“No alla violenza sulle donne”: come su “FB” la lotta alla violenza giustifica la violenza

E’ un gruppo che sta su Facebook.

Ed ha un nome estremamente accattivante e corretto: “No alla violenza sulle donne” – identico a quello di un altro. E’ riconoscibile dal LOGO(1) LOGO(2) in alto a sinistra che ne attribuisce anche la paternità ad una associazione dal nome “Nuovi Orizzonti”.

Uno screen shot di una delle pagine del “gruppo”

Ma le sue caratteristiche sono la violenza e l’aggressività dei contenuti: sia quando si tratta di commentare vicende di cronaca nera, dove si scatenano i forcaioli con inviti da film splatter (“tagliamogli il pene e facciamolo morire dissanguato lentamente”, è una delle – tante – perle lette, ad esempio), sia quando si tratta di confrontarsi con qualcuno che avrebbe voglia di affrontare – seriamente – discorsi seri.

In questo caso hanno una sola modalità di confronto su dati scientifici, argomentazioni logiche, ipotesi operative.

Ed è una capacità classica dei sistemi integralisti: non affrontare mai, mai e poi mai, la discussione specifica, l’argomentazione non condivisa, il dato interpretato diversamente.

Si evita qualunque discussione sul dato, e la sola chiave di gestione del contraddittorio è il giudizio sulla persona: offensivo, ovviamente.

Quando va bene, c’è il rifiuto aprioristico – non motivato, non argomentato – della tesi che l’altro vorrebbe dimostrare con i suoi dati (e che può esser contraddetta: ma con altri dati, o altra lettura dei dati – non certo con affermazioni apodittiche e non argomentate).

Epiteti spesso infamanti, commenti che i legali consultati hanno classificato, a quanto ci risulta, vere e proprie diffamazione; dileggi, offese: queste le sole modalità di risposta a chiunque non la pensa come loro.

“Cialtrone”, “idee deliranti”, “persona priva di credibilità”, “cyber-stalker”, e via di seguito, in una infinità di termini del genere, riservati come pane quotidiano a chi non è d’accordo con poche, a nostro avviso rudimentali, teorie: la violenza domestica è violenza di genere, ed è esclusiva del maschio contro la donna perché la donna è sempre vittima. Gardner difendeva i pedofili, e la PAS (la Sindrome di Alienazione Genitoriale) non esiste. Questi i teoremi del gruppo.

Gardner non ha mai difeso i pedofili: e nessuno di chi lo afferma ha mai detto in quale articolo o libro lo avesse fatto: ma se a questi signori glielo si chiede, la risposta è l’insulto, il dileggio, l’etichettatura di “maschio cyber-stalker che odia le donne”, e via di seguito, o quella di essere “troll”, o “fake” di qualcuno.

Pura diffamazione contro Gardner, dunque, e paradossale uso dei concetti di “fake” e “troll”, visto che lì di fake veri che difendono le teorie del gruppo ce ne sono, e basta leggerne i “nomi” – che non sono nomi di persone – per rendersene conto.

E visto che dare dell’amico dei pedofili a Gardner è da puro “troll”, trattandosi di diffamazione pura, apodittica e volutamente indimostrata.

Ad una analisi attenta, tutto questo risponde ad una classica logica integralista, per cui chi opera in nome dell’ideale giusto può permettersi di tutto, e chi sta dall’altra parte può e deve subire di tutto.

Una logica, quella dell’ideale superiore che giustifica tutto e il contrario di tutto, che nella storia dell’umanità è servita a giustificare anche il peggio.

Basta dire qualcosa che fino a qui non avevamo mai voluto dire (per non strumentalizzare parole altrui): e cioè che l’atteggiamento di questo gruppo ha fatto scrivere ad uno psichiatra:

In questo gruppo il becero sessismo femminista non solo non permette un pacato, anche se duro e franco, confronto. Anzi finisce per stimolare le beluine posizioni di “machilisti di tutto il mondo unitevi”. … Chiunque, uomo o donna, esprima idee non in linea col paradigma “il maschio è una bestia, costituzionalmente”viene aggredito, tacciato di essere fake o troll!, se gli va bene si becca del negazionista!.

