Ancora false accuse di pedofilia, ancora una bambina colpita, ancora un centro femminista

Un papà ci ha scritto:

«Il 7 aprile è stata l’ultima volta che ho visto mia figlia.

Come da accordo tra avvocati e me, dopo che mia moglie se ne andò di casa, il 14 febbraio, rividi mia figlia il 3 di aprile presso il Centro Commerciale *** di Milano dove andammo a mangiare e a vedere un film insieme con mia moglie.
Suoceri e cognata erano presenti e mi giravano attorno come delle faine.

Il 7 aprile di quest’anno andai a prenderla a scuola, la portai in chiesa, poi al Centro Commerciale ***, sempre a Milano, (con il senno di poi, posso dire che si trattava di una trappola!), gli feci fare merenda, la feci giocare, parlammo un po’.. quindi …

…la piccola vuole stare con me, con qualche lacrima gli spiego che non posso, gli do un regalo, una Barbie, lei mi lascia in regalo il cartoncino raffigurante la Barbie della confezione, lo conservo ancora nel portafoglio.

La porto a casa di mia cognata, dove ci siamo dati appuntamento. Mia moglie ritarda di 40 minuti, conversiamo tra qualche lacrima io e mia figlia, lei che non capisce e piange ed io che non riesco a spiegarle con un groppo che mi chiude la gola.

Ci diamo appuntamento alla domenica successiva, le dico che mi vedrà e di non preoccuparsi che tutto si risolverà (ahimè non sarà così).

Io spero, ma sabato 9 chiamo per conferma, lei non risponde, infine dopo innumerevoli telefonate mi dice che la piccola sta male, non la posso vedere, io gli chiedo se posso fargli visita, lei dice di no!

Dice di non rompergli più le scatole, gli chiedo il perché, lei riattacca, ritelefono più volte, il cellulare è spento.

Alle 21 di quella stessa sera mi chiama il Commissario di Polizia del commissariato di Quarto Oggiaro, mi rimprovera, mi dice che non posso più vedere mia figlia perché sta male e che non devo più telefonare a mia moglie. Mi convoca presso il Commissariato per il giorno dopo.

All’appuntamento, vengo nuovamente rimproverato, chiedo se ci sono provvedimenti che mi riguardano, mi dice di no per il momento, dico che non capisco perché io sia stato convocato. Quindi vengo allontanato.


Non so più niente dei miei figli da allora, finché qualche settimana fa, i miei avvocati mi dicono verbalmente che agli atti risulta che quella sera del 7 aprile, la sorella di mia moglie lavandola, si accorse che mia figlia accusava dolori nelle parti intime. Fu allora che la piccola venne portata dapprima all’Ospedale ***, in seguito alla *** e infine alla ***. E fu qui che a seguito della visita fu fatta una denuncia per abuso sessuale riguardante mia figlia, contro di me.

Mi è stato raccontato che i sanitari furono minacciati di denuncia se non l’aessero fatto, ma non mi è stato possibile leggere gli atti.

Sta di fatto che il Giudice archiviò quella denuncia, perché il fatto non sussisteva.

Il fatto strano è che quella sera, per quanto io sapessi che mia figlia era ospite della zia insiema a mia moglie, li avevo seguiti, e non si è fermata, anzi aveva imboccato l’auto laghi.

Quindi, mia cognata come fa a dichiarare che lei … lavandola, vabbè ma questa è un’altra storia.

L’importante è che la denuncia sia stata archiviata, anche se l’avvocato civilista di mia moglie l’ha comunque poi utilizzata in sede giudiziale, per dimostrare una mia pericolosità, in realtà e agli atti inesistente.

Che io non sia pericoloso per mia figlia non sono solo io a dirlo, ma lo afferma lo stesso decreto di archiviazione emesso per quella denuncia.

Ma fatemi pervenire anche le restanti denuncie, dove sono descritte cose inenarrabili, veramente ai confini della realtà, appare nella lettura dell’ultima che mia moglie e i miei figli sono in assistenza presso il Centro Anti Violenza *** Donna *** della ***.

Il 29 novembre, nel corso della giudiziale, l’avvocato di mia moglie insiste sul fatto che io sia stato denunciato per abuso nei confronti di mia figlia. Lo fa molto probabilmente in malafede, perché era informata dal mio avvocato telefonicamente e che gli era stato faxato il dispositivo di archiviazione.

Nasce un battibecco tra gli avvocati, la giudice … ahimè, pare non abbia letto gli atti, ha letto solo le motivazioni e le richieste, il mio avvocato gli mostra dove si trova il decreto di archiviazione, l’avvocato di mia moglie insiste, nuovo battibecco, questa volta coinvolta anche la giudice.

Alla fine la giudice ribatte “…La smetta avvocato, non è la prima volta che dalla ***  pervengono denunce che risultano alla fine totalmente false“… (Orrore/sollievo …rimango basito)

Nuova insistenza dell’avvocato, alla fine scoppio io, questa dice: “come facciamo a fidarci di quest’uomo pluridenunciato (io dico tra me e me: bastarda mia hai fatto denunciare tu c…..” come si fa a fidarsi di affidargli la bambina,
io non lo so…io non lo so… credo che intorno a quarto o quinto non lo so, ho sbottato: Ha ragione avvocato, lei ha pienamente ragione sono concorde con lei, lei non lo sa! Perché lei non sa niente avvocato, lei non sa niente di niente ..Lei sa zero!”.

Il giudice ci ha sbattuto fuori dicendo che si prendeva 15 giorni per decidere, non ha ancora deciso, e non so se meglio o se è peggio.
Così ho perso il compleanno di mia figlia, il Natale, il Capodanno e così via,

…quando finirà quest’inferno?!

Lettera firmata

Purtroppo la tecnica della calunnia pedo-femminista può proseguire con il tentativo di prolungarla il tempo necessario a praticare sulla bambina sottratta l’alienazione genitoriale (PAS), poi di usare questa forma di plagio per non rispettare le sentenze che sanciranno la falsità delle accuse ed il diritto della piccola ad avere due genitori (di cui uno adeguato), ed infine di tentare di negare che la PAS è un abuso sull’infanzia.

Il papà disperato che ci ha inviato questa lettera, ci dice che grazie anche a questo sito e alle parole della Giudice, ha riconosciuto nella triste vicenda di sua figlia il modus operandi femminista, arrivando così a capire come la madre, che lui conosceva da 20 anni, possa essere cambiata fino a compiere un tale crimine.

Come proteggere la bambina?  Rimanendo nell’ambito delle possibilità legali, l’aver tentato di nascondere l’archiviazione può essere oggetto di un esposto all’Ordine degli Avvocati per violazione dell’art. 14 del codice deontologico forense; la madre può essere denunciata per maltrattamento su minore (far capire che l’allontanare con false accuse una bambina dal suo papà è maltrattamento è comunque una battaglia), i familiari per concorso e gli avvocati per favoreggiamento.   Se c’era già un affido condiviso, l’aver sottoposto la piccola ad una visita medica invasiva può portare ad una condanna ex art. 709ter.

Petizione per proteggere i bambini:

http://www.petizionionline.it/petizione/proteggiamo-i-bambini-da-chi-li-aliena-e-li-coinvolge-in-false-accuse/5944

 

Letto :4056
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Examiner: “Levare il velo della segretezza sui centri anti-violenza”

L’Examiner ha dedicato un approfondito articolo ai segreti dei centri anti-violenza. Misandria, femminismo e divorzi sono quanto ha trovato l’autrice, Trudy Shuett, esperta di violenza domestica con una decennale esperienza sul campo nell’assistere le vere vittime.

Il lungo articolo in inglese (parte uno, due, tre) è qui parzialmente tradotto:

 

COSA SUCCEDE QUANDO CERCHI AIUTO

Se sei una donna sarai presunta vittima, se sei un uomo sarai presunto picchiatore.

Se sei un uomo vittima di violenza domestica, ti verrà detto che non puoi essere ospitato, al massimo ti verrà consigliato un motel.

Se sei una donna con un lavoro stabile, ti verrà detto che non puoi essere ospitata, e ti verrà consigliato un motel.

Le scuse per dare queste riposte sono:

  • “Siamo al completo”;
  • “Non abbiamo ricevuto abbastanza richieste da uomini per offrire a loro servizi”;
  • “Le donne che lavorano possono venire seguite fino al rifugio, i picchiatori possono causare problemi”;
  • “Le donne picchiate sono terrorizzate dagli uomini”;
  • “I bambini con più di 12 anni possono aver già imparato a picchiare dai loro papà; possono fare del male a qualcuno”;

Queste scuse sono basate sulla misandria, ed il principio guida della maggioranza dei centri è che gli uomini sono il problema.   Non vogliono avere uomini vicino ai centri.

Il velo di secretezza si estende a chi finanzia i centri.   Spesso viene loro impedito di visitare i centri, di parlare con le donne ospitate, di sapere come sono trattate, ed anche di sapere se l’edificio è in buone condizioni.

COSA FANNO PER DAVVERO I CENTRI ANTI-VIOLENZA?

Se guardate ai siti web dei centri anti-violenza, è soprattutto visibile l’assistenza nel divorzio.  Questa è la “pallottola magica” del femminismo: divorzia dal bastardo.  Allontanati più che puoi per assicurarti che non veda più i figli.  Non dimenticare di lasciare un indirizzo a cui inviare assegni di mantenimento. […]  Spesso fanno sembrare il divorzio una cosa semplice e desiderabile.   Non dicono che può essere finanziariamente ed emotivamente devastante, specialmente se ci sono dei bambini.   Abbiamo visto casi di falsi abusi, costruiti allo scopo di avvantaggiarsi nei tribunali.   Casi di abusi minori, che avrebbero potuto essere gestiti in altra maniera, sono diventati violenti finendo fuori controllo.

Altri dubbi servizi offerti dai centri anti-violenza sono una raffica di propaganda femminista ed “educazione” per i bambini su come, da maschi malvagi quali sono, possono evitare di diventare uomini violenti.

Non è sorprendente che il governo riconosce che questi programmi “non funzionano”. […]

Quante persone sono state respinte perché erano uomini, o donne con lavoro, o donne con figli maschi maggiori di 12 anni?

DOVE SONO LE STORIE DI SUCCESSO?

Quando è il momento di cercare fondi, tutte le associazioni non-profit, cercano persone che hanno usato i loro servizi trovandoli utili, persuadendole a parlare ai media.

Non abbiamo mai visto una passata residente di un centro anti-violenza promuovere il centro.   Non abbiamo mai visto le statistiche delle donne aiutate con successo.

Qualche anno fa un’amministratice disse che il tasso di successi era del 70%.   Dopo abbiamo capito che con “successi” intendevano il tasso di donne che avevano divorziato.

Le uniche persone che hanno parlato a favore dei centri anti-violenza erano impegate nelle agenzie che traevano benefici finanziari dai fondi, ed un’attrice con un film da promuovere.

È possibile che non ci siano storie di successo?

 

Letto :1431
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Centro anti-violenza tenta di alienare un bambino dal suo papà

In una città del nord-Italia una madre autrice di accusa di stalking contro il papà di loro figlio (falsa denuncia archiviata con non luogo a procedere) si è rivolta ad un centro anti-violenza.

La donna ha descritto al perito nominato dal Tribunale l’ambiente “femminista” in cui la figura del papà viene svaluatata ed in cui privare un bambino del suo papà non è considerato un abuso sull’infanzia.   Il perito ha così relazionato:

«… al centro anti-violenza le abbiano fatto capire che per il figlio la sua realtà e la sua famiglia sono la madre, i fratelli e i nonni, e anche che quando una cosa non è buona si può fare senza, se da quella persona si ricevono frustazioni. La dottoressa che la seguiva le ha detto che per il figlio non è un dramma l’assenza del padre, perchè ha la madre i fratelli i nonni. Se un bambino non ha il padre, non è finita, non è un dramma, possono esserci altre risorse che danno sostegno.»

