on 9 dicembre 2010 by Lorella in Archivio, Primo Piano, Comments (0)

La vita non si ferma.
Mai.
Nemmeno se lo vuole un giudice.

Questo racconto ha dietro una storia stranissima…

Un mio carissimo amico, distrutto dalla separazione. Un figlio che non vede più e che lo odia, una busta paga AZZERATA dal giudice.Una nuova compagna che vuole un figlio.

E quello del figlio era l’unico spazio di frizione tra loro.

Lei una bravissima ragazza. Ottima, bellissima. Intelligente. E onesta.

Però voleva un figlio. Un figlio che lui non voleva darle perché scottato dalla separazione.

Io gli davo dell’idiota, del distruttivo, per questo rifiuto di un nuovo figlio.”La vita ricomincia, sempre” gli dicevo. E poi temevo che la ragazza si scocciasse.E ritenevo giusto che avesse un figlio: era giusto per lei.”Non capisci, scemo? Così dai alla tua ex moglie la possibilità di rovinarti la vita, di impedirti una nuova famiglia, un futuro. E le dai pure la possibilità di rovinare la vita alla tua nuova compagna, cui è la tua ex ad impedire di avere un figlio per tutta la vita…”

Quello che mi dava un fastidio enorme era la sua testarda idiozia – tipica di molti padri separati e traumatizzati – di rifiutare una nuova chance alla vita. Pieni di rabbia ma mai di speranza. E dunque di rifiutare alla ragazza che viveva con lui il futuro a cui lei aveva diritto.

Mi seccai e gli dissi che avrei scritto un racconto su di lui su Pagine70, dove tenevo una rubrica abbastanza seguita (ora ahimé abbandonata per motivi di tempo).

E scrissi questo pezzo, immaginando che lui, insieme alla nuova compagna, stessero aspettando una bambina. Io la vedevo, quella bambina. Per me c’era davvero, e doveva solo arrivare. Su quella pagina.

Al momento…

Gli feci leggere il racconto, quando fu pubblicato, e quel cretino ci rise pure: “E’ uno sbaglio che non rifarò più” mi disse.

Io ero certo, invece, che la piccola stesse arrivando. La sentivo, la vedevo. Era il 25 ottobre del 2005.

Lui diceva di no, di no, di no.

Beh… avevo ragione io. Ora ha tre anni….

Successe “qualcosa”, nel suo cervello, e un anno dopo già erano in dolce attesa.

“Sarà una bambina” gli dissi. Come nel racconto, aggiunsi.

Avevo ragione. E con la scrittura avevo visto quello che, comunque, doveva accadere.

La vita non si ferma.

Mai.

Nemmeno se lo vuole un giudice.

———–

NEL SEGNO DEL PADRE

C’è una stella lassù in cielo, sembra una bambina e brilla nella notte come una luce bionda. Ha gli occhi verdi, sgranati a guardare il mondo: Matrix la guarda, e poi mi dice che quella stella ci sorride mentre parliamo di lei.

Sono due ore che Matrix mi sta parlando di questa stella, e sono due ore che a stento io riesco a trattenermi. E intanto Matrix la cerca sempre, con lo sguardo, come fosse davvero viva, oltre che palpitante.

La luce della notte è una luce quasi insolita, per me, vista passeggiando intorno casa mia, mentre l’aria di Roma – un lievissimo venticello clemente che ancora non porta odori umidi e tristi di autunno – ci lascia indulgere nella nostra passeggiata serale.

E’ sabato sera, e nel pomeriggio non ho lavorato, ovviamente. La mattina ho fatto due o tre visite, fra cui Pollo Solimano, e poi la bellissima e depressa M.V. Poi aveva telefonato Matrix, e avevamo combinato di vederci nella sera.

Matrix ha un suo nome e cognome, ovviamente: deve comunque il suo soprannome al fatto che ci conoscemmo all’uscita del film omonimo. Lui era con la sua nuova compagna, io con uno dei miei figli: ci mettemmo per caso a parlare del film, e poi di figli. Lui aveva letto qualcuno dei miei articoli sull’argomento (sono su riviste specialistiche), e quando si rese conto che io ero l’autore di quegli scritti, mi parlò della sua tragedia.