Il punto è che lo psichiatra in questione non era certo un fautore di teorie maschiliste, ma anzi uno degli amministratori del gruppo stesso. Che ora è addirittura uscito dal gruppo anche se, per ammissione del promotore della pagina, continuano ad arrivargli messaggi intimidatori.

E quanto sopra riportato era la nota con cui si dimetteva da amministratore del gruppo in questione.

La sua ultima frase (“Chiunque, uomo o donna, esprima idee non in linea col paradigma “il maschio è una bestia, costituzionalmente”viene aggredito, tacciato di essere fake o troll!, se gli va bene si becca del negazionista!” ) spiega splendidamente la logica utilizzata da questo gruppo per permettersi l’epiteto e l’offesa. E spiega anche perché, come ammette il creatore stesso del gruppo, questo psichiatra – ancora oggi che si è dimesso da amministratore del gruppo, e che poi si è disiscritto del tutto, continua a ricevere messaggi violenti e aggressivi.

Il punto centrale della trappola comunicazionale è dunque proprio nella finta possibilità di discussione che il gruppo offre.

Una finzione che permette di non porre mai regole – né di partecipazione, né di esclusione (difatti: minacciano sempre di bannare ma non lo fanno mai) né di confronto.

Ma che proprio per questo consente l’accusa, l’offesa personale, la denigrazione della persona, in luogo del contraddittorio sui dati (o del divieto di partecipare, se non graditi): “il fatto che possiamo trovare in questa pagina un certo tipo di commenti dimostra che la censura qui non c’è mai stata”, scrive uno dei partecipanti, di quelli che stanno dalla parte “giusta” (e che sembra – per modalità argomentative ed espositive – il “fake” di un altra partecipante): vero che non sembra esserci censura. Però c’è l’insulto: “CIALTRONE”, i “TEOREMI LOGORROICI E DELIRANTI”, “GIOCHETTI DA DEMENTI”, “SQUADRISTA” VIOLENTO“, e chi più ne ha più ne metta. Fino ad arrivare a dire ad un poveretto: “Senti tu, abbiamo quintali di prove contro la tua costante opera di molestia e diffamazione, contro il tuo cyber stalking e il tuo bullismo costante. … Prima mi dimostri che non hai picchiato tua moglie con una SENTENZA DI ASSOLUZIONE CHE NON HAI e poi parli.” (come se la presunzione di innocenza non valesse più e come se il tizio avesse davvero ammesso di aver picchiato la moglie)!

Una prova adeguata – oltre che vergognosa – di tutto questo è stato quanto accaduto con la sfortunata vicenda di una donna realmente maltrattata, e a cui il Tribunale per i Minorenni ha sottratto il figlio sostenendo che era complice del suo maltrattatore nel far torturare da questi il figlio.

Il gruppo in questione per giorni e giorni ha ignorato il link che riportava la notizia: di solito, fatti del genere scatenano sempre commenti indignati e feroci, in quella pagina.

Nel caso in questione nessuno ha detto nulla: la notizia era stata data dalla persona “sbagliata”, e non meritava considerazione.

Qui c’è la prova di come la violenza subita dalle donne sia strumentale alla affermazione di poche persone che la strumentalizzano per fini loro: se la notizia viene dall’iscritto “sbagliato”, a nessuno importa niente della donna maltrattata.

Quando al gruppo in questione è stata fatta notare la cosa, quattro o cinque persone hanno reagito dicendo che chi aveva messo la nota non aveva alcun interesse a tutelare quella donna, ma solo a strumentalizzare la sua tragedia per poter accusare la pagina in questione.

Splendido esempio di un meccanismo autoreferenziale per il quale la donna vittima di violenza è usata per dimostrare che c’è un colpevole che è sempre un altro, ma non per tutelare lei e il povero suo figlio.

Della donna in questione, infatti, a nessuno è più interessato nulla: leggere per credere.

La logica non è dunque né quella della reale tutela della donna, né quella della discussione, anche dura: ma quella del poter insultare facendo finta di discutere, e di indignarsi offendendo sempre, senza porre né porsi mai limiti. Il colpevole è sempre quell’altro, anche quando – come con questa donna vittima di tragica violenza – difende il tuo stesso principio, e cioè che la violenza contro le donne è abominevole.