Per motivi di privacy nomi, cognomi e luoghi non sono resi pubblici, ma ovviamente restiamo a disposizione qualora l’autorità giudiziaria decidesse procedere per abuso sull’infanzia. Certo è che la politica dovrebbe immediatamente levare ogni finanziamento a questo tipo di centri, che arrivano a cercare di negare pubblicamente che l’alienazione genitoriale o PAS è abuso sull’infanzia.

Letto :1487
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New York Times: papà italiani rovinati da separazioni e divorzi

Crisi economica e (in)giustizia femminista stanno devastando i papà italiani.  È il New York a lanciare l’allarme su questa moderna forma di schiavitù: papà italiani espropriati dei propri affetti, dei propri averi, della propria casa da sentenze femministe.  Mentre la stampa di sinistra italiana indulge nella propaganda anti-uomo per far avere più fondi ai centri anti-violenza caduti nel femminismo.

Italy: sexist judgments kill men's rights

«MILANO — La crisi economica viene sentita gravemente da una nuova classe di persone: papà separati che finiscono in povertà sulle strade mentre cercano disperatamente di pagare mantenimenti.

In Italia, dove il fenomeno è forse più acuto, il fenomeno riflette una combinazione di crisi economica che incontra la lenta dissoluzione del sistema sociale e l’implosione della famiglia italiana.

Un volontario della Croce Rossa, Gianni Villa, porta cibo, vestiti e coperte una volta alla settimana alle legioni di senza casa di Milano “prima erano barboni, drogati, persone allo sbando… Oggi trovo persone qui per la crisi economica o per via dei loro problemi personali.  Non vogliono dire di essere papà separati, perché non vogliono che la loro famiglia lo sappia”.

Franco, 56 anni, papà separato, ha lasciato la sua Puglia in cerca di lavoro, dovendo mantenere la moglie di 34 anni “in Puglia vivevo giorno per giorno… sto ancora mantenendo le figlie di 20 anni ma senza lavoro.  Ho avuto fortuna a trovare un uomo che mi ha dato una coperta e mi ha insegnato come vivere per la strada”.

Le separazioni ed i divorzi sono cresciuti: 297 e 181 per 1000 matrimoni secondo l’ISTAT.

Nonostante che una legge del 2006 abbia sancito l’affido condiviso, i giudici italiani continuano ad affidare i figli alle madri, mentre i papà vengono caricati del peso economico della separazione.

Quando Umberto Vaghi divorziò, gli venne ordinato di pagare 2000€ al mese di mantenimenti, quando il suo stipendio era di 2200€ mensili: “sono stato attaccato dai tribunali italiani”.

In Italia, le opere di carità vedono che sempre più persone fra chi chiede un piatto di minestra ed un letto sono papà separati “Una triste realtà ma ben comprensibile, considerato che l’80% dei papà separati non possono vivere con quello che rimane del loro stipendio” dice la ricercatrice Saso.

Padre Moriggi, che gestisce un’opera di accoglienza dice “Questi uomini avevano un salario medio, ma gli rimangono solo lacrime da piangere una volta pagati i mantenimenti.  Vengono da noi, ma si vergognano di vedere i loro bambini in queste strutture, e soffrono”.

Nelle grandi città come Milano, Roma e Torino gli amministratori stanno diventando consapevoli della crisi.  Due anni fa la Provincia di Milano ha inaugurato una casa per papà separati.   Il giardino accoglie le visite dei loro bambini.  Ogni mese ciascun ospite paga 200€.

Fabio, 51 anni, ha vissuto qui da Gennaio, quando si è separato dalla moglie.  Lo stipendio di Fabio, 1200€, basta appena a pagare il mantenimento, e quindi l’accoglienza è stata un sollievo.

Nonostante i tempi duri, rimane ottimista “Spero di trovare una casa da solo perché non posso rimanere qui per sempre”.»

John Brown's Body – Stop Alimony Slavery

*  *  *

Testo completo originale da http://www.nytimes.com/2012/05/26/world/europe/in-italy-economy-and-law-leave-many-single-fathers-broke-and-homeless.html

In Europe, Divorce and Separation Become a Burden for Struggling Fathers

 

MILAN— The pain of Europe’s economic crisis is being felt sharply by a new class of people: separated and divorced men who end up impoverished or on the streets as they struggle to maintain themselves while keeping up child support and alimony payments.

The number of fathers who find themselves in such difficulties is hard to pin down, and while it may not be extremely large, it is growing, according to researchers, government statistics and anecdotal accounts from social workers, particularly in Europe’s hard-hit southern tier.

In Italy, where the phenomenon is perhaps most acute, it reflects a fearsome combination of forces as the four-year-old economic crisis meets the steady fraying of the social safety net and the slow-motion implosion of the Italian family.

For some separated fathers, the burdens become unbearable as they find themselves jobless or unable to make ends meet as their children, facing grim economic prospects themselves, remain dependent on family support into adulthood.

“The support that Italian families used to provide,” which essentially substituted for a welfare state, “is no longer something that can be taken for granted,” said Alberto Bruno, provincial commissioner of the Italian Red Cross in Milan. His volunteers, he said, have come across men living in cars, even in Milan’s Linate Airport, “mixing with passengers, dressed in their suits.”

One volunteer, Gianni Villa, 25, who takes food, clothing and blankets once a week to Milan’s growing legions of homeless, said he was surprised at the change he had seen. “Before, men who lived on the streets were vagrants, people adrift or drug addicts,” he said. “Nowadays you find people there because of the economic crisis or because of personal problems.”

“They don’t tell you they are fathers,” he said, “because they don’t want their family to know.”

Franco, 56, who did not want to use his full name so as to avoid the shame of his wife and two daughters learning of his troubles, left his native Puglia in April after his business went bankrupt. He said he traveled to Milan to look for work, in part to keep up alimony payments to his wife of 34 years, whom he is divorcing. The couple separated about a year and half ago, he said.

“In Puglia I was living day to day, but I couldn’t keep that up forever,” he said, adding that he was still supporting his daughters, both of whom are in their early 20s but unemployed.

With no place to stay in Milan as of April, Franco said he was “very fortunate” to meet a man at a McDonald’s who gave him a blanket and showed him “the ropes of living on the street.” It was not long before he was sleeping on a box under the portico facing Milan’s stock exchange.

Separations and divorces have steadily risen in this traditionally Roman Catholic country since divorce was legalized in 1970. In 1995, 158 of every 1,000 marriages ended in separation, and 80 out of 1,000 in divorce. In 2009, the last year for which statistics are available, the numbers had reached 297 separations and 181 divorces per thousand, according to Istat, the national statistics agency.

Even though a 2006 law made joint custody of children the norm when parents split, Italian courts continue to make mothers the primary caregivers while fathers bear the financial brunt of the separation. Critics say the law, as it is applied, favors women, whose participation in the work force has steadily grown, reaching 46.5 percent, according to Istat. Still, more than half of women who are separated also see a decline in their economic conditions, Istat said.

When Umberto Vaghi, a sales manager in Milan who was divorced last year, split from his wife in 2004, for example, he was ordered to pay her 2,000 euros, or about $2,440, each month for upkeep on their home and support for their children, then 10 and 8. Each month, Mr. Vaghi was earning 2,200 euros, or about $2,680.

“I was attacked by the Italian justice system,” said Mr. Vaghi, 43, a board member of thePapa Separati Lombardia movement, a nonprofit that assists single fathers and lobbies to improve Italian family law legislation.

“Society is changing, and with it the roles of the father as the breadwinner and the mother as homemaker,” he said. “Legislation should take that into consideration.”

Unfortunately, “there isn’t much will to change things,” he added. He and others attribute the resistance in part to the still-powerful influence of the Catholic Church in Italy, as well as the fact that Parliament is filled with lawyers who have little interest in reducing litigation.

In Spain, court filings against fathers who have not paid child support have risen sharply since the start of the economic crisis. Recent news reports in places like Navarra and Galicia describe fathers who have been jailed for failing to support their children. In April last year, a Barcelona judge denied parental custody to a divorced father, citing the fact that he had lost his job.

Poverty among single parents is “a rising phenomenon,” said Raffaella Saso, who wrote on the “new poor” — separated fathers and single-parent families — for the annual report of Eurispes, the Rome-based research institute.

Homelessness, too, is growing. In Greece, Klimaka, a charity group, estimates that the number of homeless has increased by 25 percent in the past two years. The trend is a concern in a country where traditionally strong family ties have usually averted such phenomena. A third of those who had registered as homeless were divorced or separated, and mostly men, according to a study published in February by the National Center for Social Research.

In Italy, charities say that a growing number of those using soup kitchens and dormitories of churches and other agencies are separated parents. “An uncomfortable reality but easy to believe, considering that 80 percent of separated fathers cannot live on what remains of their salary,” Ms. Saso, the researcher, wrote.

The Rev. Clemente Moriggi, who oversees the Brothers of St. Francis of Assisi, a Milanese Catholic charity, said that in the past year separated fathers, ages 28 to 60, occupied 80 of the 700 beds in the foundation’s dormitories, which do not house children. That is more than twice the number of just a few years ago.

“These men earned average salaries that only left them tears to cry once they paid their alimony and mortgages,” Father Moriggi said. “They are the people who come to us. But this is not a situation where family life can prosper. They feel ashamed to see their children in these structures, and this makes them suffer. And makes relationships suffer.”

In large cities like Milan, Rome and Turin, local administrators are becoming increasingly aware of the crisis. Two years ago, lawmakers with the Milan Provincial government inaugurated a housing project for separated fathers at the Oblate Missionary College in Rho, just outside of Milan.

The men occupy 15 rooms in a recently refurbished 16th-century guesthouse that also caters to tourists and pilgrims. The lodgings are spare, but the exquisite setting, in a park, is welcoming for children to visit.

Each month, guests pay 200 euros, or about $250, a month for lodging and assistance from psychologists and social workers, and the province pays twice that as a subsidy.

Fabio, 51, has lived in the Rho facility since January last year, when he separated from his wife, who lives near Milan with their 13-year-old son. Fabio’s monthly salary of 1,200 euros, or about $1,500, earned as a bookbinder, did not go far once alimony and mortgage payments were made, so the housing has been a relief.

Despite his hard times, he remains optimistic. “I hope to find a home for myself because I can’t stay here forever,” he said.

Letto :5853
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WalesHome sulle avvocate femministe: “Abusi sull’infanzia sovvenzionati con fondi pubblici”

Un politico inglese denuncia come associazioni di femministe usano fondi pubblici per abusare di bambini.  La vicenda qui descritta ha devastato un bambino e corrisponde ai punti 1, 2 e 3 della tecnica pedo-criminale delle calunnie pedo-femministe:

  1. False accuse di violenza domestica e altro per impedire i liberi contatti fra i papà ed i figli;
  2. Plagio sui bambini per coinvolgerli nelle false accuse ed alienarli;
  3. Cadute le false accuse, aiutare le donne a violare le sentenze reiterando le calunnie;
  4. Negare che l’alienazione genitoriale è un abuso sull’infanzia e diffamare le vere associazioni a tutela dell’infanzia.

Il coraggioso politico inglese è finito nel mirino delle femministe, che non capiscono che è bene anche per loro stesse chiudere la associazioni che compiono abusi sull’infanzia, prima che le gente si faccia giustizia da sola.


‘Abbiamo sovvenzionato con fondi pubblici abusi sull’infanzia’

Siedo in una stanza pulita con una tazza di tè. Sui muri le foto di un bambino: i primi giorni dopo la nascita, gli anni da infante, il primo giorno di scuola.  Nell’ultima foto il bambino ha 8 anni. Il papà è triste, precocemente invecchiato “Ho perso mio figlio, devo accettarlo”.  Guarda nel vuoto, ma c’è solo un muro bianco.  Lentamente continua, mi guarda negli occhi “Ho provato di tutto.  Le sentenze vengono ignorate.  Ho finito i soldi, i miei risparmi sono a zero.  Vado in tribunale ed è così stressante.  Tutte le false accuse nuovamente ripetute.  Non ce la faccio più.  Tutto è a favore della donna.    L’unica consolazione è che mio figlio è di nuovo a scuola.  Vedrò da lontano come va, accettando che non lo vedrò fino alla maggiore età.  Saprà la verità e deciderà da solo.   Devo pensare ai piccoli qui ed alla mia seconda moglie.”

