La femminista Phillis Chesler rompe il silenzio e parla dell’odio femminile

L’odio delle donne – Cattive. Una contro l’altra. Ma nessuno ne parla. A rompere il silenzio è adesso la femminista Phillis Chesler di M. G. Meda

Una storia desolante al femminile. La signora americana X sta per divorziare. Il marito l’ha lasciata per un’altra donna: la loro fidata, preziosa e amata baby sitter. E fin qui il danno. Adesso la beffa: il marito chiede la custodia dei figli perché “per il loro bene e benessere psicologico, è meglio che rimangano con la donna che li ha accuditi sin dalla nascita, e quindi li conosce meglio”.

Commento delle amiche della signora X: “The babysitter is a slut!”, “la babysitter è una sgualdrina”. Anche il marito è colpevole e non ha scuse, però, si sa, è un uomo.

Altra storia, ancora più desolante: nel sistema giudiziario americano, il pubblico ministero e gli avvocati della difesa possono selezionare – e in certi casi scartare – le persone che comporranno la giuria. Questo per evitare di ritrovarsi con dei giurati ostili, o comunque prevenuti nei confronti del caso dibattuto.

Spesso, nei processi per stupro, il pubblico ministero ricuserà più facilmente le donne perché statisticamente giudicano con maggiore severità le vittime di stupro. Il che sottintende: forse le vittime se lo sono andate a cercare.

Colpi bassi La lista di storie come queste è infinita e incalcolabile. Ogni donna ha subito un’umiliazione, è stata vittima di un colpo basso, ha sopportato la cattiveria di un’altra donna. E a sua volta ha infierito su un’altra vittima. In una sorta di circolo vizioso dove tutte sono al contempo vittima e carnefice.

Eppure, nessuno ne parla. L’omertà che regna sulla realtà dei rapporti tra donne è forse paragonabile solo a quella mafiosa.

E come in ogni sistema mafioso, di tanto in tanto sbuca un pentito, che vuota il sacco. È il caso della femminista e ricercatrice americana Phillis Chesler, autrice di un libro che ha fatto scalpore negli Stati Uniti, e che esce per Mondadori in questi giorni, dal quale sono tratte le due storie sopra citate.

Il titolo italiano è Donna contro donna mentre il titolo originale, più controverso è: Woman inhumanity to woman, l’inumanità della donna contro la donna. Forse il titolo è stato pensato proprio per stimolare delle reazioni. E per provocare.

Infatti Chesler stessa racconta come molte delle sue amiche femministe le abbiano sconsigliato di pubblicare questo libro. Rifiutando di leggerlo, minacciando di non recensirlo ed esortandola a non sparlare del movimento, delle sisters, perché questo servirebbe gli interessi del nemico storico e comune: l’uomo. Infatti, Chesler spiega nell’introduzione che anche lei, come la maggioranza delle femministe e docenti colte, ha preferito per lunghi anni “aggrapparsi a una visione della donna assurta a vittima perfetta senza mai osare mettere in discussione il modello femminista di una donna moralmente superiore”.

Chesler oggi contesta questo modello perché “la donna non dovrebbe essere costretta a dimostrare di essere migliore di un uomo al fine di ottenere gli stessi suoi diritti e la parità”. La diretta conseguenza di questa conclusione è di fare luce sulla natura – troppo spesso crudele – dei rapporti fra donne.

Secondo Chesler riconoscere che le donne non solo possono essere violente, ma che spesso possono esserlo contro le altre donne, è un “problema da capire e da risolvere”, un atto necessario nel processo di emancipazione femminile. Sisters che uccidono Donna contro donna è il risultato di 20 anni di ricerche: Phillis Chesler ha intervistato un vasto gruppo eterogeneo di donne di varie età e recensito centinaia di opere.

Il risultato è un volume denso che propone testimonianze e citazioni mescolate alle riflessioni e alle confessioni dell’autrice stessa. Un’opera tanto ricca e complessa quanto l’argomento trattato, che non dà risposte ma solleva molte dolorose domande. Cristallizzate in una frase della femminista Ti-Grace Atkinson citata da Chesler “La Sorellanza è potente – può uccidere le sorelle”.