Una dimensione “materna”, in realtà, perché privilegia l’omologazione e la clonazione tra soggetti alla presenza di veri obiettivi da perseguire: se la donna da difendere la indica la persona giusta si indignano tutti, se la indica la persona “sbagliata”, non gliene frega nulla a nessuno.

Da questo punto di vista, ci troviamo in presenza di una modalità “materna” – uroborica, viene da dire – per cui chi è “fuori” è comunque cattivo, e chi è dentro non ha regole né differenze.

Una “mamma”, insomma, nella parte negativa – quella cattiva e “divoratrice” (per rifarci a una logica jungiana): la mamma che – per ricollegarci anche a quanto detto prima – non mette regole, ma solo accuse e rimproveri; che non indica riferimenti, ma colpe, e che non mette limiti, ma solo minacce e sgridate (nel caso: offese).

”Banniamo chi vuole distruggere il gruppo”, minacciano, infatti, di continuo. “Allontaniamo chi trolleggia”, “buttiamo fuori i fake”, “Noi siamo democratici, banniamo solo i faziosi”, insistono.

Poi non lo fanno mai: perché per poter mantenere il conflitto e conseguentemente poter offendere e insultare, bisogna mantenere le persone all’interno del circuito conflittuale, senza dare regole e dunque senza escludere o accettare modi e modalità di partecipazione, in modo da rendere indecidibili i criteri in base ai quali rinfacciare, accusare, offendere. Il materno che accusa ma non espelle, non mette regole, non riconosce obiettivi ma solo con/fusione con sé stesso e in sé stesso.

Chi non è d’accordo con le tesi di fondo, insomma, deve accettare o l’umiliazione e il dileggio continuo, o accettare l’umiliazione e il dileggio continuo.

Questo implica un’altra considerazione: l’assenza di regole genera la possibilità per chi gestisce la comunicazione di stabilire chi sta dalla parte giusta e chi no, e così provocare fino a poter legittimare la propria aggressività, e cioè l’uso dell’odio, dell’insulto, del parere diffamatorio, o offensivo e dileggiante.

In realtà, gruppi del genere sono a nostro avviso tutto il contrario della tutela della donna – proprio come la vicenda della madre maltrattata ma segnalata dalla persona sbagliata dimostra: perché riducono la persona “vera”, quella maltrattata sul serio, ad un individuo privo di specificità individuale, ridotto ad un mero clone – recipiente e ripetitore al tempo stesso di stereotipi ideologici, e di slogan.

Da questo punto di vista, la partecipazione ad una idea, che in sé è valida e fautrice di progresso e maturazione dei singoli (che la donna debba avere pari dignità dell’uomo e che non debba esser oggetto di violenze, è ovviamente …ovvio – e vero – come però …sono vere tante altre cose) diventa allora la modalità paradossale proprio per annullare la specificità dei singoli individui che vi partecipano.

Concludiamo.

Stiamo parlando di un gruppo che, a nostro avviso, e sempre pronti a discutere il contrario, con la scusa di dire no alla violenza sulle donne, sembra fare della faziosità e della tendenza all’offesa e all’aggressione il vero obiettivo da raggiungere.

Un gruppo, in sostanza, che sarebbe bene che Facebook eliminasse dalle proprie pagine.

Riflettete, leggetene alcune pagine, fatevene una idea e, se siete del parere che quanto abbiamo scritto abbia una sua forte verità (perché chi scrive ammette per primo la propria possibilità di “errare” – ma di “errare” in ogni senso), chiedete che questo gruppo scompaia.

Basta fare “click” su: “segnala questa pagina”: è in basso a sinistra. E poi dirne i motivi: “Discorsi a sfondo razzista e di incitamento all’odio”…

Dr. Gaetano Giordano

 

UPDATE http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionedigenere/non-le-piace-larticolo-del-giornale-femminista-diffama-giornalista-dandogli-del-pedofilo/

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5 risposte a “No alla violenza sulle donne”: come su “FB” la lotta alla violenza giustifica la violenza