Ha preso la decisione coraggiosa di proteggere, amare ed accudire i figli del suo secondo matrimonio, e di difendere una relazione messa in difficoltà dal sistema misandrico.  Amerà sempre il suo primo figlio, ma da lontano, mentre la madre abusante riceve aiuto da associazioni  e soldi dallo stato.    L’industria della separazione è malata, persa nel culto della vittima.  Il benessere dei figli è secondario.

Non faremo nomi, ma tutti i dettagli sono veri.

8 anni fa è stato lasciato dalla moglie: annoiata dalla routine della vita familiare e dalla maternità, se ne è andata lasciando il marito ed il figlio, per darsi a bar, alcool e divertimenti.  Vedeva il figlio sporadicamente, lasciandolo al padre.  Il piccolo è cresciuto, ha iniziato ad andare a scuola, con ottimi risultati.  Nel frattempo la vita della madre era caotica, con alcool, droghe, promiscuità ed una lunga serie di relazioni sporadiche.   Nel frattempo il papà si innamorava di una donna conosciuta all’asilo e formavano una nuova famiglia.

All’improvviso, una telefonata dei servizi sociali.  Gli dissero che la madre aveva fatto contro di lui varie accuse di abusi, raccontando di aver subito violenza domestica anni prima, che aveva fatto del male al figlio.   Il papà ebbe difficoltà a capire, specialmente quando gli dissero che suo figlio non sarebbe tornato.  Era felice che i servizi investigassero.  Non aveva niente da nascondere.

Giorni dopo, però, la donna, supportata da una associazione femminista, aveva ottenuto la domiciliazione temporanea del figlio, mentre lui veniva condannato a vederlo solo in incontri protetti.

Vennero fatte nuove e nuove accuse. La onlus femminista scrisse ai servizi relazioni in cui il papà veniva descritto come mostro violento che aveva picchiato la madre, la aveva controllata e aveva fatto il bullo con il figlio.   La sorpresa orribile per il papà fu quando il figlio iniziò a ripetere queste accuse.  Fu accusato di aver minacciato di uccidere la donna ed il figlio.   La polizia lo arrestò ed interrogò.  Le accuse provenivano da entrambi, ma dopo aver sentito il piccolo la polizia riconobbe l’innocenza del padre.  Il figlio aveva cambiato la storia.  La donna non venne arrestata.

I risultati scolastici del bambino peggiorarono, la donna ignorò le sentenze che impedivano di cambiare scuola, ma non venne punita.

Il figlio ritrattò le accuse di abusi contro il papà, ma quando arrivò il momento di riprendere i contatti con il papà e di tornare a casa sua, la donna sparì con il figlio.  Si trasferì a 16 km di distanza, dove nuovi servizi presero in mano il caso.  La donna impedì al papà di vedere il figlio.  Dovette tornare in tribunale e affrontare nuove accuse.  Ogni volta la donna era supportata tramite gratuito patrocinio, finanziata con fondi pubblici, da un’altra avvocata femminista, esperta giocatrice del sistema.  [n.d.t., testo originale non chiaro riportato in calce].

I risultati scolastici del bambino crollarono, fu notato che arrivava a scuola sproco di pipì.  Ci furono episodi in cui sbatteva la testa contro un muro, dicendo che voleva morire, impiccarsi.  Tutto questo fu ufficialmente relazionato.

All’udienza per la domiciliazione, il papà sperava che il suo bambino sarebbe ritornato.  Il giudice aggiornò l’udienza ed andò in vacanza, emettendo la sentenza da lontano. La madre manteneva la residenza, ed il padre poteva vedere il figlio.  Il giudice era stato influenzato dalla onlus femminista.

Il papà non ha più visto suo figlio.  La sentenza venne violata e non c’è stata punizione per la donna.  […]  La donna ha poi accusato una insegnate di aver picchiato il figlio, accusa già caduta.  Io venni coinvolto quando la madre levò il figlio dalla scuola. […] Alla fine il ragazzo è tornato a scuola.

*   *   *

L’assemblea nazionale del Galles deve rapidamente intervenire su questo scandaloso abuso di denaro pubblico e sulla discriminazione di genere contro gli uomini. Dobbiamo urgentemente riparare alla discriminazione contro tutti i genitori che non risiedono con i loro figli.

È il momento che la gente abbia il coraggio di affrontare il fatto che abbiamo finanziato con soldi pubblici l’abuso sull’infanzia nel Galles e nel Regno Unito.

Sono consapevole di fare affermazioni forti.  È doloroso ed emotivamente dannoso impedire ad un bambino i contatti con un genitore che lo ama.  Molte onlus aiutano le madri a fare ciò.  In alcuni casi anche i padri compiono questi abusi disgustosi.   Invece di facilitare i contatti, le associazioni aiutano le madri a bloccare i contatti ed i bambini soffrono.   Aiutano anche a violare le sentenze.   Questo è uno scandalo e deve essere risolto.    I padri impiegano lungo tempo a riportare a casa i figli.  I bambini impiegano lungo tempo a superare il trauma.

In un altro caso, parlai con l’addetta di un altra associazione femminista.  Stava attivamente aiutando una madre a violare una sentenza — e ne era fiera.  Rifiutò di dirmi le sue qualifiche.  La sentenza aveva stabilito che riavere il papà era il miglior interesse del figlio.   […] L’associazione non rispetta la Carta dei Diritti dei Bambini delle Nazioni Unite.

La legge deve cambiare.   Finché avrò respiro in corpo, mi batterò per questo.

Neil McEvoy

Estratto e tradotto da http://waleshome.org/2010/07/we-have-publicly-funded-child-abuse-in-wales.  Testo originale completo:


WE HAVE PUBLICY-FUNDED CHILD ABUSE IN WALES

I AM SAT in a neat front room, holding a cup of tea. I glance around and see photos of a boy on the mantle piece and on two walls. The photos trace the early days after birth, toddling years, nursery and early school. In the last picture, the boy looks about eight-years-old. School certificates are placed prominently in neat frames, taking pride of place. The room is a shrine to this child. I turn and look into the man’s eyes and see a forlorn look, sad, with lines around the eyes and forehead; the signs of early ageing, caused by the anguish of a broken heart.
“I have lost him Neil, I have to accept that.”
He looks away into the distance, but there is no distance, just a blank wall. The man slowly continues, his eyes drop to the floor and then we again make eye contact.
“I’ve tried everything. My court orders are ignored. I have no money. My life savings have gone.”
In total, this man on a modest income has spent £16,000 trying to be a father to his son.
“I go to court and it’s so stressful. All the false allegations all over again. I’m drained, I can’t cope anymore. Everything is for the woman. My only comfort is that my son is back in school. I will just monitor his progress and accept that I won’t see him until he is 16. He will know the truth then and make up his own mind. I have to think of my kids here and my wife. If this carries on, my relationship will go down the pan as well. It’s so unfair.”
His voice peters out and he again looks into the distance.
“ Twelve months, I haven’t seen him for 12 months.” The sleepless nights are etched on his face.
His eyes close, his mouth closes, the skin around his lips tightens. His teeth bite together inside his mouth. He takes a deep breath and his eyes glaze over. In this moment, this man gives me his fight for his son. He is in the unenviable position of knowing he will lose everything if he does not step off the running machine of an emotional life zooming out of control. He takes the brave decision to protect, love and nurture the children from his second marriage and repair a relationship pushed to the edge by a vicious, misandrist system. He will always love his son, but from a distance, while the child-abusing mother receives help from third sector agencies and benefits from the state. The field of family conflict over children is a sick industry, driven by the cult of the victim. The child comes bottom of the list.
We will call the man John and use other made-up names, but all details are true. John split up from his first wife eight years ago. Bored by a routine family life and dissatisfied with the routine of motherhood, Sandra walked out, leaving John and their child. The bright lights of bars, booze and fun beckoned. Sandra saw her baby sporadically, leaving John as the primary carer. Baby Paul grew up and went to school. He was well turned out, with an excellent attendance rate. He was the apple of his dad’s eye. Mum’s life was chaotic, coloured with booze, drugs, promiscuity and a broken string of short-term relationships. The divorce came through and John worked hard to let his son know how loved he was.
When Paul was five, John met Katy at the school gates. They fell in love and he remarried. Sandra’s contact with her child was still unreliable and bitterness at John’s new-found happiness boiled to the surface, causing problems on occasions. As time went by Sandra wanted to see more of her son and John was happy to facilitate contact. It was eventually extended to overnight stays at weekends. He was glad that his son’s mother was taking an interest in her child. He also appreciated the down time alone with his wife.
With Dad, Paul read books and had a regular bedtime. He was a good lad in school. At mother’s, however, Paul enjoyed watching films, late television programmes, burgers and his Gameboy. He had no bedtime. The difference in parenting approaches became a cause of conflict. Mum was cool, Dad was boring. John was worried by what he was hearing from his son. He suspected his ex-wife was criticising him, portraying him in a bad light. He wasn’t sure what to do about this. Paul turned eight in the summer of 2008.
One Sunday afternoon, John received a call from social services. He was told that a number of allegations of abuse had been made against him by the mother. She claimed to have been a former victim of domestic abuse and alleged that John had harmed Paul. John had difficulty in absorbing the phone call, particularly when told that his son would not be returned. He can still recall him thumping heart in his chest and sick feeling in his stomach. When he put the phone down the a room spinning. He could hardly speak.
Paul was happy for social services to investigate. He had nothing to hide. He felt sure he would be cleared and reunited with his son. Within days, however, the mother, supported by a third sector women’s support group, had filed an ex parte application in court and she was granted temporary residence. John was not allowed to see Paul. John filed papers in court and was told that he could see his son in a contact centre.
More and more allegations were made. Reports were written by the third sector group and submitted to social services. The reports described John as a violent monster who had beaten his ex-wife, controlled her and had bullied his son. To John’s horror, he discovered that his son had made allegations of bullying and violence. Matters got worse when John was accused of threatening to kill his son and ex-wife. The police arrested him and questioned him. His son and ex-wife had both made the allegations.
After interviewing the boy, the police decided not to proceed and exonerated John. His son had changed his story. The mother was not arrested for wasting police time.
More and more fabrications were thrown at John. Mother moved to the other side of the city, but the judge ruled that Paul must remain in the same school. His attendance dropped and he moved anyway, in spite what the judge said. It was noted in reports that Paul was often tired in school. Mother blamed noisy neighbours who made their lives hell. There was no punishment for ignoring the judge.
The social services investigation took six months of emotional turmoil for Paul, and six months of hell for John and Katy.
Men who enter the field of family law are faced with a sometimes most awful thing: the status quo. After six months, the status quo was that Paul lived with mother. She was granted a residence order.
The city’s children’s services noted that Paul had no memories of the violent abuse of his mother, but she “helped him remember.” Paul had also withdrawn the allegations of abuse against his father. The conclusion was that the boy was making it up. Perversely, Dad’s opinion that Mother was poisoning his son’s mind was ignored. A female social worker concluded that Paul was making up these stories because he wanted to stay with his mother.
Soon after the residence and contact order was made, Sandra and Paul disappeared. Through diligent enquiries and chance, John discovered that they were in a neighbouring town, 10 miles from the city. The city’s social services department closed their files on Paul and it was up to a new children’s services department to look out for him.
Sandra would not let John see his son. He went back to court and faced more allegations. Each time he went to court, the mother, on legal aid, was accompanied by a support worker, funded by the public purse. Another third sector women’s support group buying a story from a skilled player of the system.
Paul’s attendance at school went through the floor. It was noted by staff that he arrived at school smelling of urine. There were disturbing incidents of Paul banging his head against a wall, saying that he deserved to die. He also spoke of hanging himself. All this was noted and he was placed on the child protection register. With Dad, Paul had always received glowing school reports.
On finally reaching another hearing on residence, John was confident that he would get his boy back. Perversely, the judge adjourned and went on holiday. He gave a ruling from away. Mother was to retain residency and Dad was to be given contact. The judge was swayed by the intervention of the third sector women’s support group.
John never got to see his son again. The order was again broken and there has been no punishment for the mother. She is still being supported and is said to be on medication. She was also warned by police for harassing neighbours. Another allegation, this time of a teacher hitting Paul was made and formally investigated. The allegation was found to have no substance.
I became involved in the case when the mother unilaterally withdrew Paul from school. With no qualifications, it is perfectly legal for a parent to do such a thing if they notify the local education authority in writing. There is no supervision of the kind of education that the child will receive. Education officials admit informally that the system is mad. Paul is still on the child protection register. Children’s services only acted in this case and began to include Dad after several strong written and verbal interventions from me. The particular authority, which I will not name, is an absolute disgrace. After the fuss we made, Paul was returned to school and Dad is monitoring progress without ever seeing his boy.
The National Assembly for Wales needs to quickly get a grip on this outrageous abuse of public money and basic gender discrimination against men. Discrimination against all parents who do not reside with their children also urgently needs to be addressed.
It is time that people had the courage to face the fact that we have publicly-funded child abuse in Wales and in the UK . I am aware that this is a strong statement to make. I made the same point in a Cardiff Council meeting on June 17 this year. Essentially, it is emotionally distressing and damaging for any child to be denied contact and a relationship with a loving parent. Many third sector groups all over Wales make it much easier for mothers to do this. In some cases men behave in this disgusting way, too. Instead of facilitating contact, the groups will support the mother in withdrawing contact and the child suffers. They also support those breaking court orders. This is a scandal and it must be challenged. It takes fathers a long time to get back into their children’s lives. It takes the children a lot longer to overcome the trauma.
The group that wrote that report on John and others verify nothing. There is no due diligence. There is no investigation or checking of what they are told. In my anecdotal experience of casework, fantasy is represented as fact and children are denied their right to a relationship with two loving parents.
In dealing with another case, I spoke to a support worker from a different third sector women’s support group. She was actively supporting a mother who was breaking her court order – indeed, she was brazenly proud of doing so. She refused to tell me what qualifications she had. The support worker could also not answer my question as to why she knew better than a CAFCASS officer and a court of law, which had ruled that it was in the child’s best interest to see his father. The organisation has no policy on breaking court orders. Nobody takes responsibility for publicly funded contempt of court. The organisation is not respecting the United Nations Children’s Rights Charter.
In Cardiff , the council is looking at this matter, questioning whether or not it is appropriate for the authority to fund organisations who behave in such a way. Other local authorities and the Welsh Assembly Government needs to do the same, as should governments in England , Scotland and the north of Ireland .
The law must change. As long as I have a breath in my body, this is what I will campaign for.