Il libro di Phillis Chesler è uscito negli Stati Uniti in contemporanea a un nutrito numero di saggi che si concentrano sui comportamenti delle adolescenti. Anche i ricercatori statunitensi hanno scoperto che le ragazze comprese nella classe di età dagli 11 ai 17 anni sono oggi estremamente violente e aggressive nei confronti delle loro compagne di classe. Gli studi fanno riferimento a un’indagine condotta oltre 15 anni fa dalla psicologa finlandese Kaj Björkqvist, dove si confrontavano i comportamenti dei maschi e delle femmine suddivisi in varie classi di età in una ventina di Paesi. Al di là delle ovvie differenze culturali, si osservava che durante l’infanzia maschi e femmine esprimono un’aggressività e una violenza fisica molto simili. Ossia, se i maschietti si picchiano con il camion dei pompieri, le femminucce si aggrediscono a colpi di Barbie sulla testa.

A partire dai 5-6 anni i comportamenti diventano radicalmente opposti: i maschi continuano a risolvere i loro conflitti anche con la forza fisica, mentre le femmine “interiorizzano” il conflitto e lo risolvono quasi esclusivamente con attacchi verbali e indiretti. La loro “sorellanza”, il modo di condividere tutti i segreti diventano un’arma a doppio taglio da usare in caso di necessità.

Per Chesler il loro bisogno di piacere, di sentirsi accettate e amate all’interno di un gruppo è tale che le adolescenti praticano una violenta autocensura per apparire buone e gentili, soccombendo alla “tyranny of niceness”, “la tirannia della gentilezza”. Per tanti ricercatori americani questa violenza psicologica tra adolescenti può avere effetti devastanti sulla psiche delle vittime e condurre, nei casi estremi, al suicidio.

Quindi in molti suggeriscono di affrontarla e combatterla con gli stessi metodi usati per denunciare e risolvere il problema della violenza domestica. Una ferocia storica Fingere di accorgersi oggi della violenza al femminile equivale a scoprire l’acqua calda. La storia dell’umanità è costellata di donne feroci. La storica Arlette Farge, ricercatrice al Cnrs, specialista della violenza tra il XVI e il XVIII secolo riassume: “Senza parlare degli intrighi di purchase prozac online corte, dell’impietosa eliminazione fisica dei figli delle rivali e delle rivali stesse, basta osservare il comportamento delle classi popolari.

Durante le guerre di religione e durante i grandi moti le donne erano in prima linea nell’assalto alle barricate e nelle razzie. C’era anche una volontà degli uomini di usare le donne perché venivano punite meno severamente, ma la donne durante quei tre secoli hanno dimostrato un’aggressività e una violenza pari a quella degli uomini.

È interessante notare, per esempio, che durante le guerre di religione, le donne partecipavano agli scontri. E le donne cattoliche si accanivano sui corpi dei nemici caduti con una ferocia estrema per impedire all’anima di lasciare il corpo. Nello stesso contesto le donne protestanti – più pragmatiche, educate dalla Bibbia – si accontentavano di uccidere lasciando intatto il corpo”. Proviamo quindi a dare per scontata una certa forma di violenza intrinseca alla natura umana e che si manifesta a seconda dei periodi storici, delle situazioni di necessità e della matrice culturale. Ma questo non ci spiega la violenza delle donne nei confronti delle donne.

E forse una risposta la troviamo nel libro di Phillis Chesler, nel capitolo dedicato alle sorelle biologiche. Le testimonianze raccolte dalla Chesler rivelano una situazione generale di grande desolazione e di estrema competizione. Una competizione per vincere l’amore dei genitori e conquistare una posizione sociale che inizia nell’infanzia e continuerà fino alla morte. Quello che colpisce però è che tutte le intervistate affermano di amare la propria sorella, di stimarla, di ammirarla o di volerla proteggere. Il lato emotivo Ma dietro le parole, in filigrana, emergono i dissensi, il senso di competizione, l’amarezza.