Matrix non vede sua figlia da tanto tempo: e per questo lui, quando parla con qualcuno della figlia, ed è notte, cerca sempre una stella, e dice che quella è sua figlia.

La figlia è ovviamente figlia ora di una guerra senza luce e senza pietà, ammesso che le guerre possano albergare in sé luci e pietà, ed è il frutto di un matrimonio iniziato e terminato nel giro di pochi anni circa.Da quando Matrix si è lasciato con la moglie, è iniziata nel giro di pochi mesi, una guerra ignobile e terribile, che alla fine ha portato allo stravolgimento di qualsiasi rapporto tra lui e l’ex moglie, e alla sottrazione della piccola V., che da anni vive in una località che Matrix non conosce e a cui viene impedito di vedere il padre pur se una regolare sentenza gliene dà ampia possibilità. Guarda il cielo di Roma, Matrix, adesso, e dice che sua figlia è una stella che prima o poi lui rivedrà vicino a sé, e intanto racconta di come in questi anni lui abbia passato tutte le sfumature della disperazione umana, di cui ti sa raccontare ogni angolo e ogni respiro.

Racconta particolari che non posso nemmeno citare, e sopra tutto, Matrix racconta la folle crudeltà di un sistema che attraverso la “giustizia” riesce a creare solo dolore e ingiustizia.

La voce con cui Matrix racconta tutto questo è una voce che sembra solo sfiorare le cose umane, una voce che ormai sembra lontana e carezzevole: ha perso una figlia e ha trovato una stella, dice lui, e parla come se lui ormai vivesse su quella stella: una stella bionda come era sua figlia, e dagli occhi verdi.

Quando ti strappano una figlia e ti impediscono di vederla hai due sole strade, dice. O impazzisci e fai una strage, o trasfiguri tutto in un mondo dove tutto questo crei un senso alla perdita che vivi.

Il fatto che una figlia strappata sia anche una figlia viva, e che sia stata strappata dalla cattiveria della gente, una cattiveria aiutata da un sistema folle come quello che nei nostri paesi dovrebbe garantire per prima cosa “giustizia” ai bambini, e invece la prima cosa che regala loro è il conflitto e le relative tragedie, il fatto – dicevo – che sia la cattiveria umana a toglierti una figlia, per un verso regala innegabilmente la speranza di rivederla, mentre per l’altro verso racconta alla propria rabbia l’irriducibilità di sé stessa, la terribile sfida di doversi fare una ragione di un odio terribile che non si può non provare ma che, per sopravvivere e per sperare di non distruggere ancora di più la figlia, non si può che cancellare.

Matrix è il limpido, luminoso esempio di come una coscienza umana possa creare una dimensione capace di trasfigurare in speranze e creazioni i propri limiti, le proprie distruttività, i propri errori e orrori: in quella stella bionda e dagli occhi sgranati e verdi ci sono dunque per tutti noi i segni di quelle creazioni che abbiamo dimenticato, e che portiamo chiusi in fondo al nostro cuore. Matrix non è il solo padre in queste condizioni: e non è nemmeno il solo genitore.

Ce ne sono tanti, che a causa di una logica folle, che coinvolge un intero sistema che dovrebbe tutelare gli affetti e invece li distrugge, hanno perso ogni contatto con i propri figli. Casi nei quali si mostra tutta la paradossalità della nostra cultura – una cultura che vive nella logica di identificare nelle separazioni e nel conflitto la soluzione ai conflitti e alle separazioni.

La nostra – in altri termini – è una cultura che considera normale (ma normale per chi? E dove? viene da chiedersi) il fare la guerra contro la guerra, o combattere la violenza con altre violenze: una logica della contrapposizione che implica solo la contrapposizione e la scissione come soluzioni alle contrapposizioni e alle scissioni, e non punta mai ad accrescere e integrare ciò che appare separato e in conflitto (laddove tutto però, come dice Humberto Maturana, è una distinzione posta da un osservatore ad un altro osservatore, che può essere egli stesso http://www.matriztica.org/ e http://www.oikos.org/matit.htm ).