 

 

 

Letto :3272
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Direttrice di centro anti-violenza rivela perché si è dimessa

I centri anti-violenza sono circondati da un’ombra di segretezza. Abbiamo già pubblicato testimonianze di donne che rimpiangono di esserci andate, e bambini che rimpiangono di esserci stati portati. Ora la direttrice di uno di questi centri racconta che quando il centro è progressivamente caduto nel femminismo (lesbismo, aborto, immigrazione clandestina) ha preferito dimettersi.

L’intervista è tratta da MediaRadar, che informa che la signora ha chiesto l’anonimato temendo di poter subire ritorsioni personali:

Il centro non aiutava gli uomini vittime di violenza, anche quando subivano abusi simili a quelli subiti dalle donne; gli uomini venivano indirizzati alla locale stazione di polizia.
Il nostro personale era composto di una trentina di persone; avevamo un numero simile di volontarie, soprattutto donne con precedenti storie di abuso. A volte erano più un problema che un aiuto in quanto ancora coinvolte nei loro problemi personali. Non le pagavamo, ma il centro riceveva fondi per i loro servizi.
Si crede che le donne in un centro anti-violenza siano vittime di gravi abusi, sanguinanti e ammaccate. Da noi solo una donna su 10 aveva avuto problemi di violenza fisica. Una simile piccola frazione aveva subito minacce.
La grande maggioranza erano lì perché sostenevano di aver subito abusi verbali o psicologici. Non verificavamo le loro storie, credevamo a quello che dicevano. Senza dubbio alcune donne, molte sostenute dall’assistenza sociale, ingannavano il sistema per beneficiare dei molti servizi che offrivamo.
Quando iniziai a lavorare il centro rispondeva a standard professionali ed i servizi offerti erano valutati con regolarità. C’era un’atmosfera di altruismo, di aiutare vittime.
Ma con gli anni ho visto un grosso cambiamento.
Il centro è diventato più orientato ideologicamente. Abbiamo iniziato a sponsorizzare questioni lesbiche. Le residenti che aspettavano un bambino venivano edotte delle difficoltà ed incoraggiate ad abortire. Per accogliere immigrate illegali, smettemmo di richiedere documenti di identità. Ma a questo punto uno inizia a chiedersi con chi ha a che fare.
Il personale aumentò, ed aumentarono le loro enumerazioni. Calcolai che media erano assenti 60 giorni all’anno, fra vacanze, feste, malattie. Dopo un po’era impossibile avere un gruppo coeso.
I controlli diminuirono, il centro perse la sua attrattiva. C’era poca professionalità.
Fu a quel punto che mi dimisi.


Testo originale completo in inglese:

I worked at an abuse shelter located in the mid-Atlantic area for over 10 years. I first worked as a counselor and was eventually promoted to the position of shelter director. Our shelter had 8 rooms, with a capacity of up to 30 women and children.

Our shelter received funding from a variety of private and government sources at the federal, state, and local levels. A large share of our budget came from the state Child and Protective Services program to pay for abused children and mothers who resided at our facility.

Our shelter provided a broad range of services, including shelter residency for up to 2 months, 3 meals a day, counseling, advocacy, and transportation to arrange for local services. When necessary, we connected our residents with nearby welfare, immigration, and pro bono legal services. And we provided transitional services for former residents. Counseling was based on Lenore Walker’s battered woman syndrome and the Duluth model’s power and control wheel.

The shelter did not provide services to male victims of domestic violence, even when the men had suffered physical abuse similar to what women had experienced. Instead the men were referred to a local police station to request a restraining order.

Our staff consisted of about 30 persons, who did administration, counseling, transportation, child care, and other activities. We had a similar number of volunteers, who were generally women with previous histories of abuse. The volunteers were sometimes more of a problem than they were worth because they were still dealing with their own personal issues. Even though the volunteers were not paid anything, the shelter received funding for their services.

Most persons think of women in an abuse shelter as victims of severe physical abuse, bloodied and broken. In our shelter, however, only about one in 10 women had experienced any kind of physical injury. A similarly small number had been threatened with any physical harm, although they may have been involved in a previous incident of physical abuse.

So the great majority of women were there because they claimed to have been subjected to verbal or psychological abuse. We did not verify the claims of new residents — if the woman answered the questions correctly, we basically believed what she said. There is no question that some women, many of whom were on welfare, were gaming the system to benefit from the many services our shelter provided.

When I first started working at the shelter, the staff was held accountable to professional standards and services were regularly audited. We shared a feeling of altruism, of helping needy victims. But over the years, I saw a big change.

The shelter became more ideologically oriented. We began to sponsor workshops and training on lesbian issues. Shelter residents who were pregnant were advised of the difficulties of raising a child alone, and were encouraged to get an abortion. In order to service illegal immigrants, we stopped requesting any form of personal identification. But then you began to wonder who you are really dealing with.

Around the same time, the number of staff increased and employee benefits expanded. I once calculated that the average staff member was away from work 60 days out of the year — 5 weeks on vacation, plus holidays and sick days. After a while it became impossible to have a cohesive staff.

In the end, we would refer the women to other programs, and they would refer clients to us. It became a self-serving numbers game.

The staff became less accountable in their work and began to see their job more as an entitlement. The shelter lost its grass roots appeal and began to feel like an employment center. There was little professionalism or accountability.

That’s when I resigned my position as shelter director.

Letto :4123
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Il femminismo ha portato ad un raddoppio degli omicidi di donne


Le leggi anti-uomo che le femministe hanno voluto per ‘proteggere le donne’ hanno portato al raddoppio degli omicidi familiari.

Esempio ne è la vicenda dell’omicidio di G. ad opera dell’ex marito R., come narrata in questo video.

R. chiede aiuto ai familiari per comprare la casa coniugale, nasce un bambino, ma dopo qualche anno la coppia è in crisi.  Mentre partecipano a sedute di riconciliazione lei ha un amante.  Anche a Natale lei mente per passare tre giorni con l’amante.  Alla fine la sorella di G. avverte R. che si reca a casa dell’amante dove trova la moglie nuda.   L’uomo dice che la donna aveva mentito anche a lui negando di essere sposata.

Mentre tornano a casa c’è un litigio, e G. accusa R. di averle dato un ceffone.  L’accusa, forse falsa o forse vera, è basata solo sulla parola della donna.   L’uomo viene allontanato dalla moglie e dal figlio,  la moglie accetta di parlargli ma lo denuncia per aver violato l’ordine di allontanamento (quando entrambi lo avevano violato), lui si rovina assumendo avvocati civilisti e penalisti per difendersi; quando ottiene di poter vedere il figlio la donna non obbedisce alle sentenze e la giustizia così spietata nell’allontanarlo dal figlio non fa nulla per porre fine a questa violazione dei diritti umani.

Il giorno della festa del papà scoppia a piangere quando la scuola gli consegna il regalo del figlio, ma l’uomo è ormai caduto in depressione, non riesce più a pagare gli avvocati ed il mutuo della casa in cui non può entrare ed i mantenimenti.

E così lascia un video in cui dice di non poter vivere senza il figlio in mano ad una persona perversa come G., acquista una pistola, si reca nella casa, dove G. rifiuta di far andare dai vicini il bambino che così assiste all’omicidio della mamma ed al suicidio del papà.

Le femministe radicali hanno usato questa vicenda per attaccare R. e tutti gli uomini e chiedere più soldi per i loro centri.

STATISTICHE

Separazioni trasformate in tragedie per vie delle leggi anti-uomo volute dal femminismo radicale.   Per inquadrare seriamente il fenomeno riportiamo alcune statistiche.

Negli Stati Uniti l’aumento è del 60%, secondo i dati pubblicati dalla economista Radha Iyengar dell’Università di Harvard in un articolo apparso sul New York Times del 7/8/2007:

The Protection Battered Spouses Don’t Need

Due decenni fa, per ridurre la violenza domestica, alcuni stati vararono leggi di “carcerazione preventiva” secondo cui i poliziotti che intervenivano non dovevano valutare se la persona accusata fosse davvero violenta: dovevano arrestarla in ogni caso in cui qualcuno denunciava un abuso.

Pareva una buona idea, ma oggi sembra che la legge ha avuto un effetto mortale: il numero di omicidi commessi fra partners è significativamente maggiore negli stati che hanno questa legge rispetto agli altri stati. […]

Ho recentemente studiato il numero di omicidi prima e dopo l’entrata in vigore di queste leggi. Nella media nazionale, il numero di omicidi è calato, probabilmente grazie alle campagne di sensibilizzazione. Ma negli stati con leggi di carcerazione preventiva, gli omicidi sono saliti del 50% rispetto agli stati senza queste leggi.

Le leggi sull’arresto obbligatorio hanno anche portato ad un aumento del 150% delle donne condannate per violenza: il Guardian osserva che, quando la polizia ha discrezione se arrestare o meno, preferisce arrestare uomini piuttosto che donne.

In Italia le politiche femministe hanno causato un raddoppio degli omicidi familiari, la cui incidenza è quadruplicata.    Lo dicono i dati del Ministero dell’Interno, in cui gli omicidi familiari sono classificati come “famiglia/passioni amorose”.  Nel 1992 erano meno di 100, oggi sono 200 circa.

Le cause sono evidenti: si tratta di uomini che, ridotti alla disperazione da calunnie e sentenze femministe, arrivano a compiere omicidi seguiti dal proprio suicidio nel 41% dei casi.  Le femministe chiedono pene ancora più pesanti contro gli uomini, ma è chiaro che nessuna misura repressiva può fermare chi è ridotto alla disperazione.