Audrey Hanssen, consulente e life coach, conferma questo dato, riscontrato tra le sue clienti. “La figlia unica, in generale, vive la competizione in modo molto più sano. Il rapporto è diretto, direi quasi maschile, proprio perché non ha conosciuto nell’infanzia il problema di doversi confrontare con una sua simile, sorella ma anche rivale. Le donne fanno emergere sempre un lato emotivo, cercando dei legami affettivi anche nell’ambiente di lavoro. Ma così perdono la razionalità e l’umiltà necessarie per capire che non si può essere amate da tutti. Oggi possiamo forse trovare una parvenza di solidarietà femminile, di sorellanza, nelle classi operaie, dove esistono ancora rivendicazioni comuni. Ma, nelle sfere del potere, oggi la donna non ha più bisogno di allearsi per rivendicare certi diritti. Questi diritti sono stati guadagnati e sono ormai acquisiti”. L’oppressione sociale E forse è proprio questo il punto. Abbiamo ancora bisogno delle “sorelle”? O forse, basandoci sul libro della Chesler dobbiamo fare una sana autocritica e cercare di inventare una nuova forma di femminismo? “La solidarietà femminile si è costruita e nutrita sull’infelicità delle donne”, nota la storica e femminista Marie-Jo Bonnet. “Abbiamo fatto causa comune perché unite contro l’oppressione esercitata da una società costruita sul modello patriarcale. Noi donne siamo state vittime di una violenza fisica e psicologica che per secoli ha negato la nostra affermazione. E probabilmente questo ci ha rese più spietate nei confronti delle altre donne. Credo che oggi le donne stiano attraversando un momento di affermazione della propria individualità, della propria personalità e questo ci porterà verso una nuova generazione che cercherà di elaborare nuovi valori soprattutto in campo spirituale e in quello artistico. Dove si farà presente all’uomo che si può imitarlo ma anche inventare un mondo diverso”. Phillis Chesler termina il libro suggerendo a tutte le donne un codice di comportamento. Tra i consigli: accettare che anche le femmine, come i maschi, possano essere violente e crudeli; capire e accettare il lato oscuro in ognuna di noi; fare sforzi quotidiani per migliorare i rapporti; amare il prossimo, particolarmente di sesso femminile; imparare a risolvere i conflitti in modo diretto e non colpendo alle spalle, rinunciare al pettegolezzo e così via. Intenzioni lodevoli in un ideale migliore dei mondi. Nell’attesa, come misura di difesa personale, le sorelle dovrebbero forse affilare i coltelli?

La sconfitta dell’uomo di Maria Grazia Meda La donna occidentale del XXI secolo è ancora la Vittima Perfetta? Cosa hanno prodotto le lotte femministe per la liberazione sessuale e per la parità dei sessi? Oggi l’aborto, la fecondazione assistita, lo stupro, le molestie sessuali, il divorzio, la prostituzione, sono temi definiti da un quadro legale preciso. Ma cosa ci rivelano queste leggi sulla nostra società? Sono alcune delle domande che si è posta Marcela Iacub, ricercatrice e giurista di origine argentina, oggi residente in Francia.

Nel giro di un anno la studiosa, 39 anni, ha scritto tre saggi che hanno scatenato grosse polemiche e le hanno inimicato parte delle femministe francesi. Ma il dibattito aperto merita di essere seguito. Nel suo libro più recente e controverso, Qu’avez-vous fait de la libération sexuelle?, Iacub mette in scena una giovane Candide un po’ svampita, che interroga amiche, familiari ed esperti per capire e a volte stigmatizzare i controsensi delle nostre leggi in materia di sesso. Ne viene fuori un’opera che solleva molte questioni. E che mette a disagio perché nel suo lavoro Marcela Iacub elabora una teoria difficile da proporre e ancor meno da difendere: molte delle leggi attuali non trattano allo stesso modo uomini e donne. Anzi, sono decisamente a favore delle donne.

Le femministe francesi mi danno della collaborazionista“, commenta Iacub con un’alzata di spalle, “ma ormai mi sono abituata a questo genere di insulti”. La tesi della Iacub è la seguente: negli ultimi trent’anni si è assistito a un totale ribaltamento dei ruoli all’interno della famiglia. Con conseguenze devastanti per il sesso maschile. “Nel XIX secolo la famiglia si strutturava intorno a un uomo, il capofamiglia, e a una donna, la moglie o riproduttrice”, spiega. “I ruoli erano precisi e chiari, ovviamente discriminanti nei confronti della donna che non aveva diritti. Oggi, nel nucleo familiare il pater familias è una donna. È lei che detiene i diritti. Abbiamo formulato delle leggi e dei diritti fondandoli su delle supposte competenze biologiche. Oggi la maternità è una questione di scelta, mentre la paternità è diventata un obbligo. La donna può scegliere di fare o meno un figlio, di non portare a termine una gravidanza, di non riconoscere un figlio, ma anche di reclamarne la custodia, che quasi sempre ottiene, in caso di divorzio”.

Per un uomo è diverso. “Un uomo non può intervenire nella decisione di un’interruzione volontaria di gravidanza ma è costretto a riconoscere sempre e comunque un figlio di cui magari non conosceva neanche l’esistenza. In caso di divorzio deve pagare alimenti di entità spesso ingiustificata, ma ottiene difficilmente la custodia. Se questa non è discriminazione…”.

In effetti la scrittrice critica una situazione che si ritiene politicamente scorretto affrontare: la conquista della libertà sessuale (intesa in questo senso come riappropriazione del proprio corpo) che si è fatta a detrimento degli uomini. Secondo lei i due sessi, invece di arrivare a elaborare una vera parità, sarebbero stati semplicemente capaci di ribaltare alcuni diritti e doveri, senza però cancellare le differenze.