Ci sono figli che, in seguito alle lotte fra i genitori, vengono portati per sempre in altri stati: al 2004, il Ministero della Giustizia aveva in carico oltre milleeduecento casi del genere: bambini letteralmente rapiti ad un loro genitore, un genitore che oggi forse loro stessi non conoscono e non ricordano più, e che vivono all’estero, in terre assolutamente lontane.

Moltissimi i bambini italiani cui viene reso impossibile per anni incontrare uno dei due genitori. Alcuni, come la piccola Valentina Cori, sono persino segnalati dalla Polizia di Stato nel suo sito tra i bambini sottratti (ciccando su questo link sarete diretti proprio alla pagina del sito della P.S. dedicata a Valentina CORI , il cui papà Enrico, altro mio carissimo amico ha creato un sito (www.valentinacori.it ) per poter parlare alla figlia scomparsa, sperando che qualcuno la veda. Valentina, assume la Polizia di Stato, si troverebbe in Sicilia, verosimilmente sottratta dalla madre.

Di tutti questi poveri bambini, vittime di guerre folli, si occupano alcune associazioni di genitori come www.figlinegati.it e “ Figli sottratti” (dove si leggono storie realmente tragiche di bambini sottratti all’estero) o, anche, “Papà Separati”, che sono, insieme ad un altro paio, fra le più credibili e quotate.

Ma il vasto panorama delle associazioni di genitori separati – le sigle sono tante, e vorrei dire: troppe- indica che anche qua la separazione rimane la chiave paradossale con cui, cercando di affrontare un problema, lo si esaspera: -Gli stessi padri separati spesso sono ragazzini che riescono solo a separarsi fra loro perché ognuno vuole comandare e se non ci riesce si separa…- dice Matrix, mentre guarda quella stella e sembra inghiottire, con questa frase, un altro dispiacere. –

Dove pensi che sia Flavia, ora?- gli chiedo. Non mi risponde subito, Matrix, perché prima guarda in cielo, e poi la strada. Ma stasera noi siamo la strada, la notte, il vento, e lui non riesce a sottrarsi dunque al proprio sguardo: -Forse è in Italia, forse l’hanno portata … ma tu non scriverlo, questo, nel post…- Matrix, cosa manca a tutto questo, per permettere tutto questo? -Siamo una cultura che vive di leggi e sentenze, ma nessuno di noi vuole rispettarne davvero una, se non è quella che gli conviene.

I giudici fanno i processi per stabilire a chi va affidata mia figlia, ma se poi la madre la rapisce e la porta via, nessuno si muove per ridarmela, tantomeno per condannarla. Matrix ha ragione: impedire ad un figlio di vedere l’altro genitore è un comportamento che con estrema rarità comporta delle condanne. Il reato, se viene ravvisato, non integra mai quello che in realtà accade, vale a dire una lesione profondissima dell’equilibrio di un bambino che sarà sempre un adulto amputato: se qualcuno si muove, e questo “se” il più delle volte rimane tale, il capo di incriminazione è un’elusione dell’ordine del giudice.

E con questo il Codice Penale, e la magistratura intera, chiudono i loro conti e conticini, ignorando cioè che quel bambino subisce un abuso emozionale che lascerà feroci segni nel suo cuore. Al contrario, il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, implica una violazione degli obblighi di assistenza familiare: per il nostro codice e la nostra magistratura, dunque, si accudisce un bambino solo dando i soldi. Poi, si può pure sparire, o fargli sparire un genitore, e non si commette reato. Sono tragedie disumane, queste, e ogni volta che un bambino è costretto a perdere un genitore muore un mondo.

