Associazioni di madri separate a favore del vero affido condiviso

All’audizione al Senato per la riforma dell’affido condiviso si pronunciano a favore associazioni a tutela dei minori, di padri separati ed anche di madri separate. Contro rimangono certi avvocati, organizzazioni para-femministe, e certa magistratura.

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Erede dell’Associazione Donne Separate (Agrigento, 1996), LADDES Family FVG Onlus nasce alla fine degli anni novanta a Pordenone, ma è attualmente la principale e più diffusa associazione di donne separate anche a livello nazionale. Aperta e sensibile ai problemi dell’intera famiglia separata, svolge intensa attività di monitoraggio, assistenza sociale e psicologica, auto e mutuo- aiuto e mediazione familiare.

Si presenta in audizione sulla proposta di modifica della legge 54/2006 per mettere a disposizione del Parlamento la propria esperienza e le proprie riflessioni sulle problematiche dell’affidamento, con particolare riferimento alle richieste che giungono dalle madri e dai figli.

In relazione a ciò, appare prioritario chiarire che l’applicazione della legge sul condiviso e il relativo riferimento alla bigenitorialità, è giudicata dalla nostra Associazione profondamente carente rispetto ai risultati che ci aspettavamo. Non è certamente di nostra competenza entrare nel merito di aspetti prettamente giuridici – ovvero se si tratta di una legge tradita nella fase della applicazione o se certi contenuti, che spiegheremo, effettivamente mancano, non essendo previsti dal testo in vigore – ma siamo assolutamente convinte che quei contenuti, che ritroviamo, espressi senza ombra di equivoci nei disegni di legge in discussione, sono assolutamente positivi e, se la legge attuale non li contempla, è senza dubbio il caso di introdurli adesso .

Passando, dunque, in rassegna i principali aspetti dell’intervento che auspichiamo, è soprattutto il tanto invocato “interesse del minore” a soffrire delle attuali modalità applicative dell’affidamento.

La bigenitorialità (intesa come quella condizione che preserva la stabilità dei rapporti del bambino con i suoi genitori, a prescindere dalla loro separazione) deve essere intesa come interesse primario e diritto del figlio a crescere sia con le cure della madre che con quelle del padre.

Ciò che rifiutiamo, come espressione di una corretta genitorialità, è la delega esclusiva dei compiti di cura, secondo un modello monogenitoriale, ad uno solo dei genitori; al pari rifiutiamo che la

bigenitorialità sia intesa come potere dei genitori nei confronti del figlio. Ciò che vogliamo invece è la responsabilità e l’impegno di entrambi nel provvedere alla cura, educazione e istruzione della loro prole. La bigenitorialità, deve pertanto trovare nella legge una regolamentazione che ne faccia un obbligo, da cui nessuno può esimersi. Meno che mai, quindi, può essere la legge – o la sua applicazione – a esonerare uno dei genitori, a spingerlo fuori, o anche semplicemente ad autorizzare un suo impegno decisamente marginale.

Qualsiasi tipo di argomentazione in merito alla legge sull’affidamento condiviso e sulla sua revisione, non può quindi, a nostro avviso, prescindere da questa considerazione fondamentale.

Di conseguenza, stabilito qual è l’interesse primario del minore, è da ritenersi ovvia una limitata discrezionalità del Giudice in merito a tale questione, i cui provvedimenti dovrebbero sempre operare con il presupposto che il suddetto principio sia per ogni bambino l’unica soluzione auspicabile, con la sola eccezione di situazioni di pericolosità o indegnità, che nella pratica sono assolutamente residuali. La discrezionalità del Giudice resta, ma non può riguardare che gli aspetti organizzativi, il come e non il se, a valle di un provvedimento che garantisca i requisiti fondamentali della bigenitorialità, come oltre sarà meglio chiarito.