Con un esempio molto semplice Iacub riesce a spiegare bene il problema: “Una donna, single, può decidere di fare un figlio “unilateralmente” con o senza il consenso del partner il quale non potrà neanche riconoscere il futuro bambino. Un uomo single, se desidera diventare padre dovrà andare negli Stati Uniti, comprare un utero, aspettare la fine della gravidanza e riportare in Europa il neonato riconosciuto da una legge americana”.

Ed è sempre intorno alla procreazione, ma questa volta assistita, che Iacub lancia un altro sasso nello stagno paragonandola al delitto perfetto: “Anche quando si promulgano delle leggi che regolano le varie tecniche di procreazione assistita, ci si comporta come se l’atto sessuale reale, ovvero l’atto del concepimento tra due persone di sesso opposto, avvenisse per davvero, cercando di mascherarne l’artificialità.

Ecco perché questa tecnica è ammessa solo nel caso di una coppia eterosessuale che deve rispondere a requisiti che mai ci si sognerebbe di imporre a una coppia fertile. Ed ecco perché una coppia omosessuale non ha il diritto di procreare, in quanto prova vivente dell’artificialità del processo”. Per Iacub queste leggi riflettono lo slittamento progressivo della società verso la sacralizzazione dell’atto di procreazione, che viene a riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa della famiglia.

“La società costruiva i propri valori intorno alla famiglia patriarcale, oggi che questo modello è scomparso, la procreazione diventa la nuova forma costitutiva della società”. Se accettiamo questo postulato, è facile capire che l’atto sessuale non può essere concepito separato dalla maternità. E qui Marcela Iacub lancia un sasso ancora più pesante nello stagno: la sacralizzazione del sesso ha spinto i legislatori a concepire delle leggi che puniscono in modo sproporzionato le violenze sessuali.

“Le recenti leggi in materia di stupro prevedono pene di molto superiori a un omicidio colposo: ma come possiamo accettare che il “prezzo” di una vita sia inferiore al prezzo di una violenza sessuale? In quale società si può accettare che il valore più importante e assoluto non sia la vita?”. Con queste affermazioni Iacub si è fatta immediatamente accusare di difendere gli stupratori, ma forse bisognerebbe prestarle attenzione: “Che cosa vogliamo proteggere con le leggi sulle violenze sessuali e lo stupro?

In effetti, trent’anni fa, parallelamente alla liberazione sessuale, la sessualità avrebbe potuto scomparire come problema giuridico specifico. E invece, con motivazioni diametralmente opposte, femministe e conservatori hanno voluto mantenere la sfera della sessualità come qualcosa a parte, attinente alla psiche. Dunque oggi, una violenza sessuale è valutata in base al danno psicologico. Il crimine sessuale è diventato un crimine psicologico, per estensione incommensurabile.

Quindi la pena da scontare deve essere particolarmente lunga per essere “visibile” e proporzionata alla “sofferenza psicologica”. Ma questo implica una deriva pericolosa della maniera di concepire il diritto: la distanza sempre più grande tra la legge e l’approccio psicologico della valutazione delle pene”. Per Iacub l’emergere, nel diritto, di termini quali psicologico, mentale e morale segnala una trasformazione politica importante: l’intervento dello Stato nella sfera più privata dell’essere umano, cioè la psiche. Come se lo Stato volesse farsi garante -arbitrariamente – del benessere psicologico dell’individuo.

“Fino a oggi, nei Paesi occidentali lo Stato ha cercato di garantire la vita, la salute, la vecchiaia, insomma, un certo benessere fisico. Oggi, lo Stato cerca di proteggere la psiche. Basta osservare come vengono mediatizzati e giudicati i crimini sessuali, ma anche le molestie sessuali, le pressioni psicologiche sul posto di lavoro, o sul vicino che ti importuna, le nuove leggi sulle sette. Come se tutto d’un tratto si chiedesse allo Stato non solo di punire i “cattivi” ma di trasformarli in buoni. Insomma assistiamo alla volontà di trasformare le persona invece di accontentarci di fissare delle regole e di punire chi le trasgredisce”. Forse le femministe francesi non hanno ascoltato fino in fondo Marcela Iacub, o forse hanno fatto confusione di termini: Iacub non è una collaborazionista, sta organizzando la resistenza.

[Fonte http://dweb.repubblica.it/dweb/2003/04/19/attualita/attualita/051don34751.html]

Letto:1272
Questa voce è stata pubblicata in Archivio, Primo Piano. Contrassegna il permalink.