Ma noi viviamo in una cultura che non solo è indifferente a questo, ma che addirittura ne trae profitto: il contenzioso per l’affido dei figli genera decine di milioni di euro l’anno, e nessuno vuole rinunciarci: né le lobby professionali, né coloro che traggono altri profitti, più o meno indiretti, da tutto questo. Ci sono intere categorie che traggono potere e denaro dal permanere di questo clima di continua conflittualità nella nostra società.

Non parlo solo degli avvocati: ma anche di chi si occupa di assistenza sociale, chi si occupa di perizie, chi ha case famiglie dove ospitare i bambini vittime del disagio genitoriale.

Sono in tanti a guadagnare dalle tragedie che triturano il cuore dei bambini. -Non ci si può lamentare che siamo un paese in cui tra mafia e lobby politiche, si tenta sempre di sottomettere la giustizia e le leggi ai nostri interessi personali: lo impariamo da bambini- dice Matrix. E prosegue: – I figli dei genitori separati sanno benissimo che se la mamma (o il papà, molto più raramente) se ne strafottono delle sentenze del giudice, non succede niente. Sono le mamme, in questi casi, che comandano, non i giudici. O i papà, quando ci si mettono loro a strappare le sentenze: meglio, a “vanificarle”. La “vanificazione della sentenza” è infatti il termine, letteralmente inventato, con cui un giudice del Tribunale di Roma, la dr.ssa *******o, giustificò pienamente il comportamento di una madre che per anni aveva sempre evaso l’obbligo di salvaguardare i rapporti fra le figlie e il padre, e impedito loro di incontrarlo regolarmente.

La sentenza d’Appello risultò “vanificata di fatto”, e quel giudice dunque chiuse così ogni ipotesi e speranza che una sentenza debba davvero essere osservata, perché ritenne naturale, e non colpevole, che si potesse evaderla per anni, insegnando a tre bambine che il padre, che nulla aveva fatto, era persona da detestare. In questi casi, dunque, la Polizia è impotente, il giudice se ne lava le mani, o, peggio, avvalla negli anni l’inosservanza delle sentenze, che addirittura legittima definendole “vanificate di fatto”, e i figli crescono naturalmente, e inappellabilmente, con la certezze che le sentenze non contano, e si possono “vanificare”, se non ci piacciono.

Mia figlia questo lo sa molto bene, e lo sanno i figli di tutti noi separati. Come fa la magistratura a lamentarsi della capacità mafiosa di tutta una cultura, di tutto un popolo, di tutta una maggioranza politica, e cioè la capacità di fregarsene di leggi e sentenze, e, se non piacciono i giudici, di strappar loro i processi, se lascia che i nostri figli crescano proprio in questa cultura dell’evasione del Diritto?- Cosa manca, Matrix, alla nostra società? Manca il Padre, Gaetano, mi risponde. Lo sai, lo sai meglio di me.

Manca un Padre interno, manca la capacità di crescere e di non essere figli in accontentabili e privi di regole. Siamo una società di eterni figli, in accontentabili, viziati, incapaci di trovare un Senso e un Logos nell’esistenza, di definirci attraverso limiti e non soltanto bisogni.

Ha ragione Matrix: dalla nostra società è scomparso il Padre: ma non solo il ruolo, la figura familiare, il genitore di sesso maschile. E’ scomparso pure quello, se vogliamo, ma soprattutto è scomparso dalla nostra coscienza, dalla nostra psiche più profonda. E non va identificato solo con la mera figura familiare, o, peggio ancora, con il figlio di mamma violento, prepotente, viziato, che quando si sposa pretende di restare il bambino inaccontentabile reso tale da una “mamma” sempre a disposizione, e che pretende di trovare nella compagna solo una persona che, con le buone o le cattive, lo accontenti e non gli imponga confronti. I nostri figli vengono fagocitati sempre più dai desideri, dai nostri o dai propri poco importa, e non riescono a trovare più limiti che diano loro stima di sé stessi e senso al proprio esistere nella diversità e nella responsabilità delle proprie scelte.

