on 5 settembre 2010 by Lorella in Archivio, Primo Piano, Comments (0)

Da “Il paese delle donne on line” una onesta e condivisibile analisi dello stupro “rosa” che ha scosso l’intera Francia

Se la violenza fra donne fa proprio il modello maschile

di Paola Zaretti

In Francia, è cronaca dei giorni scorsi, cinque ragazze, quattro delle quali minorenni, sono state incriminate per lo stupro di una donna di 29 anni. Abbiamo chiesto a Paola Zaretti, psicanalista e coordinatrice del Centro Oikos – Bios di Padova di aiutarci a leggere questo episodio “indicibile” e dal pesantissimo valore simbolico.

L’utilizzo del termine “orrorismo” – il neologismo inventato da Adriana Cavarero per titolare il suo libro – può suonare spropositato, mi si dirà, per proporre una rapida riflessione, a caldo, sullo stupro perpetrato da cinque donne a danno di un’altra donna e sul significato e sul senso di un tale atto.

E’ probabile, anzi, è certo, che sia così ma non mi riesce di trovare, al momento, un’altra parola che trasmetta, più e meglio di questa, le mie risonanze alla notizia.
“Sconcerto”,”raccapriccio” non mi bastano, Vergogna – come donna – sì.

La difficoltà di comprendere la portata di un tale gesto, sta nel fatto che nel nostro immaginario, costruito e addestrato a funzionare secondo i ben noti stereotipi di genere, un gesto come questo non trova posto.
Graffi, urla e strattonamenti vari, ci appaiono più familiari, più rassicuranti e senz’altro più compatibili con le rappresentazioni che abbiamo delle modalità aggressive propriamente femminili.
Anche se – è bene saperlo e, a ricordarcelo, è Joanna Bourke – il numero di donne violente è più alto di quanto si sia disposte a credere ed è in fortissimo aumento.

Nel caso specifico della violenza sessuale – viene tuttavia rilevato, dall’Autrice di Stupro, storia della violenza sessuale dal 1860 a oggi, che “le ragazze e le donne passano quasi inosservate” per via della loro “passività”: come dire dell’impensabile che c’è nel pensare che un uomo possa essere “stuprato” da una donna.

La ragione di questo impensabile-inimmaginabile-irrappresentabile è di facile intuizione e ha a che fare – occorre dirlo? – con la supposta “mancanza” attribuita alla donna che – detto come peggio non si potrebbe – “non ce l’ha”.

Va da sé che questo impensabile non può che risultare ulteriormente complicato nel caso, non contemplato, in cui a non poter essere “stuprato” da un donna – per le suddette ragioni imputabili a penuria di mezzi – non è un uomo, ma un’altra donna. Insomma, diciamolo, non ce n’è per nessuno…

Ma, vien da chiedersi, se le donne non possono “stuprare” gli uomini, nel senso che la parola “stupro” è inidonea a presentificare e a significare un tale scenario, perché dovrebbe essere idonea a significare una violenza sessuale fatta da donne verso un’altra donna? Si tratta davvero di stupro o no? E se non si tratta di questo, di che altro?

Ma lo stupro (forse da stupere) è – da dizionario – una “violenza carnale” e pare, dunque, che quando c’è di mezzo la carne, passino in secondo ordine sia lo strumento utilizzato a scopo violento, che lo specifico della “carne” offesa.

Eppure le cose non stanno neanche così perché una violenza sessuale è una violenza che distingue pur sempre carne da carne…

L’ultima cosa che voglio, è complicare le cose ma è davvero possibile evitarlo? E’ davvero, lo stupro, “una violenza carnale” e basta?
Torniamo al reato commesso dalla donna stuprata da cinque donne.

“Stuprata”, sì, ma per quale reato? Per aver portato via l’uomo, l’oggetto causa di desiderio, alla sua legittima proprietaria. E lo “stupro”? Ecco… la santa punizione, inflitta a una malafemmina, rea di cotanto ardire. Ma Lui, Lui…in tutto questo, dov’ è?

E’ assente – come sempre, come da copione. Lui sta Fuori, silenzioso, estraneo e inappartenente alla scena truculenta che lontano si consuma, che tanto da vicino lo riguarda e di cui c’è il fondato sospetto che goda…
Il fatto non stupisce perché la di Lui “posizione” è tradizionalmente legittimata, così simbioticamente aderente a quella da sempre statuita garantita e trasmessa dai Patriarchi, da non fare una piega: alloggiare nella beatitudine della “trascendenza”, al di fuori della mischia, mentre le donne, bontà loro, si scannano.

Non è forse sempre stato così? E non è ancora così?

Un breve lasso di tempo è passato da quando qualcosa del genere – non paragonabile, certo, nell’esito, ma affine per quanto riguarda l’assenza del maschio, il suo silenzio e lo scatenamento, per via di Lui, di una guerra fra donne – è accaduto da qualche parte.

Non c’è dubbio: quando il femminismo o i femminismi si riducono a vuote ideologie e hanno la pretesa di sostituire dei percorsi personali – quali che siano – mai attraversati, il risultato è pessimo.