Secondo fonti giudiziarie l’80% delle accuse contro i propri ex risultano false, “usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione”.  Secondo l’organizzazione NoMore (non sappiamo quanto sia credibile), il 70% delle donne uccise avevano denunciato i propri ex.  Da tali dati consegue che il 56% delle donne uccise avevano denunciato falsamente i propri ex.  Tali omicidi potrebbero quindi essere ingiustificabili atti di disperazione di uomini per bene che desiderano giustizia ma hanno perso la fiducia nel sistema, usato da calunniatrici e relative associazioni come strumento per violare i loro diritti umani e spesso anche quelli dei loro figli.

Per fermare questo trend negativo occorre un vero affido condiviso, una moratoria dei mantenimenti, stroncare la pratica delle false accuse in sede di separazione con pesanti condanne per calunnia, chiudere i centri ripetutamente coinvolti.

Il totale fallimento dei centri anti-violenza (omicidi di donne raddoppiati)  fa risaltare il successo ottenuto dalla Forze dell’Ordine, che nello periodo 1992-2006, sono riuscite a dimezzare il numero degli omicidi totali.

Anche i sondaggi di opinione trovano che il 90% degli italiani vuole che i centri anti-violenza venga chiuso e che sia la Polizia e non le femministe ad occuparsi della sicurezza di tutti noi:

Anche in Italia le femministe radicali gridano al “femminicidio” per ottenere fondi aizzando la conflittualità e la calunnia di genere che poi porta agli omicidi.  Ma la realtà è che il 70% delle vittime di omicidi sono uomini: sia le donne che gli uomini uccidono in prevalenza uomini piuttosto che donne [Fonte: Ministero Interno].

Le femministe italiane diffamano gli italiani sostenendo falsamente che l’Italia sarebbe il paese più violento d’Europa.  In tutti i paesi le femministe tentano di sostenere questa menzogna al fine di creare allarme sociale ed ottenere fondi.

Nel caso dell’Italia, i dati OMS mostrano che l’Italia ha, ancora oggi, uno dei più bassi tassi di omicidi di donne in Europa:

L’Italia è invece il paese europeo con il massimo squilibrio di genere negli omicidi: le vittime sono al 70-80% uomini.

[Fonte dei grafici].

 

Letto :8831
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“Dobbiamo debellare il femminismo per salvare la famiglia”

Intervista ad una delle donne sopravvissute al blitz con il quale le femministe si sono impadronite dei centri anti-violenza riducendoli a centri di odio contro gli uomini e contro la famiglia.

«Sono totalmente d’accordo con Erin Pizzey: il femminismo sta distruggendo la famiglia.

Ero con Erin (che ha aperto il primo centro anti-violenza) quando venimmo attaccate dalle femministe. Fummo colpite da una banda urlante con capelli rasati che aveva totalmente dimenticato la propria femminilità. Fu spaventoso.

Vidi quello che scrissero sui muri: “uomini non saprete più quale sarà il vostro ruolo nella famiglia”. Ora – molti anni dopo – il femminismo è diventato realtà. Gli uomini non sanno più quale ruolo hanno, specialmente all’interno della famiglia. La situazione è così degradata che alcuni rifugi rifiutano i bambini maschi, e le bambine crescono credendo che tutti gli uomini sono cattivi.

L’effetto a catena ha distrutto la vita familiare, fatta di amore e di ruoli. Gli uomini si trovano davanti donnacce bolsceviche che rifiutano di cucinare, pulire, contribuire in qualunque modo alla vita familiare.

Tutto quello che vedo nelle femministe è la malvagità — prima viene fermato e meglio è. Torniamo all’amore, alla donna gentile, carina, che è orgogliosa di essere donna.

Dianne Core, York»

Ed in effetti le femministe stesse hanno esplicitato le loro vere intenzioni:

«La famiglia nucleare dev’essere distrutta… qualunque sia il significato finale, lo sfascio delle famiglie è adesso un processo obiettivamente rivoluzionario». Linda Gordon

«Dal momento che il matrimonio costituisce una schiavitù per le donne, è chiaro che il Movimento delle Donne debba concentrarsi per attaccare questa istituzione. La libertà per le donne non potrà essere acquisita finché il matrimonio non verrà abolito». Sheila Cronan

«Non si dovrebbe permettere a nessuna donna di stare a casa ed accudire i suoi bambini. Le donne non devono avere questa possibilità, perché altrimenti troppe donne la sceglierebbero». Simone de Beauvoir

«Essere una casalinga è una professione illegittima. La scelta di servire ed essere protetta, e di pianificare una vita familiare è una scelta che non dovrebbe esistere. Il cuore del femminismo radicale è di cambiare tutto ciò». Vivian Gornick.

«Non possiamo distruggere le iniquità fra gli uomini e le donne finché non distruggeremo il matrimonio». Robin Morgan (Sisterhood Is Powerful).

«Il matrimonio è da sempre esistito per il beneficio degli uomini; ed è stato un metodo legalmente sanzionato per controllare le donne… Dobbiamo distruggerlo. La fine dell’istituzione del matrimonio è una condizione necessaria per la liberazione delle donne. È per noi quindi importante incoraggiare le donne a lasciare i loro mariti e non vivere da sole con gli uomini… Tutta la storia dovrà essere riscritta in termini di oppressione delle donne» dalla “Dichiarazione di Femminismo”.

«Affinché i bambini vengano cresciuti con parità, dobbiamo portarli via dalle famiglie e crescerli in comuni appositi». Mary Jo Bane.

«La cosa più misericordiosa che una famiglia numerosa possa fare ad uno dei suoi bambini più piccoli è ucciderlo». Margaret Sanger, in “Donne la nuova razza”, pag. 67.

«Sotto il patriarcato ogni donna è una vittima, del passato, del presente e del futuro. Sotto il patriarcato, la figlia di ogni donna è una vittima, del passato, del presente e del futuro. Sotto il patriarcato il figlio di ogni donna è il suo potenziale traditore e anche l’inevitabile stupratore o violentatore di un’altra donna». Andrea Dworkin

«Qualsiasi rapporto sessuale, anche il sesso consensuale all’interno del matrimonio, è un atto di violenza perpetrato contro una donna». Catherine MacKinnon

 

Letto :4069
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Bambini raccontano di violenza subita in centro anti-violenza

 

Bambini portati dalla madre contro la loro volontà in un centro anti-violenza dicono che gli veniva continuamente ripetuto quanto sono cattivi i papà, incluso il loro papà.

I bambini raccontano che, quando volevano telefonare al loro papà, le operatrici sorvegliavano ogni loro parola, che non potevano parlare apertamente e dire nulla sugli abusi cui avevano assistito nel centro, nè che la loro stessa madre stava abusando di loro nel centro. La donna è stata accusata di violenza domestica. I bambini dicono che non appena fuori, diranno tutto.

La notizia arriva da Canada Court Watch, cui i bambini sono riusciti a telefonare, e che commenta: i centri colti in flagranza di diffondere questo tipo di odio devono essere immediatamente chiusi.

Questa denuncia va ad aggiungersi a quelle ricevute nel passato. Ad esempio la bambina nel filmato racconta di essere stata strappata dal papà e messa in un centro anti-violenza, dove le impedivano di vedere il papà cui è affezionata; la istruivano contro suo papà, la indottrinavano con filmati di propaganda femminista contenenti scene di madri picchiate da padri, ha assistito invece ad una rissa vera fra una ospite ed una operatrice del centro, mente il suo fratellino ha subito violenza. La piccola non vuole MAI PIÙ tornare in un tale centro.

Exposing the morally corrupt women’s shelter industry – one video at a time! A child’s perspective. from Canada Court Watch on Vimeo.

Il filmato di Canada Court Watch chiude con la seguente riflessione: “è ora di finirla con gli abusi su bambini e madri ad opera di femministe radicali che controllano molti dei locali centri anti-violenza”.

[Fonte, titolo originale: Kids report being brainwashed to hate fathers at another Ontario women’s shelter]

Letto :4219
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Uomini e bambini picchiati? Si arrangino

2007: un papà chiede aiuto telefonando ad un centro anti-violenza, racconta di subire violenze dalla moglie. RIFIUTATO. Aggiunge che ha subito tentati omicidi, che è preoccupato per i bambini, ci sono seri problemi, la moglie minaccia di buttarsi giù con la bambina. RIFIUTATO. Nessun aiuto per uomini e bambini. Solo per le donne. Tenta a tre numeri diversi, e la risposta è sempre la stessa. RIFIUTATO. Con la beffa finale: “sua moglie potrebbe chiamarci, lei no”. (Link al filmato).

2010: Inchiesta de Le Iene: una di loro telefona al numero anti-stalking, pagato con i soldi di tutti dalle Pari Opportunità, e le viene offerta anche assistenza legale. Uno di loro telefona allo stesso numero, ma è un uomo: nessun aiuto. RIFIUTATO. (Link al filmato). Le Iene riescono a parlare con la Ministra delle Pari Opportunità, che riesce a mettere in riga le telefoniste. Ben fatto.

Ma, temiamo, misura di facciata. Il vero problema è dietro le quinte, e l’unica soluzione sarà evitare che le femministe gestiscano la res publica. Da più parti viene chiesto che i centri anti-violenza femministi vengano rimpiazzati con centri pubblici gestiti da donne e uomini che collaborino per il bene di tutti, così come proposto dalla loro fondatrice Erin Pizzey e dal prof. Amendt, così come si fa in tutti gli altri campi, senza distinzione di genere, etnia, credo.

Si veda anche: Padre chiede aiuto a centro anti-violenza e subisce false accuse

Letto :4021
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Addetta stampa di centro anti-violenza attacca uomini su internet

USA.  Identificata la donna che sotto uno pseudonimo postava attacchi in rete contro associazioni che difendono uomini e papà separati inventando falsità diffamatorie quali:

«Il *** è noto come la lobby degli abusanti»

«*** è sotto sorveglianza. Come deve essere»

L’autrice di tali commenti, ora rimossi, è risultata essere la direttrice delle comunicazioni di un centro anti-violenza finanziato con fondi pubblici.

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I centri anti-violenza salvano le donne? La valutazione negativa del governo USA

Erin Pizzey, fondatrice del primo centro-antiviolenza, pur denunciando il problema che le femministe iniziavano ad strumentalizzare tali centri come arma contro gli uomini, riteneva che i centri femministi fossero meglio di niente, e pertanto accettò l’invito delle femministe USA che — volendo aprire loro centri e credendo che Erin fosse femminista — la invitarono per un ciclo di conferenze. Queste le memorie di Erin Pizzey:

Entrate nella sede del magazine femminista notammo che non c’erano uomini. Tutto era bianco, e su un muro c’era lo slogan “una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta”. […] Le donne indossavano tute e e sembravano idraulici o muratori. Mi sentivo estraniata nel camminare in un palazzo senza uomini. […]

Il meeting era una farsa e fronteggiammo femministe ostili con il volto di pietra. […] Reagivano positivamente quando dicevo che i bambini avevano bisogno di rifugi, ma quando chiarivo che anche gli uomini potevano essere vittime di violenza domestica sentivo una immediata fredda reazione, e sapevo di averle perse. […] Tutti volevano sentirsi dire che le donne ed i bambini venivano nel nostro rifugio perché tutti gli uomini erano dei bruti. Non importava quante volte dicessi loro che un uomo ci aveva dato i palazzi, ed un uomo si occupava dei fondi per aiutarci a rimanere aperti. L’auditorio era cieco alla ragione. […] La maggior parte delle femministe che incontrai non credevano che i bambini avessero bisogno dei loro papà. Vivevano la loro vita senza uomini. […]

Uno degli ultimi giorni, venne dato il microfono ad una giovane ragazza, si lanciò a confidare un drammatico racconto della brutalità del suo partner. Ero stupita. Guardai rapita le facce di chi ascoltava. Volevo interrompere e segnalare che una donna davvero vittima di violenza di solito si vergognava di quello che aveva subito. L’ultima cosa che avrebbe voluto era stare davanti a tanti sconosciuti e raccontare la storia al mondo. Invece le donne violente non avevano il senso della vergogna quando cercavano la luce dei riflettori.