Gli stessi figli vengono ridotti a optional del passatempo, e buttati in un cassonetto se considerati un peso, un ostacolo, o anche i testimoni di una vita non goduta: la madre figlicida è sempre considerata incapace di intendere e volere, al contrario del padre figlicida che viene sempre considerato colpevole perchè capace di intendere e volere, proprio perché il figlio è considerato sempre più una cosa destinata solo ad allietare e gratificare un’esistenza. -Attento a scriverle, queste cose- mi avverte Matrix. Sai benissimo che sono impopolari. Si, è vero, Matrix, ma tu sei il mio amico di tanti anni, e abbiamo combattuto insieme un bel po’ di battaglie, e lo sai che io scrivo sempre quello che sento, e che sento vero… e questa sera l’incontro con te mi ha suscitato proprio queste riflessioni, e io, che sono abituato a scrivere nei miei post esattamente quello che più sento come mio, oggi parlerò proprio di questo: abbiamo perso la capacità di ascoltare il Padre che è dentro di noi. Il Padre è una figura fondamentale, presente, come lo è quella della Madre, archetipicamente nella psiche di tutti, una figura che ci guida nel mondo mediante regole senza le quali siamo perse, che ci dà la capacità di elaborare il dolore, che ci dà stima e forza in noi stessi, e ci regala la voglia, e la possibilità, di guardare in alto, e oltre, alla ricerca di nuovi domini e nuove dimensioni da affrontare. La nostra cultura ha perso il Padre, e non può più crescere: siamo destinati a restare una società di eterni bambini, sempre indecisi fra una merendina e un videogioco, incapaci di andare oltre e affrontare l’esistenza dalla porta dell’esistenza e non dal video del reality show o dell’ultimo videofonino acquistato. -Hai letto i libri di Risè, tu?- mi chiede Matrix.

Sono libri bellissimi e impressionanti, e riportano statistiche scientifiche terribili: “Il Padre, l’assente inaccettabile” riporta chiaramente come in testa ai suicidi, agli homeless, ai depressi, ai carcerati per gravi pene, ai tossicodipendenti, così come ai bambini violentati, ci sono loro, sempre loro: i fatherlessen, i bambini cresciuti senza il padre.

Perdere il Padre interno, ma anche quello esterno, vuole dire perdere il diritto alla vita, al confronto con l’esistenza, alla possibilità di vivere la propria autonomia come autonomia e non come desideri che qualcun altro ci deve soddisfare, lasciandoci alla nostra impotenza. Lentamente io e Matrix torniamo verso casa mia. Ci accolgono Paolik e Luca Suhe, i miei due figli più piccoli. Mancano i due più grandi: prima o poi verranno. Al momento sono indaffarati con la madre. Chiedo a Matrix se vuole bere qualcosa, un bicchiere della staffa prima di andarsene.

Lui guarda la sua compagna, la bellissima Lara, russa, e lei gli dice che non se la sente di restare. Matrix sorride e mi fa capire che deve andare: Lara ha un violento attacco di nausea, e vuole tornare a casa. E già: Matrix e Lara aspettano un bambino. Ed è questa la vita, la vita che continua: perché, da qualche parte del mondo, in una strada o in un angolo oscuro dell’Inconscio dove solo una ferita porta luce, c’è ancora un Padre che vuole tornare ad essere Padre.

Gaetano Giordano, psic in Rome

Postato da Psic su 25 Oct 2005, 03:18 in General ( PSIC – Uno Psicologo on line)

In sostanza, quello che volevo dire è che la rinuncia alla risposta violenta e rabbiosa, risposta CHE E’ COMPRENSIBILE MA COMUNQUE CONTROPRODUCENTE E AUTOLESIVA (questo sistema ti toglie i figli attraverso la rabbia che ti fa venire toglien…doti i figli), diventa una rinuncia fruttifera se la “RABBIA” genera impegno intellettuale, capacità di approfondimento e di gestione delle difficoltà. 

ANCHE SE DISPIACERA’ A MOLTI, E’ UN INVITO A RINUNCIARE ALLA VIOLENZA PER DIVENTARE RIVOLUZIONARI NEL PENSIERO E IN UNA PRASSI LUCIDA

G.G.
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