Scelto, dunque, come modello di minor danno (un danno nelle separazioni è sempre e comunque presente e inevitabile) l’affidamento a entrambi i genitori nel pieno senso dell’espressione, il provvedimento dovrà comunque prevedere compiti di cura per entrambi i genitori, presso ciascuno dei quali il figlio dovrà sentirsi a casa sua, amorevolmente assistito con sacrificio di entrambi. Che frequentare due case comporti inconvenienti anche per i figli è pacifico e non può essere visto come circostanza proibitiva, in un corretto bilanciamento di vantaggi e svantaggi dei due modelli possibili. D’altra parte non è fuori luogo rammentare che questa scelta tra i modelli è già stata fatta, su base popolare, cinque anni fa, e non può essere riproposta dalla parte che fu largamente soccombente come se fosse problema di oggi. Il problema di oggi è introdurre quei chiarimenti – o quei correttivi – al testo in vigore che rendano effettive le conquiste del 2006 della famiglia separata.

Volendo essere ancora più concreti, infatti, occorre sottolineare che oggi come allora non esiste frattura tra padri e madri, donne e uomini, come maliziosamente alcuni cercano di sostenere. Le donne che desiderano la piena collaborazione dei loro ex compagni nell’educazione e nella cura dei figli sono le naturali alleate dei padri che si impegnano per poter essere davvero presenti, così come le regole del modello esclusivo di affidamento (anche se chiamato diversamente) fanno il gioco sia dei padri che intendono defilarsi che delle madri che strumentalizzano il proprio ruolo. La divaricazione esiste, ma separa i buoni dai cattivi genitori, aiutati questi ultimi – duole dirlo – dal

sistema legale. In questo senso la spaccatura è stata evidentissima anche nell’audizione alla quale Laddes Family ha partecipato. Da una parte sei avvocati e un Giudice a rilanciare il sistema monogenitoriale, chiamandolo bigenitoriale; dall’altra le voci di due associazioni, assolutamente imparziali, a sostenere le istanze popolari a favore del modello bigenitoriale autentico. E l’opzione degli addetti ai lavori per la gestione esclusiva viene pagata a caro prezzo nelle aule di tribunale, dove la capacità di incidere è del tutto squilibrata a svantaggio dell’utenza. E non si invochi l’argomento delle numerose separazioni consensuali di impronta monogenitoriale, sia perché il cliente è costretto ad adattarsi alla prassi del sistema legale che gli viene presentata dal professionista, sia perché, comunque, è la componente familiare sana di cui sopra che dovrebbe essere agevolata – a maggior ragione se scarsamente numerosa – e non viceversa. Ecco perché un intervento legislativo cogente ci appare indispensabile.

Riprendendo l’analisi dell’attuale applicazione, e in particolare il problema della “rigidità” della legge a fronte dei vantaggi di un ampio potere discrezionale – premesso, come sopra ricordato, che i principi generali non possono essere soggetti a discrezionalità – è nostra esperienza che poi per tutti gli altri aspetti il Giudice si autoesclude dalle facoltà di scelta, confezionando provvedimenti fotocopia ancorati ai vecchi schemi. Le sentenze mostrano ancora la quasi totale prevalenza di provvedimenti aspecifici, che tendenzialmente ripropongono le tipiche ripartizioni asimmetriche dei compiti di cura fra madri e padri. Il padre, che ancora ha “ tempi di visita” limitati a un incontro durante la settimana e a week-end a settimane alternate, continua a essere relegato al ruolo di “genitore del tempo libero”, compagno di giochi dei figli con pregiudizio per la sua funzione educativa e l’autorevolezza del ruolo; mentre resta (rilevazioni ISTAT 2011) per il 76% a carico delle madri l’aspetto di cura e istruzione della prole. Alla mediazione familiare, che potrebbe agevolmente flettere il provvedimento calibrandolo sulla specificità del caso, mai o quasi mai si fa ricorso.

Pertanto del potere discrezionale restano solo gli svantaggi. Se la decisione del giudice è imprevedibile, e addirittura può capovolgere il messaggio del legislatore, il buon cittadino perde la certezza dei diritti, mentre il cattivo cittadino è invogliato a “provare” comunque la lite, perché potrebbe anche andargli bene, a dispetto delle prescrizioni di legge. Insomma, una totale destabilizzazione.

Tornando a ciò che maggiormente attiene a Laddes Family, come già notato nell’applicazione della legge si continua a lasciare alla donna quasi esclusivamente il peso e le responsabilità dell’accudimento e della cura dei figli. La grande conquista, al femminile, della riforma del 2006 era stata quella di spezzare la tradizionale, obsoleta e anacronistica divisione dei ruoli fra il padre e la madre, richiamando gli uomini a un equivalente impegno nella vita familiare. Ciò che sta

avvenendo tende invece a consolidare un sistema sociale in cui alle donne viene attribuito il principale onere dell’allevamento dei figli, privandole di effettive pari opportunità.