  1. Giusy scrive:

    Ho letto attentamente il tuo articolo. Purtroppo in rete di facinorosi ce ne sono molti. Complice l’anonimato utilizzato internet come mezzo per sfogare la propria frustrazione, rabbia e insoddisfazione di ciò che la vita gli/le offre.
    Però…dissento su quanto tu hai affermato. Il gruppo NON è composto solo da quegli elementi, ma da molti altri che discutono, che non sono femministe, che non sono sessuofobe, che non considerano il maschio la radice di tutti i mali. Io ne sono un esempio, in quanto maschilista (ma sono una donna) nel gruppo che tu hai così aspramente criticato. Stranamente non mi sono mai trovata ad essere attaccata, offesa e definita troll nei casi in cui difendevo l’uomo, oppure ero critica nei confronti di una donna.
    Anzi, sono stata da più persone (uomini e donne) sostenuta.
    Attualmente contiamo 83.982 persone, e tu ci hai giudicato solo per quegli elementi che esistono in ogni società, che fanno parte della vita di tutti noi, maleducati e senza alcuna propensione al dialogo. Pertanto a mio avviso, chi si è comportato in maniera scorretta sei proprio tu, che con le tue parole hai condannato anche quelli che come me stanno lottando in quel gruppo per mantenere vivo il dialogo e il confronto.
    Facile sbattere la porta e andarsene quando c’è da affilare le unghie, e combattere per ciò in cui si crede.
    NO alla Violenza sulle Donne, è Contro ogni tipo di Violenza ed è consapevole che anche le Donne si macchiano di malvagità. Siamo tutti esseri umani, con pregi e difetti, ma in questo gruppo ci occupiamo di Donne e non di generica Lotta contro la Violenza.
    Forse non saremo tutte Sante, ma non siamo neanche tutte dei Mostri. E per tutte quelle che in questo momento sono picchiate, umiliate, uccise, stuprate, continuerò a combattere, consapevole che per ogni medaglia c’è il suo rovescio.
    Chissà se tu che ti consideri così tanto “evoluto” e pronto al “dialogo” e al “confronto”, avrai il coraggio di fare qualcosa di oggettivo come ha fatto Davide Insinna creando il gruppo e l’associazione, oltre che ha giudicare l’operato altrui senza dare risposte adeguate ma solo accuse.

    Saluti

    >>>>>>>>>>>>>>>>>


    Vi segnaliamo il sito dell'autrice del commento:
    http://www.giusyberni.it/

    Molto bello e delicato.
    Complimenti.

    Gaetano Giordano

  2. Sergio scrive:

    Gentile Gaetano e gentile Giusy. Grazie per i vostri testi. Condivido con Gaetano il fatto che ogni discriminazione positiva in fondo porta negatività e non può mai portare a qualcosa di costruttivo. Bastava fare un sito su FB dicendo; STOP ALLA VIOLENZA. Perchè non farlo? Soltanto la uguaglianza totale e vera può portare ad un società senza violenza. Allo stesso tempo non penso che sarebbe giusto vietare una pagina come quella menzionata nel articolo di Gaetano. Sarebbe molto più elegante cambiare il nome della pagina. Forse ci dobbiamo chiedere perchè non hanno scelto un nome più giusto e generico come dicevo prima; ‘STOP ALLA VIOLENZA’. E meno sexy? E meno accattivante? Per ogni donna che soffre o che ha sofferto esiste un uomo che ha sofferto o che soffre. Tuteliamo sopratutto i bimbi e gli animali che non hanno voce e lasciamo per favore la lotta fra donna e uomo.

  3. admin scrive:

    La pagina – ci preme sottolineare – è contro ogni genere di sopraffazione di qualsiasi essere umano. E’ quindi e ovviamente anche contro la violenza sulle donne. Ma non è una pagina femminista!

    Lo faremmo volentieri (cambiare nome alla pagina) ma facebook non lo consente (è possibile rinominare i gruppi ma non le pagine).

    Se qualcuno avesse notizie diverse, ce lo faccia cortesemente sapere.

  4. La giustizia scrive:

    http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionedigenere/non-le-piace-larticolo-del-giornale-femminista-diffama-giornalista-dandogli-del-pedofilo/

    A causa di questa palese diffamazione contro il giornalista de l’Unità, FB lo scorso anno fu costretto a chiudere il gruppo femminista fondato da Davide InZinna. Ma ne hanno fatti altri due, stesso stile stessi admin

  5. sinceramente..nn so 2 anni fa ma da un anno a questa parte è tutto tranne quello che dite voi, anzi! condanna il femminismo più o meno estremista

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