I bambini sono le vere vittime della violenza domestica

Da qualche parte nel cervello di ognuno di noi c’è il pregiudizio che la violenza domestica sia quando una donna fragile e maltrattata piange in silenzio rannicchiata in un angolo buio in balia di un uomo violento. Siamo stati addestrati, attraverso la ripetizione ipnotica di disinformazione femminista, ad interiorizzare lo stereotipo del mostro maschio che picchia la moglie spinto da un bisogno insaziabile di controllo.

Esistono tali mostri? Certo.

Ma, ad essere onesti, altrettante sono le donne che assaltano i loro partner con schiaffi, pugni, calci e artigli per rabbia e frustrazione: proprio come alcuni degli uomini, per il desiderio malato del dominio.

L’unica differenza è un rimorso significativamente inferiore nelle donne.  La violenza femminile non è mai stata presa sul serio, diversamente da quella maschile, e mai stigmatizzata dal tabù sociale.

Ma qui sta il problema. La violenza come premeditato strumento per mantenere il dominio in un rapporto di coppia è sempre stata una piccola frazione della violenza reale.  È solo l’eccezione estrema che la propaganda del femminismo ha inculcato nell’opinione pubblica come la norma, dipingendo il maschio nel ruolo di violento.

La vera violenza domestica è l’escalation di una lotta reciproca fino a che non diventa fisica.   Due disperati, fuori di controllo, che si graffiano per paura e rabbia.  Persone che non possono o non vogliono gestire i conflitti in maniera pacifica.

La violenza domestica non si caratterizza né per sesso né per colore dei capelli, ma è correlata con la povertà e la droga, in particolare l’alcol.    Nel mondo dei tossicodipendenti e degli alcolisti, la violenza domestica è comune come i posti di lavoro persi.

E la realtà è di gran lunga diversa da quella dipinta da campagne di sensibilizzazione ad opera di attiviste di genere, se non addirittura femministe, che ricevono stipendi e finanziamenti pubblici occupandosi del problema della violenza.

Usare temini tendenziosi e manipolatori come “violenza di genere” o “femminicidio” serve solo ad ottenere finanziamenti ed appoggi politici ed a sfogare il proprio odio misandrico.

Quando si tratta di violenza domestica, i veri colpevoli sono gli adulti e le vere vittime sono bambini.

Fino a quando non si inizia a capire questo, ed a combattere la violenza in buona fede, non otterremo altro che alimentare i conflitti fra uomini e donne, lasciando bambini devastati da battaglie che servono ad arricchire avvocate femministe.

I bambini che assistono alla violenza tra i genitori ne sono traumatizzati, in senso letterale.   Innumerevoli coppie raccontano le loro battaglie, spassionatamente come due persone che parlano di giocare a dama.  Arrivano anche a ridere insieme, per l’assurdità delle loro azioni. E, diciamocelo, piuttosto che organizzare piani di fuga e protezione, cercano di capire come stare insieme e risolvere i problemi.

Per i figli è molto diverso.    È con loro che i veri esperti vedono lacrime genuine.   Di solito, basta una domanda: “cosa provate quando mamma e papà litigano?”.   Molti bambini, sentendo questa semplice domanda, che nessuno dei due genitori aveva probabilmente mai chiesto, cadono in lacrime. Spesso  mentre parlano cercano di calmare le labbra tremanti, e nascondere le lacrime.   Altri si isolano, tenendo gli occhi bassi, alzando le spalle per impedire a chi vorrebbe aiutarli di entrare nel mondo del loro dolore.

Molti di loro, però, raccontano le loro storie.  Di come hanno coperto la testa con cuscini di notte, cercando di non sentire il rumore.   Altri imparano a fuggire nella loro mente, ritirandosi nella fantasia. Altri ancora cercano di intervenire, per diventare l’unico adulto in casa, e per proteggere uno dei genitori dall’altro. E sì, spesso cercavano di proteggere il loro papà.

La vera eredità delle azioni dei loro genitori arriva in forma di insuccesso scolastico, uso di droghe, pensieri di suicidio, ritiro sociale, disperazione, rabbia e paura.

Paura.

Ed era una paura che sono destinati a portare con loro, bagaglio che si trascina nella loro vita adulta, sporcando la loro immagine di sé e degli altri, distruggendo le loro possibilità di fidarsi degli altri e di formare una famiglia.

*   *   *

Molte associazioni di papà separati dicono che bisogna smettere di usare il tema della violenza per calunniare gli uomini.  Evidenziano il fatto che sono le donne, più spesso degli uomini, ad iniziare la violenza.   Lamentano che i servizi sociali ed i tribunali ignorano le vittime di sesso maschile.   Che avvocate femministe aiutano donne violente a costruire false accuse di violenza per privare i bambini dei loro papà.

Hanno ragione.

Ma dobbiamo pensare in maniera pacata a chi veramente sta pagando il prezzo per tutto questo.

Quello che abbiamo ora è un sistema che parte da un piccolo battibecco tra due genitori immaturi e vendicativi e lo eleva a livello nazionale.

Lo stesso sistema che dovrebbe combattere la violenza è diventato un macrocosmo di immatura e vendicativa rivendicazione, che cerca di accusare l’altro di essere il problema reale.

Oltre a smentire le falsità costruite per dipingere la violenza domestica come violenza maschile, bisogna tenere presente che non è una guerra con le femministe.  Stiamo cercando di educare un pubblico plagiato da anni di propaganda su chi paga il prezzo per tutte queste menzogne.  Gli uomini accusati falsamente ne sono vittime, ed è un ingiustizia orribile.

Ma i primi agnelli sacrificali di questo sistema sono i nostri figli e le nostre figlie.

Per il loro bene, dobbiamo chiudere i centri anti-violenza per sole donne caduti nel femminismo, mandare a casa le rabbiose avvocate desiderose di arricchirsi alimentando conflittualità per distruggere famiglie e privare bambini dei loro papà.

I bambini non hanno mai chiesto niente di tutto questo.

Per il loro bene dobbiamo aprire centri di mediazione, in cui psicologi (uomini e donne insieme) possano fornire aiuto alle famiglie con problemi di violenza, consigliando i genitori su come gestire i conflitti per il benessere dei figli, su come ritrovare il dialogo se possibile, o separasi arrivando in maniera consensuale ad un affido condiviso.

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