E’ questo inevitabile? Assolutamente no. Alcuni argomentano che “la legge non fa il padre” e quindi non si può che confermare e consolidare il costume attuale. Ma questo non è il nostro punto di vista. E’ la direzione che conta. La legge ha il compito di promuovere e agevolare il comportamento virtuoso e sanzionare quello scorretto. Agendo così la battaglia non è affatto persa. Un dato di estrema rilevanza ci mostra che “il coinvolgimento paterno aumenta sensibilmente se la madre lavora, questo a testimonianza del fatto che le competenze di cura nei confronti dei figli non sono caratteristiche specifiche e uniche del sesso femminile. … Da un lato, dunque, contano aspetti di tipo culturale e valoriale, come il livello di istruzione, che probabilmente rende i padri più consapevoli del loro ruolo e più pronti a mettere in discussione i ruoli tradizionali di genere. Dall’altro, sembrano importanti anche le costrizioni che il padre sperimenta, in modo del tutto simile a quanto accade alle madri lavoratrici.” (F. Buttiglione, Alla ricerca delle prassi virtuose in materia di famiglia dopo la L. n. 54/2006”, Roma, 8 marzo 2011).

Né questa analisi è solo nostra. Non a caso si è recentemente sentita obbligata a muoversi a sostegno dei medesimi disegni di legge l’associazione Donneuropee Federcasalinghe (Com. Stampa del 5 maggio 2011, allegato), invocando il diritto alle pari opportunità anche per una vasta categoria di donne che si sentono penalizzate dalle regole attuali.

A proposito di queste ultime, affrontando gli aspetti più qualificanti delle proposte in esame, se non è compito nostro affrontare la problematica sotto il profilo tecnico-giuridico, possiamo elencare con assoluta convinzione ciò che massimamente sarebbe utile alla famiglia separata – e soprattutto ai figli – ovvero che:

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non si creino tra i genitori divisioni fittizie di importanza e di ruolo distinguendo il genitore collocatario dal non collocatario, circostanza che spinge in massimo grado al conflitto;

esista una pariteticità tra i genitori da intendersi come pari assunzione di doveri nei confronti dei figli e pari obbligo di sacrificare tempo, risorse e ambizioni personali per dedicarsi alla loro educazione e cura; al fine di soddisfare gli obblighi di cui sopra, ci siano tempi di frequentazione non rigidamente basati su una divisione al 50%, ma tali da consentire lo svolgimento delle suddette funzioni, organizzati il più possibile flessibilmente e compatibilmente con più generali e oggettive condizioni, come la distanza tra le abitazioni e l’età dei figli, e ovviamente tali da rispettare il già affermato diritto dei minori ad un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori. In altre parole, non parità nel breve periodo, ma il

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rispetto di pari opportunità, così da poter constatare che facendo la media su tempi lunghi il principio dell’equilibrio è stato osservato; i figli possano sentirsi a casa propria sia dalla madre che dal padre, e quindi un doppio domicilio;

entrambi i genitori si occupino concretamente di loro e provvedano ai loro bisogni, e quindi il mantenimento diretto; la coppia sia portata a conoscenza dell’esistenza di uno strumento altamente efficace nel supportare la ricerca di accordi, e quindi l’obbligatorietà dell’informazione sulla mediazione familiare.

Su questi essenziali punti Laddes Family è intenzionata a fornire il massimo sostegno ai progetti in esame.

