E queste della “nomenklatura” tutelerebbero le donne? Leggete cosa accadde due anni fa!

Fa impressione vedere come sia facile -per alcuni- autoerigersi come unici paladini di cause nobilissime… e di fenderle però solamente quando fanno comodo.

Stiamo parlando della levata di scudi de “Il Fatto Quotidiano”, che nella rubrica “Donne di fatto” ha postato, scritto dalla signora Ilaria Lonigro, un violento articolo contro alcuni siti colpevoli, a suo parere, di aver “clonato” le pagine contro la violenza alle donne.

Come ben espresso da una nota comparsa successivamente su una delle pagine attaccate dal post della signora Lonigro, il concetto di “clonazione” implica, in questo caso, un reato, un reato che si concretizza perché si è copiato di sana pianta, e riproponendo come proprio, un frutto della creatività altrui.

Non risulta che la questione stia proprio in questi termini, dal momento che le pagine ed i siti citati dalla Ilaria Lonigro sono pieni di contenuti assolutamente autonomi, come peraltro lamentato dalla Ilaria Lonigro stessa.

E questo è uno dei paradossi dell’articolo in questione, che accusa della gente di aver clonato qualcosa, e poi l’accusa di aver scritto invece cose indegne, quindi tutte diverse dal testo e dai siti presi come riferimento.

Chiaro che l’articolo si riferisce ai contenuti di questi siti e queste pagine di Facebook.

Ma il punto è proprio questo: l’articolo di Ilaria Lonigro si basa su un assunto non solo non condivisibile, ma -a parere di chi scrive- anche assolutamente contrario ad ogni evenienza democratica e dunque assolutamente inaccettabile.

Assolutamente inaccettabile perché si fonda sull’assunto che per parlare contro la Violenza alle donne sia obbligo dare della stessa una spiegazione ed una descrizione concordate ed autorizzate da una “nomenklatura” di intellettuali e attiviste femministe che determinano senza possibilità di eccezioni cosa dire e in che modo dirlo, in tema di “Violenza sulle donne”.

Un atto di dittatura ideo-mediatica prima ancora che di prevaricazione culturale e politica, dunque: nel post si indica come disdicevole il fatto che la dirigenza di Facebook non abbia ritenuto che questi gruppi violassero al netiquette.

E’ appena il caso di sottolineare che altri gruppi, graditi alla nomenklatura, vennero invece cancellati da Facebook proprio perché in violazione della netiquette.

Dunque, è il caso di dirlo, i gruppi indicati dall’articolo de “Il Fatto Quotidiano” sono pagine e gruppi che non incitano affatto all’odio e alla violenza – come il post in questione vorrebbe far credere, e a riprova di ciò vi è il fatto che nemmeno i pruriginosi dirigenti di Facebook, tutti sempre orientati al politically correct, hanno avuto qualcosa da ridire sui contenuti.

E’ dunque obbligo trarre alcune deduzioni:

1) esiste una nomenklatura che pretende di avere il diritto di veto e di censura su chiunque non affronti il problema della violenza sulle donne secondo le indicazioni di questa nomenklatura

2) l’impostazione di detta nomenklatura ricalca pedissequamente quello di una Chiesa dogmatica che lascia e rilascia imprimatur in tema di “Violenza sulle donne”, e lancia scomuniche e inviti al rogo quando il contenuto è giudicato riprovevole e non in linea con i dettami della nomenklatura.

3) secondo tale nomenklatura tutto il problema della violenza sulle donne deve essere spiegato solo come risultato della violenza maschile. Saremmo dunque in presenza di una violenza di genere, appannaggio cioè del solo “maschio” inteso come sesso violento, e contrapposto ad un sesso femminile privo di capacità di violenza all’interno della coppia. Ogni altra lettura è esclusa. Contributi come quelli offerti ad esempio da questo post qui linkato, sono da metter al bando e non vanno nemmeno discussi (http://mobbing-genitoriale.blogspot.it/2012/06/la-donna-sta-tornando-segregata-al_18.html ).

Circa poi la pretesa che solo questi personaggi, e questi siti, siano garanti di vere tutele circa la violenza sulle donne, abbiamo ahimè i nostri dubbi.

Anzi: abbiamo proprio le prove, che queste pretese tutele siano solo l’espressione di mistificazioni ideologiche, e che le donne, quando non serve o non fa comodo, non vengono aiutate per niente.

Ci fu un caso, due anni fa, che ebbe come protagonista proprio una di queste pagine “autorizzate” (secondo la nomenklatura in questione) a parlare di No alla violenza sulle donne.

Una pagina gestita dal signor Davide Insinna.

Una pagina che, guarda caso, fu cancellata proprio dalla dirigenza di Facebook (per incitamento all’odio? non ricordiamo. sicuro per violazione della netiquette!), ma che adesso è risorta, con tanto di Pagina ufficiale Bis (gestita dalla indomita VH)!!!

Orbene: a questa pagina venne segnalato, all’epoca, il caso di una povera donna, che -vittima di un bruto che per settimane l’aveva (secondo la sua ricostruzione) segregata in casa- era stata poi denunciata per maltrattamenti sul proprio figlio o, meglio per aver permesso che il proprio convivente maltrattasse il suo bambino.

Secondo la versione della donna, però, l’uomo le aveva impedito per settimane ogni movimento, terrorizzandola. Solo allorché si era potuta liberare aveva avvertito i Carabinieri di zona.

Ciò non aveva però affatto convinto il Tribunale (né quello dei Minori, né il Penale), e la donna aveva dapprima visto suo figlio esser dato in adozione, e poi essere incriminata.

Orbene: la tanto famosa pagina “No alla violenza sulle donne” -quella cioè degna, secondo la nomenklatura in questione- di fregiarsi del titolo di combattente contro la Violenza sulle donne- rifiutò testardamente (e in modo inqualificabile, a nostro avviso) di occuparsi della vicenda e rifiutò di aiutare la donna

Perché il caso era segnalato da una persona che scriveva sulla Pagina …non autorizzata.

Si, avete letto bene.

Alla pagina “accreditata” dalla nomenklatura come degna di fede, venne chiesto di occuparsi del caso di una donna accusata di aver lasciato maltrattare il proprio figlio, ma che era stata vittima di atroci violenze e coercizioni da parte del convivente che aveva torturato il piccolo.

La pagina in questione si rifiutò però di partecipare a questa campagna perché la segnalazione del caso arrivava da una pagina concorrente.

La morale che se ne può trarre è molto semplice: la nomenklature e le pagine accreditate contro la violenza sulle donne non hanno affatto a cuore la tutela delle donne. Ma sono assolutamente proni a occuparsi solo dei casi e delle situazioni che confermano la loro leadership sull’argomento e il loro essere gli unici a potersene occupare.

Altro che tutela delle donne!

La “nomenklatura” vuole solo una tutela della propria leadershipo ideologica e ideo-mediatica!

La vicenda di Kristian e di sua madre, ai quali la pagina in questione non volle dare alcun aiuto, è ben narrata seguendo questo link, che riporta alla pagina con indicizzati i vari interventi relativi a questa storia:

http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionedigenere/?s=Kristian

Il primo dei post ha un titolo ben eloquente: Donna maltrattata: il tribunale dei minorenni le toglie il figlio. Che le femministe intervengano!

Nessuno si mosse…

Un buon riassunto della storia è nel post del 30 giugno 2010.

E…. complimenti alle femministe che tutelano in questi modi le donne!

 

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