Appena finì, andai da lei e le dissi “meriteresti un Oscar per la performance”. Rise e mi disse “ho detto loro quello che volevano sentirsi dire”.

Recentemente negli USA sono state eseguite valutazioni governative della efficacia dei vari programmi di spesa pubblica. Alla fine viene assegnato un giudizio riassuntivo:

Efficace / Adeguato / Moderatamente efficace / Risultati non dimostrati

Nell’ambito di questa campagna, fra i “programmi legati alla salute ed al benessere” è stato valutato il “programma di servizi per la prevenzione della violenza domestica”, ovvero i centri anti-violenza. Il giudizio è stato fallimentare:

NOT PERFORMING. Results not demonstrated.

Traduciamo dal sito della Casa Bianca, la valutazione dettagliata in merito ai risultati conseguiti:

Sezione 4. Risultati

  1. Ha il programma dimostrato progresso adeguato nel raggiungere i suoi obbiettivi a lungo termine? Valutazione: NO. Voto: 0.
  2. Ha il programma (inclusi i partner) raggiunto i suoi obiettivi annuali di efficacia? Valutazione: NO. Voto: 0.
  3. Il programma mostra un miglioramento nell’efficacia nel raggiungere gli obbiettivi annuali? Valutazione: NO. Voto: 0.
  4. La performance di questo programma può venire confrontata in maniera favorevole ad altri programmi con obiettivi simili? Valutazione: IN PICCOLA PARTE. Voto: 12%.
  5. Valutazioni indipendenti di qualità ed aderenza allo scopo indicano che il programma è efficace e sta ottenendo risultati? Valutazione: NO. Voto: 0.

Una simile valutazione governativa dei centri anti-violenza è stata effettuata in Germania con risultati altrettanto disastrosi. Sulle colonne di Die Welt il sociologo prof. Amendt ha analizzato le cause di questo fallimento, identificandolo nell’ideologia femminista:

I centri anti-violenza sono incapaci di fornire questo tipo di intervento professionale per via della loro ideologia: vedono ogni uomo come il nemico di ogni donna.

Invece di attenuare i conflitti legati ai divorzi, tali centri li acuiscono, sostenendo che l’unico pericolo per i bambini siano i padri. Tentano di usare tale pregiudizio per spezzare il diritto dei bambini ad avere entrambi i loro genitori. […] Considerano come successo non il risolvere i conflitti, ma alimentare l’ostilità contro gli uomini. […] Secondo la loro ideologia, è superfluo che una donna parli al compagno. Per i loro fini, le donne vengono manipolate a considerarsi vittime e gli uomini vengono denigrati come genere […] L’etica professionale è stata deliberatamente rimpiazzata dall’ideologia politica.

Come dice il professore, le conclusioni sono ovvie: chiudere i centri femministi e sostituirli con centri di supporto alle famiglie con problemi di violenza.

Le odiatrici di uomini che arrivano a cercare di negare che la conseguente alienazione genitoriale è un abuso sull’infanzia vanno tenute lontano dai bambini.

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Die Welt: “Perchè i centri anti-violenza sono focolai di misandria”

«Non appena l’operato dei centri anti-violenza è stato per la prima volta analizzato in Germania, il Comitato per gli Affari Familiari del Budenstag ha deciso di valutare se questi centri debbano continuare ad essere finanziati dal governo.

Vista l’ideologia politica di questi centri e le sue implicazioni, questa proposta deve essere studiata seriamente. I servizi offerti da questi centri hanno dato risultati? Sono operati in maniera professionale, o sono degenerati verso un’ideologia che vede gli uomini come unici violenti? Hanno sviluppato una comprensione professionale dei conflitti familiari tale da includere tutti i membri di una famiglia violenta?

Come al solito, i fondi vengono erogati sulla base della conveniente statistica secondo cui “una donna su 4 è vittima di violenza domestica”. Poiché non esistono dati analoghi sulla violenza contro gli uomini, tale numero non legittima adeguatamente centri per sole donne. Finora, ci si è focalizzati sulle donne come vittime, rinnovando i fondi per tali centri. La loro efficacia non è stata monitorata. […]

Tali centri furono aperti più di 20 anni fa, con lo scopo di focalizzare l’attenzione pubblica sull’esperienza della violenza da un punto di vista femminile. Questo autore all’epoca tentò di sostenerli politicamente […] non potendo immaginare che i centri anti-violenza avrebbero contribuito a polarizzare la società in uomini violenti opposte a donne pacifiche, quindi causando anni di stagnazione nel rapporto fra i generi.

POLITICHE FAMILIARI SBAGLIATE

Oggi conosciamo le dinamiche familiari che portano alla violenza. Sono stati effettuati più di 200 studi negli Stati Uniti ed in Canada, ma il campo delle politiche familiari ha opposto resistenza al punto principale dei loro risultati: che le donne sono violente ed aggressive quanto gli uomini. Questo si applica anche al loro comportamento con i bambini. Particolarmente durante un divorzio conflittuale. I centri familiari dovrebbero attivarsi per limitare la violenza in modo che i bambini non ne siano coinvolti.

Uno studio a largo raggio condotto dall’autore in Brema ha mostrato che la violenza è presente nel 30% dei divorzi, con 1800 uomini che hanno riportato abusi fisici e psicologici dalle loro compagne. Un’incidenza tre volte maggiori che in condizioni ordinarie. In tali divorzi violenti, la violenza è stata nel 60% dei casi iniziata dalle ex-compagne. Tali risultati rivelano la violenza femminile. Secondo i centri anti-violenza, solo gli uomini sono violenti. Invece di attenuare i conflitti legati ai divorzi, tali centri li acuiscono, sostenendo che l’unico pericolo per i bambini siano i padri. Tentano di usare tale pregiudizio per spezzare il diritto dei bambini ad avere entrambi i loro genitori.

Il 60% di violenza femminile in casi di divorzio causa grande sofferenza ai padri che la subiscono. Le ricerche ed i numeri non supportano l’ideologia dell’uomo come nemico adottata nei centri femministi. Considerano come successo non il risolvere i conflitti, ma alimentare l’ostilità contro gli uomini. […]

Un centro di consulto familiare può invece aiutare i coniugi a comunicare, ed a scegliere se riconciliarsi o separarsi con rispetto. Aiutando i bambini a non perdere le esperienze positive del passato.

I centri femministi sono incapaci di fornire questo tipo di intervento professionale per via della loro ideologia: vedono ogni uomo come il nemico di ogni donna. Credono apoditticamente che le donne non siano violente. Secondo la loro ideologia, è superfluo che una donna parli al compagno. Per i loro fini, le donne vengono manipolate a considerarsi vittime e gli uomini vengono denigrati come genere. […]

I centri femministi rappresentano un mondo dove manca la gioia della vita, e gli sforzi di risolvere i conflitti vengono rimpiazzati da disfattismo e rinuncia. La misandria appare come l’unica via di fuga. Questa atmosfera oppressiva è sicuramente responsabile dei tanti abbandoni e dissensi fra il personale. Le donne negli Stati Uniti si tengono sempre più alla larga da tali centri, nonostante la gravità dei loro conflitti. Non vogliono vivere in un mondo che disprezza gli uomini. Hanno già i loro problemi.

Chi sostiene tali centri non dà peso all’obiezione che compromettono l’etica dell’assistenza sociale, in quanto la professionalità non è il loro scopo. Al contrario, si auto-definiscono di parte, che significa vedere le donne come vittime del potere maschile e della maggioranza indifferente. L’etica professionale è stata deliberatamente rimpiazzata dall’ideologia politica. Questo dà loro un senso narcisistico di superiorità morale sul resto del mondo. […] Credono che la loro retorica anti-patriarcale avrà maggior impatto del lavoro di terapeuti ed assistenti sociali preparati professionalmente. In maggioranza, non gli importa di non aiutare genuinamente le persone che chiedono aiuto […].

L’IDEOLOGIA FEMMINISTA: UN CAMPO DI COLTURA DI MISANDRIA

Ci sono centri che hanno superato l’ideologia femminista, ma lo stesso nome di “centri anti-violenza per donne” implica la disastrosa ideologia del femminismo radicale, dove le relazioni fra uomini e donne sono cristallizzate nel loro status di violento e vittima. Le donne sono sempre innocenti e gli uomini sempre colpevoli. Tali centri perpetuano la distruzione della comunicazione fra i membri della coppia come progetto politico.

Le conclusioni sono ovvie.

I centri basati sull’ideologia femminista non sono più necessari. Le famiglie con problemi di violenza hanno invece urgente bisogno di una rete di centri di ascolto che possano fornire aiuto non politicizzato e non sessista a tutte le persone.

Perché la violenza domestica fa parte della natura. Se una donna picchia suo marito, o un uomo picchia la sua moglie, è probabile che stiano anche abusando dei figli. Ed i bambini picchiati hanno maggior probabilità di diventare adulti violenti, perpetuando la violenza nelle generazioni successive. […]

CENTRI DI SUPPORTO CONTRO LA VIOLENZA FAMILIARE

Nel futuro abbiamo bisogno di sostituire i centri anti-violenza femministi con centri di supporto per famiglie con conflitti violenti. Sarebbero gestiti da uomini e donne ben preparati che cooperano sulla base dell’etica professionale, intervenendo durante le crisi familiari violente. […] Il supporto e la terapia devono semplicemente essere liberi da ideologie politiche, come deve essere nelle società democratiche.

Allo stesso tempo, dobbiamo discutere il problema nelle università: la correttezza politica oggi impedisce di pensare alle donne in termini di aggressione e violenza, e questo deve essere confrontato con i risultati della ricerca internazionale.»

L’autore dell’articolo è il sociologo Gehrard Amendt, professore all’Università di Brema ove dirige l’Istituto di ricerca sui rapporti fra i generi e le generazioni (Instituts für Geschlechter- und Generationenforschung).

Abbiamo abbozzato una traduzione del suo saggio apparso su Die Welt con titolo originale Why Women’s Shelters Are Hotbeds of Misandry).

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La violenza non ha genere: uno studio italiano smentisce la calunnia di genere costruita dal femminismo

Il femminismo ha fatto spendere soldi pubblici per indagini sulla violenza condotte in maniera sessista, investigando solo la violenza subita dalle donne.

Per la prima volta uno studio italiano ha investigato anche la violenza subita dagli uomini.

Lo studio, pubblicato sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza( Vol. VI – N. 3 – 2012)  è stato condotto da un equipe di studiosi coordinata dal professor Pasquale Giuseppe Marcrì dell’Università di Arezzo, e composta, fra gli altri, dalla Dottoressa Yasmin Abo Loha, coordinatore Ecpat Italia e dalla dottoressa Sara Pezzuolo, psicologa giuridica.

Questi i risultati delle due indagini:

  • VIOLENZA FISICA
    Uomini vittime di donne:  24.3% (5 milioni circa)
    Donne vittime di uomini: 18.8% (4 milioni circa)
  • VIOLENZA SESSUALE
    Uomini vittime di donne:  18.7% (4 milioni circa)
    Donne vittime di uomini: 23.7% (4 milioni circa)
  • VIOLENZA PSICOLOGICA
    Uomini vittime di donne:  29.7% (6 milioni circa)
    Donne vittime di uomini: 34% (7 milioni circa)

Risulta inoltre che il 60% delle donne minacciano di impossessarsi di case e di figli con la separazione e che «l’uomo incontra estrema difficoltà nel riconoscersi come vittima, pertanto per le vittime maschili esiste un sommerso enormemente superiore al pur considerevole sommerso delle vittime femminili».

