivedere la legge sulla violenza sessuale nel punto in cui si dice che la donna offesa deve dimostrare di aver resistito. La donna, anche nell´ambito domestico, non deve fornire un silenzio assenso all´atto sessuale ma deve esplicitamente richiederlo. Nono: aprire un´inchiesta governativa che stabilisca perché le ambulanze arrivano più tardi quando a patire un infarto è una donna. Decimo: abolire la monarchia.

Ora, come chiunque può apprezzare, il decalogo ha punti di forza e altri di debolezza. Il punto due, «equal pay for equal work», è sacrosanto e difatti il governo socialdemocratico di Goran Persson ne ha fatto l´asse del suo programma di «gender equality», uguaglianza di genere: non c´è una ragione al mondo per cui le donne che fanno lo stesso lavoro degli uomini debbano guadagnare di meno. Al punto nove, quello degli infarti, si può obiettare che le donne – è scientificamente provato – ne accusano di meno ma, certo, quando capita le ambulanze non devono arrivare in ritardo. Più complesso appare regolare per legge la sessualità domestica. Persino più complesso tassare i neonati maschi e obbligare i genitori a dar loro un nome neutro.

Lasciando il partito, Helena Brandt, verde, ha detto che «Iniziativa femminista è diventato un partito omosessuale, bisessuale, transessuale. Non quello che io pensavo all´atto della fondazione: io sono contro le discriminazioni di genere, tutte». In effetti il primo quotidiano di Svezia, Dagens Nyheter, osserva come transessuali e transgender abbiano trovato lì ospitalità. Il commentatore politico Bjorn Elmbrant rileva che «bello o brutto che sia le questioni legate ai diritti dei gay non possono interessare più di ottocento elettori».

Forse qualcosa di più, ottocento sono pochi, ma resta in effetti sorprendente come una politica di lunghissimo corso parlamentare come Gudrun Schyman abbia lasciato sbattendo la porta la guida del Partito della sinistra per mettersi a capo di una formazione così connotata. Sarebbe come se, fatte le proporzioni, Fassino lasciasse i Ds per capitanare alle prossime politiche un Partito Priscilla. Lei, Schyman, respinge fermissima le obiezioni: «È un mito che la Svezia sia un paese egualitario. Anche gli svedesi pensano che il più sia fatto, che resti solo un po´ di polvere negli angoli, ma nella vita reale le cose stanno andando indietro. La sinistra è incapace di vedere la sottomissione della donna. Preferirei un governo borghese con orientamento femminista che un governo di sinistra così». Delle compagne che se ne sono andate dice che erano «esasperate dalle pressioni esterne», niente rivalità interna al partito.

Tuttavia la cronistoria è questa. I primi malumori dell´ala moderata sono iniziati in estate, dopo la messa in onda sul primo canale tv del documentario La guerra di genere, The gender war. Il programma conteneva affermazioni assai poco dialoganti tipo «gli uomini sono animali», opinione di Ireen von Wachenfeldt. Vivaci reazioni sulla stampa. La prima a lasciare è stata a settembre Tina Rosemberg, docente di teorie di genere all´Università di Stoccolma: «In sei mesi la parola “femminista” è diventata in Svezia un epiteto offensivo. Siamo colpite da un antifemminismo di ritorno». La seconda, la verde Helena Brandt: «È diventato un partito omosessuale». La terza, Susanne Linde, nata nella sinistra del partito liberale: «Me ne vado perché mi vessano per il fatto di essere una eterosessuale borghese». Ultima Ebba Witt Brattstrom, docente di letteratura e femminista storica, 50 anni, 4 figli, capofila Generic pharmacy del pensiero di genere: «C´era un deficit democratico, avevamo difficoltà a lavorare insieme».

Nel frattempo al governo qualcosa è successo. Goran Parsson, impressionato dai primi sondaggi di Feministiskt initiativ, ha dato nuovo impulso e nuova linfa alla battaglia per l´equilibrio: ha stanziato il 30 per cento di fondi in più per le associazioni femminili che lo studiano e lo promuovono, ha proposto in Europa un osservatorio comunitario per le Pari opportunità. I sindacati valutano nel merito. Wanja Lundy Wedin, della LO Union Group, trova che in effetti «Iniziativa femminista sia diventata un freno al femminismo per le modalità con cui si pone, ma alcuni dei temi sono seri: sull´aspettativa per maternità/paternità per esempio noi proponiamo che sia divisa in tre parti. Obbligatoria cinque mesi per la madre, cinque per il padre e cinque a scelta». Al momento sono le donne che ne usufruiscono all´80 per cento: massima riprovazione pubblica e condivisa.

