Accorato ma non credibile appello dell’ AIAF

A stretta distanza di tempo (9 e 10 maggio) l’Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia (Aiaf) ha emesso due comunicati, che meritano una, sia pur breve, riflessione.

Nella prima ha commentato in chiave totalmente negativa gli “Stati Generali” di inizio maggio, attaccando con la consueta rudezza di modi le “associazioni di padri separati”. E questo non avrebbe fatto notizia se il giorno dopo non fosse uscito un nuovo comunicato (a firma Aiaf Lombardia, ma la Lombardia esprime le presidenza nazionale, quindi la rappresentatività è la stessa) – che a quanto risulta sarebbe stato inviato a pioggia a tribunali e magistrati con il quale si abbozza un goffo tentativo di recuperare attrattive e simpatie presso i genitori separati.
Espressioni come “Padri e madri hanno entrambi e insieme un ruolo da svolgere verso i loro figli”, oppure “Gli avvocati dell’Aiaf, che assistono sia le madri che i padri, continueranno a svolgere il loro ruolo privilegiando il più possibile gli strumenti della negoziazione e mediazione dei reciproci diritti delle parti”, o infine “… l’Aiaf in primo luogo ribadisce l’esigenza di dare ai cittadini le migliori garanzie di assistenza legale … e dall’altro si impegna ad intensificare un intervento culturale verso i cittadini e di formazione continua verso gli avvocati, per contribuire ad una piena e sostanziale applicazione del concetto di bigenitorialità” evidenziano questo sforzo. Sforzo, vano, purtroppo, perché queste belle parole sono smentite clamorosamente dai fatti. La legge 54 è passata a dispetto delle barricate fatte dall’Aiaf, che del modello bigenitoriale rifiutava (e rifiuta) tutti gli aspetti sostanziali e qualificanti. Dopo di che approva e difende le clamorose violazioni delle prescrizioni della legge sul condiviso, definendole “lavoro interpretativo”.
Non solo, ma nel momento in cui si tenta di ripristinare una minimale aderenza della giurisprudenza alle norme tira fuori nuovamente la roncola (il fioretto è arma sconosciuta all’Aiaf) e mena fendenti all’impazzata, prendendo a bersaglio anzitutto i famosi “padri separati”, considerati responsabili unici di un cambiamento che viene invece dalla società civile tutta intera. “Mediazione” è parola che non dovrebbe neppure pronunciare chi bolla come “violazione della volontarietà” la semplice informazione su di essa. E sulla “bigenitorialità”, limitiamoci a un triste sorriso: le simpatie dell’Aiaf per il modello monogenitoriale traspaiono da ogni scritto, relazione, atto o memoria.

Non è questa la sede per entrare nel merito delle critiche ai ddl 957 e 2454. Qui si intende solo mettere in evidenza quanto sia inevitabilmente fallimentare il tentativo di accreditarsi presso soggetti verso le cui rappresentanze si lanciano accuse pesantemente denigratorie, con i quali non ci si confronta, ai quali si nega perfino un autonomo diritto di parola, come ai dissidenti nei paesi totalitari. E’ evidente, infatti, che i padri separati in cerca di un difensore anzitutto si informano presso le organizzazioni fondate con lo scopo di tutelarli. Basta una banale ricerca in rete; chiunque la fa. Ed è improbabile che si senta consigliare l’Aiaf.

Qualcuno penserà: ma ci sono le donne. Loro si sentiranno tutelate al meglio dall’Aiaf e quindi sceglieranno i suoi avvocati. Effettivamente qualcuna sì. Quella assoluta minoranza che concorda sulla appetibilità di una gestione esclusiva dei figli. Ma le altre? La grande massa? Chiediamolo alla Federcasalinghe, l’ente che rappresenta esattamente i soggetti che, a leggere gli infuocati proclami dell’Aiaf, dovrebbero identificarsi completamente con le sue posizioni. In un recentissimo comunicato sull’argomento si auspica che “i disegni di legge 957 e 2454, che rendono ineludibile il diritto del minore ad avere effettivamente un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, investiti entrambi di identiche responsabilità e gravati in pari misura dei sacrifici necessari all’accudimento dei figli, riceva rapida approvazione”. L’opposto delle tesi Aiaf.

Ma allora, dove è finito il prestigio, e il conseguente credito, che effettivamente l’Aiaf poteva vantare ai tempi della signorile ed equilibrata presidenza Dosi? Mettiamoci un attimo dal punto di vista di un giovane avvocato, che voglia dedicarsi preferenzialmente al diritto di famiglia. In mezzo alla quantità di proposte che gli vengono dalla larga fioritura di associazioni che si occupano della materia, perché dovrebbe “targarsi” ideologicamente, perché dovrebbe tagliarsi fuori in partenza dalla possibilità di assistere le più ampie categorie di persone? Perché dovrebbe iscriversi all’Aiaf?

Marino Maglietta

[Fonte genitorisottratti.it]

Letto:861
Questa voce è stata pubblicata in affido condiviso, Archivio, avvocati, Primo Piano, Riflessioni. Contrassegna il permalink.