 

Le due indagini sono state condotte con metodi simili, e cioè somministrando sostanzialmente lo stesso questionario prima a donne (l’indagine femminista è del 2006, quando la neonata legge italiana sull’affido condiviso venne ostacolata con un’epidemia di false accuse) e poi a uomini.   L’indagine femminista aveva un budget milionario pagato dallo stato.   La nuova indagine aveva budget zero e quindi si è basata su di un campione ridotto (1058 persone), ma sufficiente per ridurre l’incertezza statistica al 3%.

Entrambe le indagini presentano tuttavia gravissimi problemi metodologici.

Da un lato, le persone realmente vittime di violenza tendono ad essere più interessate a rispondere al questionario, e questo produce una grossa ed ignota incertezza sistematica.

Dall’altro lato, le domande del questionario (scelte dalle femministe nel 2006) appaiono finalizzate a gonfiare il numero di vittime, e nessun controllo viene fatto sulla veridicità delle risposte.

Mentre il nuovo studio riconosce esplicitamente ed onestamente tali limiti, l’indagine femminista è stata usata a fini politici:  per farci credere che gli uomini fossero violenti e le donne vittime, chiedendo più fondi pubblici per le operatrici dei centri anti-violenza.

L’unico risultato affidabile è il confronto fra le due indagini, che dimostra che uomini e donne sono vittime ed autori di violenza in egual misura.  La misura stimata da queste indagini (25% circa di persone vittime di violenza) è sicuramente esagerata, e la cifra reale è ragionevolmente attorno al 5-10% circa, uomini e donne in egual misura.

In base a tali dati occorre immediatamente revocare i fondi ai centri anti-violenza per sole donne che operano secondo l’ideologia femminista, e che in base a tale ideologia misandrica hanno fornito assistenza legale a calunniatrici decise ad impadronirsi dei bambini ed ad alienali.  L’operato di quelle avvocate femministe che addirittura tentano di negare che l’alienazione genitoriale o PAS è un abuso sull’infanzia deve essere posto al vaglio della magistratura penale per accertare se abbiano concorso in maltrattamento di minori.

Le due indagini:

 

La notizia sui media:

  • http://italia.panorama.it/cronaca/Sesso-psiche-donne-violentano-uomini
  • http://www.lettera43.it/cronaca/stupro-sugli-uomini-38-milioni-di-vittime-in-italia_4367572351.htm
  • http://roma.repubblica.it/dettaglio-news/roma-18:28/16938

https://youtube.com/devicesupport

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Rovinai il mio ex con false accuse, ma oggi dico: fermiamo le femministe radicali

Quando decisi di divorziare (ero annoiata) andai da 3 diversi avvocati. Tutti mi chiesero se mio marito mi abusava. Mai, in nessun modo mio marito si è comportato male con me. Con mio grande stupore, tutti e tre gli avvocati mi dissero la stessa cosa: se non accusavo di abusi mio marito, non avrei ottenuto l’affido esclusivo dei figli. Se lo avessi accusato, avrei ottenuto tutto e anche di più. Quando chiesi come avremmo provato le accuse, mi dissero che i giudici non richiedono prove, di andare ad un centro anti-violenza, che mi avrebbero aiutata supportando le mie accuse di abusi. […] Non avendo soldi per gli avvocati, seguii il consiglio. Con riluttanza, portai i bambini al centro.

Non potevo credere a quello che vedevo. Fuori, appariva come il pubblico vorrebbe vederlo. Dentro, una verità molto diversa.

Era una specie di culto. Odiare gli uomini la prima priorità. […] Seguendo il loro progetto, avrei ottenuto non solo l’affido esclusivo, ma anche la macchina, la casa, il terreno, e soldi per il resto della mia vita. […] Vidi l’uomo che era stato mio marito distrutto: emotivamente, finanziariamente e fisicamente. Ottenni l’affido esclusivo dei figli, l’allontanamento del padre da casa, e nel supremo interesse del minore, la casa e la macchina.

Fu anche incriminato. L’uomo che con me aveva messo al mondo i nostri figli, aiutato a crescerli, che li amava teneramente, fu obbligato a starne lontano, a mantenere me (più di quanto avessi bisogno) e loro. Lo distrussi, lasciando con poco per sopravvivere.

Mio fratello sta ora combattendo per i suoi figli, e la sua ex sta usando la stessa tattica che mi hanno insegnato al centro. Mio fratello è ridotto come il mio ex.

Sapendo come ho distrutto il mio ex, e capendo il male che ho fatto, cerco di aiutare mio fratello. È stato sbattuto fuori da casa sua e vive con me. È iscritto ad una organizzazione di padri separati e riceve messaggi sull’affido condiviso, etc.

Questi gruppi devono smetterla di combattere in modo pulito.

In tutta onestà, è impossibile compiere atti peggiori di quelli che le femministe hanno già fatto. Per molti anni petizioni, campagne… non hanno portato a niente. I media, gli avvocati, i politici, la gente comune già conoscono le ingiustizie subite dai padri, e nulla cambia.
Il cambiamento arriverà solo se forzato. Non so cosa occorra fare, ma continuare così è inutile. […] So che ci sono vere femministe come Erin Pizzey che combattono per la vera eguaglianza.
Dobbiamo fermare le femministe radicali, che non capiscono che quello che ottengono oggi produrrà domani la devastazione. Vogliono solo una cosa, appropriarsi di tutto per loro stesse, senza badare al prezzo pagato da altri.

———————————

[Fonte: traduzione estratta dalla lettera originale firmata http://www.ejfi.org/DV/dv-63.htm#marion e riprodotta interamente in calce].

As I write this, I am aware that I am probably going to offend some readers, but, then again, I have found that we in society are afraid and unaccepting of the truth, therefore taking offense. I can not apologize for what I am about to say, however I can only hope to attempt to undo the wrong that I have done.
To start with, here is a little bit about myself. Before I was married, I was an extreme feminist, with the hopes and dreams of equality, having the same thoughts and beliefs as others in the fight for true equality. It wasn’t like the feminists of today, who only want to gain complete control, power, and to have revenge, destroying everything that the true feminists have fought so hard for (true gender equality). It is my hope that by posting my story and comments, that it will encourage other women, (we/you know who you are), to come forward and to tell the truth about themselves and their experience. Here is my story, as shameful as it may be.
I am a single mother of two. When I decided to leave my marriage (I was bored) I went to three different lawyers for advice. I was asked by all three of them if I was ever abused by my husband. My answer was, never in any way shape or form was my husband abusive towards me. To my utter disbelief, all of them told me the same thing. Unless I accused my husband of abuse, I would not gain sole custody of my children. They also told me that by making these allegations against him, that I would get EVERYTHING and more. When I asked them how we would prove the allegations, I was told that the courts don’t require proof, and to go to a women’s shelter, and that they would help me, and that it would support my allegations of abuse.
Having been brought up in a very religious family, I was very uncomfortable with this advice. I was then told by the lawyers, that if I wanted the full support of legal aid, I had no choice but to make the allegations against my husband. Having no money to pay for legal expenses, I did as I was advised. Reluctantly I took my children to a women’s shelter. I couldn’t believe what I was seeing. On the outside, it appears as they want the public and their funders to see it. This is however, far from the truth.
This place was a form of a cult, for lack of a better term. Male bashing was a top priority, and the administration was very adamant about recruiting yet another woman (me) to join this man-haters club. They even have a game plan on how to win in court. By following their simple plan step-by-step, I would not only get sole custody of my children, but also the car, house and land, plus finances for the rest of my life.
However, if I did not follow their game plan, but if I played fairly, I would lose everything, and I would be endangering the lives of other women, and would jeopardize any funding for them. The administration must have noticed that their brain washing techniques were not working as fast as they wanted, so I was ‘thrown’ at the other women staying there.
Terms such as ‘sperm donors’, and that all men were abusive and must die, were used on a daily basis. They were very convincing, and not wanting to jeopardize my fellow housemates, I went along with their game plan.
As soon as I said that I would follow their game plan, things moved very quickly. I saw the man that I was once married to destroyed emotionally, financially and physically. I was granted sole custody of our children, and because of a restraining order, I gained the house and car, so that our children wouldn’t lose everything that they were used to.
Not only was there a restraining order against him, he was also charged with assault. The man who had equally created our children, helped raise them, and who loves them dearly, was ordered to stay away from them, and to pay me (more than I ever needed) support for them. Like I said, I destroyed him, leaving him with very little to survive.
My brother is now going through a custody battle, where my former sister-in-law is playing exactly the same game that was taught to me by a women’s shelter, and my brother is in the same shoes that I once put my ex in.
Knowing how I destroyed my ex, and seeing the wrong that I had committed, I have made it my personal endeavor to help my brother with his fight. He recently joined a men’s group, and he receives messages on the net from shared parenting, epoc news etc.
As he was thrown out of his home, he now lives with me, which gives me the opportunity to read the messages from these groups. I must admit, sometimes there is a message or two that is of great help, but for the most part, these groups have to stop playing ‘Mr. Nice Guy’.
In all honesty, you can’t look any worse than what the feminists have already made you out to be. Let’s be honest, for many years, the men’s movement has gained little to no ground at all. You have petitioned, demonstrated, run phone campaigns, fax campaigns, e-mail campaigns, sold t-shirts, hats and bumper stickers, to no avail. Still you continue to do it, hoping for something to change.
The media, law enforcement agencies, medical professions, legal professions, senate, government, judges, researchers, and the majority of the public are aware of the plight of men and fathers face, and still no changes have been made.
In my opinion, change will come only when change is forced. I haven’t got the answers on just what to do, but it is apparent that continuing the aforementioned practices, is completely futile. Why don’t we take a look at how changes were made throughout history, by both men and women?
I have also noticed in these e-mail groups, the endless discussions on repeated posts, where everyone has an opinion. Can we not do something more useful than repeatedly posting the same post, and using our energy on more important matters? How many more statistics, reports, discussions, debates and opinions is it going to take before we say,”enough is enough”?
What is it going to take to get you guys to finally force the necessary changes to bring about gender equality? Having said all of this, I wish to say a couple of more things of importance. The true feminists do believe in gender equality, and really do have the children’s best interests at heart. We do not wish to destroy or restrict anyone from what is constitutionally theirs. I know that there are true feminists such as Erin Pizzey and Senator Anne Cools, that are fighting for true gender equality.
We need to stop today’s radical feminists, who don’t seem to realize that today’s accomplishments will be tomorrow’s devastation. They only see one thing, the need to gain EVERYTHING for themselves, regardless of the price.
I encourage you to forward your stories of truth, for having done so myself, I feel that I can now truly fight for true gender equality.
With you in your fight,
Marion Winters
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ParmaNews: papà separato accusa centro antiviolenza “Non si possono inventare storie di violenza”

«Alessandro Fino, 37 anni, ex dirigente della Lega Rugby, padre separato. Una vita, la sua, stravolta il 9 febbraio del 2009.

Alessandro aveva un lavoro, una casa, una posizione. Una vita ‘normale’ a Parma, la città in cui aveva frequentato l’Università e in cui aveva scelto di restare.

La sua è una triste parabola, come quella di tanti altri padri separati, tra aule di tribunali, uffici di assistenti sociali e brevi incontri col proprio figlio.

“Quella sera di febbraio, rientrando dal lavoro, trovai la casa vuota – racconta Alessandro – non c’erano la culla, il seggiolone, le foto alle pareti, i tappetini del piccolo di 13 mesi che gattonava e imparava a camminare. Il giorno dopo fui chiamato in Questura e la mano invisibile dei Servizi Sociali e del Centro Antiviolenza di Parma aveva cucito su di me il vestito del violento e del padre incapace di adempiere al proprio ruolo di genitore”.

Parla senza mezzi termini Alessandro: “Sono stato considerato un violento, non meritevole di essere padre. Accusato di essere un padre disinteressato alla propria famiglia, ho scoperto che lavorare nel campo del rugby significasse essere violento e che avere la sclerosi multipla equivalesse ad essere pazzo”.

Da quel 9 febbraio 2009 la vita di Alessandro non è stata più la stessa. Tante le spese processuali, i costi per pagarsi un avvocato che lo difendesse dall’accusa di violenza e un’esistenza tutta da ricostruire.