Sten Dahlborg, giovane amministratore delegato di un´impresa di oggetti di alta tecnologia medica, padre di due figli piccoli, moglie nordafricana con studi e passaporto americano, trova che «sia insensato obbligare i padri a stare a casa cinque o otto mesi, come è insensato obbligare le madri. Bisogna far prevalere il buon senso, oltre che il libero arbitrio. Ci sono ragioni per cui le famiglie scelgono come comportarsi e in quelle ragioni lo Stato non può entrare. Trovo giustissima la battaglia per la parità di stipendio, mi stupisco che non sia ancora così. Trovo ingiusto che ancora oggi ci sia qualche azienda che blocca l´accesso delle donne ai livelli di comando. Trovo insensato che mi dicano come devo chiamare mio figlio e che devo pagare una tassa se nasce maschio: grottesco direi. Non rende un buon servizio alla causa, giusta, della loro battaglia». Anche il nuovo ambasciatore italiano a Stoccolma, Francesco Caruso, si sorprende dell´ingenuità con cui il nuovo partito usa un argomento così impopolare come l´abolizione della monarchia: «Qui in Svezia la monarchia è davvero un simbolo dell´unità nazionale, ed è amatissima».

Sulla presenza delle donne nella società produttiva alla Camera del lavoro di Stoccolma mostrano dati che a noi sembrano lunari, venusiani: il “gender gap”, la differenza fra la percentuale di lavoratori uomini e donne, nel caso di donne con un figlio è del 9,8 per cento (Italia: 40,9) e scende, nel caso di due figli, al 9,4 (Italia: 49,9). Vuol dire che, rispetto a quel che fanno gli uomini, meno di una su dieci madri rinuncia al lavoro per stare a casa. Otto donne su dieci in Svezia hanno un impiego fuori casa: sono la metà della forza lavoro complessiva, il tasso di disoccupazione femminile è di un punto più basso di quello maschile. In Parlamento le elette sono il 45,3 per cento, quasi la metà. In Italia l´11, per ora. Con la nuova legge vedremo. In Namibia – per intendersi – sono il 22, in Mozambico il 25. Nove bambini su dieci fino ai sei anni sono assistiti a tempo pieno dalla scuola materna pubblica. Gli asili privati non esistono.

«Detto questo, bisogna stare attenti alle esagerazioni del welfare: da noi si sta talmente bene anche in carcere, ti danno persino uno stipendio, che certi studi dimostrano come tra gli immigrati in arrivo dai Paesi Baltici ci sia gente che commette reati perché preferisce stare in galera qui piuttosto che a casa nel suo paese», dice il giovane manager. Chissà se questa è già una di quelle leggende che alimentano la xenofobia di ritorno. Di Gudrun Schyman i giornali di destra e i siti Internet ostili ricordano un passato di alcolismo, alcuni ricoveri e un episodio minore di corruzione. L´alcolismo nei paesi che gelano a novembre e rivedono terra e luce a maggio è piuttosto diffuso. L´episodio di corruzione è paragonabile all´uso di un telefono di servizio per chiamate di famiglia. Anche qui: un´altra cultura, a certe latitudini anche le parole cambiano senso.

La signora Schyman al momento sta benissimo: avverte che le campagne di disinformazione «si inquadrano nell´opera capillare di denigrazione della battaglia delle donne». È sicura che a settembre del 2006 – in Svezia si vota sempre a settembre, sempre la stessa settimana del mese – il suo partito sarà al Riksdag, in Parlamento. La sua assistente, congedandosi, chiede notizie di Buttiglione, «quello che doveva fare il commissario europeo. Cosa fa ora da voi, è vero che è ministro?». Ministro, sì. Cultura.

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Per sapere come è andata a finire 5 anni dopo si veda: http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionidigenere/2010/09/24/le-donne-hanno-detto-no-al-femminismo/

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