Estraendo un aspetto da quelli sopracitati e specificamente illustrandolo, per maggior precisione e concretezza, deve riconoscersi che la forma diretta del mantenimento, lungi dall’essere una modalità come un’altra di soddisfacimento degli obblighi economici, ha un preciso e sostanziale legame con la relazione, favorendo la normalizzazione delle condizioni di vita della famiglia separata. In particolare, ci pare opportuno sottolineare come in questo modo il figlio possa godere della gratificante sensazione che entrambi i genitori mantengono su di lui uno sguardo attento ai suoi bisogni, assicurandogli un doppio ombrello protettivo. E’ nel rapporto che si costruisce la relazione; è nella continuità che si dà senso e nome a ciò che si vive. Inoltre, il contatto con i genitori, soprattutto per i figli adolescenti – che costituiscono la parte numericamente più consistente della popolazione dei figli di separati – è corretto che avvenga prevalentemente nella quotidianità (in una equilibrata frequentazione arricchita dalla attribuzione ad entrambi di compiti di cura ), liberando ad essi, per i contatti con i coetanei, il tempo della ricreazione. Quindi niente più sabati e domeniche sacrificati alla “visita” al “genitore non collocatario”, ma gli svaghi naturali per qualsiasi figlio nelle varie fasce di età. Se poi, come è giusto, vogliamo preoccuparci da donne anche del soddisfacimento degli obblighi di mantenimento è facilmente intuibile che la propensione a spendere per i figli non può che crescere, e drasticamente, nel momento in cui al genitore obbligato – quasi sempre il padre – si lascia il piacere e la certezza della collocazione delle risorse. Non si tratta di un’arbitraria illazione, ma di quanto verificato nei paesi in cui si adotta ampiamente la forma partecipata di contribuzione (v., ad es., William.V. Fabricius and Sanford L. Braver, in Family Court Rev, Vol. 41, pp. 1-16, 2003). Accanto a ciò è importante osservare che con il sistema diretto si recuperano le responsabilità educative individuali di ciascun genitore. E’ odioso che una madre sia costretta a ricordare l’esiguità delle risorse economiche che riceve dall’ex compagno nel

momento in cui le manca il denaro per soddisfare le richieste del figlio: la settimana bianca, il giaccone nuovo ecc. Molto meglio che le attività sportive siano gestite direttamente dal padre e che sia lui a ricevere le imbarazzanti richieste. Ciascun genitore gestisca in proprio i suoi sì e i suoi no, e la relazione genitore-figlio possa essere quanto più possibile fisiologica e vicina al regime della famiglia non separata.

Conclusioni. Alla base dei ddl 957 e 2454 vi è una convinzione che noi condividiamo a pieno: c’è bisogno di un cambiamento ulteriore affinché si riesca effettivamente a impegnare pariteticamente padri e madri nella cura ed educazione dei loro figli: con pari doveri e opportunità, non al 50%. Ci sono infatti tre evidenti ostacoli ancora da superare perché ciò avvenga, che riguardano gli addetti ai lavori e che sono tutti collegati alla applicazione di un modello effettivamente paritetico, nel senso di cui sopra:

– probabilmente a molti operatori del diritto non è ancora chiara la valenza estremamente positiva del messaggio della legge 54/2006 ai fini del contenimento della conflittualità e delle possibilità di collaborazione;

– non viene compreso il vantaggio relazionale per tutti i membri della famiglia separata che discenderebbe dalla forma diretta del mantenimento dei figli, che rappresenta lo strumento più efficace per evitare in concreto la perdita di un genitore come effetto della separazione di coppia;

– si diffida della mediazione familiare e la si tiene ai margini principalmente per scarsa conoscenza di essa da parte dei critici stessi, come dimostra la profonda confusione tra obbligo di informarsi e obbligo di praticarla.

E’ per questi motivi che appoggiamo pienamente i disegni di legge in esame. Il sistema legislativo ha il dovere di accogliere il disagio delle donne che si trovano nelle condizioni penalizzanti sopra descritte, operando secondo i suggerimenti delle componenti sociali, sensibili all’attuale e disponibili al nuovo. Se pensiamo a quanto appaia scontato oggi far frequentare ai bambini la scuola dell’obbligo, ci sembra quasi impossibile pensare che c’è stato bisogno di una legge che definisse tale obbligo e sanzionasse chi non lo rispettava, prima di arrivare al consenso unanime. Siamo convinte che per il vero affidamento condiviso stia accadendo la stessa cosa.

Per LADDES Family FVG Onlus: dott.ssa Emanuela Eboli

Fonte:

http://www.senato.it/documenti/repository/commissioni/comm02/documenti_acquisiti/LADDES%20Family%20Relazione%20Audizione.pdf

 

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