Non mi sto allontanando dal tema, lo sto affrontando appena di traverso. Per dire che questo stupro di gruppo, benché inauguri, sotto un certo profilo, una pagina vergognosa, inaudita e forse senza precedenti sulla violenza fra donne in una direzione involutiva e degradante, è soltanto il segnale sinistro di un nodo mai affrontato e irrisolto che riguarda le relazioni fra donne.

Di un nodo che, rimosso e inanalizzato è giunto al suo esito estremo. Non avrei provato forse a scrivere qualcosa sull’argomento, se non fosse che questo stupro ad opera di cinque donne, tocca una corda particolarmente sensibile.

Da tempo, infatti, a fronte delle ripetute ed evidenti difficoltà riscontrabili – oggi forse più che in passato – nelle relazioni fra donne, avverto l’urgenza di affrontare, assieme ad altre persone interessate a farlo, il tema della violenza dal versante femminile.

Solidali? Unite? Sì, forse, sporadicamente ma sempre e solo quando è in giuoco, a far da collante – e da controparte – la conflittualità nei riguardi dell’uomo.
Capita che molte di queste “unioni” solidali si sciolgano come neve al sole quando la controparte maschia non c’è, quando quella controparte che l’altra diventa tanto spesso per ciascuna e la conflittualità che ne nasce, vengono aggirate e rimosse.

Quanto è accaduto è un evento nuovo che segna l’oltrepassamento di un limite e che richiede, per essere “letto”, l’individuazione e la mobilitazione di nuove categorie “interpretative”.
Si tratta di una faccenda delicata, dai risvolti molteplici e irriducibili, a mio parere, a un processo di tipo identificatorio con il maschio da parte di queste femmine “stupratrici”.

Il rischio di cadere nella trappola di questo meccanismo non è certo una novità, e il grado di mascolinizzazione-emancipazione raggiunto da molte donne ne dice quanto basta per riconoscerne il carattere insieme strutturale e inevitabile.
Forse che in un mondo pensato e organizzato rigorosamente al maschile, una donna che vuole affermarsi come soggetto può fare qualcosa di diverso che diventare un uomo? Non è forse questa la via scelta dall’isteria come la sola via d’uscita possibile? Lacan ne era consapevole. _ La malattia non stava nell’isteria – che peraltro pare scomparsa dagli onori della clinica – stava e sta dentro un sistema di pensiero generatore di malattia.

L’effetto boomerang, legato a queste nuove figure di “stupratrici” a danno di una donna, va ben oltre e supera di gran lunga quel processo involutivo e degradante – e inversamente speculare – di corpi femminili mercificati che hanno finito per trasformare le conquiste di libertà sessuale delle donne in un’illusione di ” libertà” che le ricaccia nello stato di merce forse come mai prima d’ora.

A questo stiamo assistendo e qualche domanda in più sullo stato delle relazioni fra donne forse potremmo porcela.
Ma forse uno stupro di donne contro una donna ci fornisce anche altro su cui riflettere… Forse c’è di mezzo la Paura…

[Fonte http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article6840]

* * *

Plaudiamo quindi a questa sorta di j’accuse che fa onore all’autrice la quale, pur con accenni ad alcuni possibili condizionamenti culturali, non esime le “stupratrici”  dalle loro gravi responsabilità.  “Non c’è dubbio: quando il femminismo o i femminismi si riducono a vuote ideologie e hanno la pretesa di sostituire dei percorsi personali – quali che siano – mai attraversati, il risultato è pessimo.” [Womenews – “Il paese delle donne on line”]

Ed è proprio quello che capita di osservare sul social network del momento, il nostro beneamato FaceBook, dove assistiamo attoniti alle performance di alcuni dei cosiddetti gruppi “Contro la violenza ecc. ecc.” nei confronti dei quali manifestiamo e manteniamo il nostro dissenso e la nostra critica di base: nella maggior parte dei casi trattasi di gruppi/pagine che usano la lotta alla violenza per fare ulteriore e più certa violenza.

A chi scrive piace dire le cose come stanno. Non esiste alcuna ragione per non sostenere le donne impegnate nella lotta per quelli che sono giusti diritti.  E non creano alcun problema le persone che fanno notare difficolta’ femminile nel mondo del lavoro, ad esempio. In questo articolo a firma di Paola Zaretti sembra che le cose siano poste con fondamentale onesta’.  Cosa che, diversamente, non si legge nei post e nei commenti dei sedicenti gruppi femministi di facebook. Quindi se Womenews – “Il paese delle donne on line” (almeno per quel che posso desumere da questo pezzo) è un blog femminista non si vede proprio niente di “nocivo” nel femminismo di queste donne. Anzi.

Il problema, invece,  è la disonesta’ di altri gruppi o persone, la loro smania di prevaricare giungendo a mistificare qualsiasi informazione pur di poter dire “Noi siamo migliori”. Sono proprio questi soggetti che capita di incontare su FB e in altri spazi del web (con la smania di dimostrare che esiste una parte di umanita’ migliore di un’altra) a  rivelare il loro preoccupante carattere filonazista.  E se loro dovessero dire di essere semplicemente femministi, per chi scrive  il loro è e rimane solo nazifemmismo.

L’articolo di Paola Zaretti – INSISTO – mi sembra onesto e pienamente condivisibile.

Benvenga questo femminismo.

*

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