Non avevo più un letto in cui dormire, chiedevo soldi agli amici, un prestito in banca per pagare i treni da Parma a Roma per vedere mio figlio, che lì si era trasferito insieme alla madre. Dormivo in macchina, nei parchi, dal primo conoscente disposto ad ospitarmi, anche solo per una notte”.

Da dirigente affermato, con uno stipendio che gli permetteva una vita agiata, Alessandro si è ritrovato povero: “Avevo debiti con tanti, anche con legali, sono nella lista dei cattivi pagatori perché non basta nemmeno fare il cameriere, come da studente, per far fronte a spese che prima erano normali. Nel 2010 il mio reddito era di 5.400 euro, contro gli oltre 24mila che guadagnavo prima, con un lavoro ed una professionalità acquisita in anni di studio e lavoro. Mi sono ritrovato a dover accettare più di uno stage o tirocinio a 37 anni, nonostante la laurea, il master e un profilo ampio. Sono ripartito dal servire ai tavoli”.

Di come sia cambiata la sua vita e dei problemi che ha dovuto affrontare Alessandro parla senza alcuna vergogna. “Negli ultimi mesi la difficoltà maggiore è stata la mancanza di una casa. In tutti questi anni a Parma ho conosciuto parecchi amici e in tanti mi hanno aiutato. È capitato anche che alle 4 del mattino a svegliarmi fossero i camion che svuotano i bidoni e io che ci dormivo vicino – confessa Alessandro che, ricordando le notti trascorse vagabondando per la città dice – qualcuno avrà pensato che fossi un profugo, a lavarmi e radermi nelle fontane o nelle camere dei reparti del Maggiore, che conosco da anni: ero solo un papà in grosse difficoltà”.

Non solo difficoltà economiche per Alessandro. “Ho vissuto per anni circondato dal sospetto della gente che pensava chissà quali violenze facessi alla mia ex compagna e a mio figlio”, spiega.

E quando gli chiedo se pensa che il problema dei padri separati e dei nuovi poveri sia imputabile ad un sistema giudiziario che tende, molto spesso, a tutelare maggiormente la figura materna, risponde: “Credo dipenda da un sistema più ampio, che comprende anche figure istituzionali come gli assistenti sociali. In questi anni ho conosciuto tanti assistenti sociali, psicologi ed educatori che, con una firma, hanno deciso del rapporto tra figlio, padre e madre. Il sistema va rivisto – sostiene Alessandro – ci sono tante lacune e tante superficialità che danneggiano soprattutto i bambini. Non spetta a me giudicare il sistema giudiziario sulla famiglia, ma così com’è attualmente non va. Con le associazioni di genitori abbiamo presentato, anche attraverso le commissioni parlamentari, diversi studi e proposte per modificare le leggi e proporre l’attuazione di vecchie norme mai applicate, primo su tutti il diritto alla bigenitorialità per i minori, sancito dalla legge 54/2006 e da numerosi trattati internazionali”.

Da quando ha iniziato la sua personale lotta per il diritto ad essere padre, Alessandro non ha mai risparmiato dure critiche ai Servizi Sociali che si sono occupati del suo caso e al Centro Antiviolenza di Parma: “Non si possono inventare storie di violenza per garantire o vendere un ‘prodotto’ che non si sa gestire” – accusa, parlando del fascicolo che Questura, Servizi Sociali e Centro Antiviolenza presentarono all’indomani della denuncia dell’ex compagna e che per lui restano “8 pagine costruite ad hoc da pseudo esperti guidati forse da interessi economici”.»

Fonte: http://www.parmanews24.com/pblock/povera-parma-laltra-faccia-della-citta-alessandro-padre-separato-cosi-e-cambiata-la-mia-vita

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Danneggiato centro anti-violenza

Sarebbe stato più volte danneggiato un centro antiviolenza intitolato alla femminista lesbica e comunista Frida Kahlo e sito a Marano di Napoli, finanziato pubblicamente mediante politici locali.

Secondo quanto denunciano le operatrici (cioè le persone che ricevono i finanziamenti), persone ignote avrebbero forzato la porta d’ingresso e imbrattato i muti esterni della struttura, rotto vetri, lasciando escrementi e vomito negli angoli delle stanze.

Le operatrici chiedono nuovi fondi alle istituzioni.  Potrebbe essere invece l’occasione buona per chiudere uno di questi centri per sole donne, sostituendolo con un centro di mediazione aperto a tutti ed affidato a uomini e donne lontani dall’ideologia femminista che possano aiutare le famiglie locali a gestire i conflitti.

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I bambini sono le vere vittime della violenza domestica

Da qualche parte nel cervello di ognuno di noi c’è il pregiudizio che la violenza domestica sia quando una donna fragile e maltrattata piange in silenzio rannicchiata in un angolo buio in balia di un uomo violento. Siamo stati addestrati, attraverso la ripetizione ipnotica di disinformazione femminista, ad interiorizzare lo stereotipo del mostro maschio che picchia la moglie spinto da un bisogno insaziabile di controllo.

Esistono tali mostri? Certo.

Ma, ad essere onesti, altrettante sono le donne che assaltano i loro partner con schiaffi, pugni, calci e artigli per rabbia e frustrazione: proprio come alcuni degli uomini, per il desiderio malato del dominio.

L’unica differenza è un rimorso significativamente inferiore nelle donne.  La violenza femminile non è mai stata presa sul serio, diversamente da quella maschile, e mai stigmatizzata dal tabù sociale.

Ma qui sta il problema. La violenza come premeditato strumento per mantenere il dominio in un rapporto di coppia è sempre stata una piccola frazione della violenza reale.  È solo l’eccezione estrema che la propaganda del femminismo ha inculcato nell’opinione pubblica come la norma, dipingendo il maschio nel ruolo di violento.

La vera violenza domestica è l’escalation di una lotta reciproca fino a che non diventa fisica.   Due disperati, fuori di controllo, che si graffiano per paura e rabbia.  Persone che non possono o non vogliono gestire i conflitti in maniera pacifica.

La violenza domestica non si caratterizza né per sesso né per colore dei capelli, ma è correlata con la povertà e la droga, in particolare l’alcol.    Nel mondo dei tossicodipendenti e degli alcolisti, la violenza domestica è comune come i posti di lavoro persi.

E la realtà è di gran lunga diversa da quella dipinta da campagne di sensibilizzazione ad opera di attiviste di genere, se non addirittura femministe, che ricevono stipendi e finanziamenti pubblici occupandosi del problema della violenza.

Usare temini tendenziosi e manipolatori come “violenza di genere” o “femminicidio” serve solo ad ottenere finanziamenti ed appoggi politici ed a sfogare il proprio odio misandrico.

Quando si tratta di violenza domestica, i veri colpevoli sono gli adulti e le vere vittime sono bambini.

Fino a quando non si inizia a capire questo, ed a combattere la violenza in buona fede, non otterremo altro che alimentare i conflitti fra uomini e donne, lasciando bambini devastati da battaglie che servono ad arricchire avvocate femministe.

I bambini che assistono alla violenza tra i genitori ne sono traumatizzati, in senso letterale.   Innumerevoli coppie raccontano le loro battaglie, spassionatamente come due persone che parlano di giocare a dama.  Arrivano anche a ridere insieme, per l’assurdità delle loro azioni. E, diciamocelo, piuttosto che organizzare piani di fuga e protezione, cercano di capire come stare insieme e risolvere i problemi.

Per i figli è molto diverso.    È con loro che i veri esperti vedono lacrime genuine.   Di solito, basta una domanda: “cosa provate quando mamma e papà litigano?”.   Molti bambini, sentendo questa semplice domanda, che nessuno dei due genitori aveva probabilmente mai chiesto, cadono in lacrime. Spesso  mentre parlano cercano di calmare le labbra tremanti, e nascondere le lacrime.   Altri si isolano, tenendo gli occhi bassi, alzando le spalle per impedire a chi vorrebbe aiutarli di entrare nel mondo del loro dolore.

Molti di loro, però, raccontano le loro storie.  Di come hanno coperto la testa con cuscini di notte, cercando di non sentire il rumore.   Altri imparano a fuggire nella loro mente, ritirandosi nella fantasia. Altri ancora cercano di intervenire, per diventare l’unico adulto in casa, e per proteggere uno dei genitori dall’altro. E sì, spesso cercavano di proteggere il loro papà.

La vera eredità delle azioni dei loro genitori arriva in forma di insuccesso scolastico, uso di droghe, pensieri di suicidio, ritiro sociale, disperazione, rabbia e paura.

Paura.

Ed era una paura che sono destinati a portare con loro, bagaglio che si trascina nella loro vita adulta, sporcando la loro immagine di sé e degli altri, distruggendo le loro possibilità di fidarsi degli altri e di formare una famiglia.

*   *   *

Molte associazioni di papà separati dicono che bisogna smettere di usare il tema della violenza per calunniare gli uomini.  Evidenziano il fatto che sono le donne, più spesso degli uomini, ad iniziare la violenza.   Lamentano che i servizi sociali ed i tribunali ignorano le vittime di sesso maschile.   Che avvocate femministe aiutano donne violente a costruire false accuse di violenza per privare i bambini dei loro papà.

Hanno ragione.

Ma dobbiamo pensare in maniera pacata a chi veramente sta pagando il prezzo per tutto questo.

Quello che abbiamo ora è un sistema che parte da un piccolo battibecco tra due genitori immaturi e vendicativi e lo eleva a livello nazionale.

Lo stesso sistema che dovrebbe combattere la violenza è diventato un macrocosmo di immatura e vendicativa rivendicazione, che cerca di accusare l’altro di essere il problema reale.

Oltre a smentire le falsità costruite per dipingere la violenza domestica come violenza maschile, bisogna tenere presente che non è una guerra con le femministe.  Stiamo cercando di educare un pubblico plagiato da anni di propaganda su chi paga il prezzo per tutte queste menzogne.  Gli uomini accusati falsamente ne sono vittime, ed è un ingiustizia orribile.

Ma i primi agnelli sacrificali di questo sistema sono i nostri figli e le nostre figlie.

Per il loro bene, dobbiamo chiudere i centri anti-violenza per sole donne caduti nel femminismo, mandare a casa le rabbiose avvocate desiderose di arricchirsi alimentando conflittualità per distruggere famiglie e privare bambini dei loro papà.

I bambini non hanno mai chiesto niente di tutto questo.

Per il loro bene dobbiamo aprire centri di mediazione, in cui psicologi (uomini e donne insieme) possano fornire aiuto alle famiglie con problemi di violenza, consigliando i genitori su come gestire i conflitti per il benessere dei figli, su come ritrovare il dialogo se possibile, o separasi arrivando in maniera consensuale ad un affido condiviso.

Letto :2607
Pubblicato in Senza categoria | Commenti disabilitati su I bambini sono le vere vittime della violenza domestica

National Post: centri anti-violenza o supermarket di divorzi e false accuse?

Due anni fa, Terri ammise di essersi approfittata dei centri anti-violenza. Suo marito non la aveva mai picchiata, ed ammise di aver mentito perché era assurdamente facile e conveniente. […] “Andai alla porta e piansi che mio marito mi abusava. I bambini non erano con me perché non volevo che mi vedessero”. Terri racconta che il personale accettò la sua storia. Quindi portò i bambini al rifugio, dove il personale la istruì su come vincere una causa di divorzio. Le dissero che “la prima cosa da fare è ottenere un ordine restrittivo contro il marito”.

Nel caso di Terri il risultato fu un affidavit dove non accusava il marito di essere aggressivo, ma di avere caratteristiche tipiche degli ubriachi. Su questa base “ottenni l’ordine restrittivo, e subito dopo la custodia esclusiva dei bambini, senza diritti di visita al padre”.

Dopo capii cosa avevo fatto. I miei bambini non avevano visto loro papà per un anno, e non mi preoccupai che questo facesse loro del male” dice Terri, che ora fa la terapeuta. “Non è stata una guerra onesta: io avevo il rifugio e le femministe dalla mia parte”.

[…] La loro propensione a stereotipizzare tutti i padri come abusanti e tutte le madri come vittime non è una sorpresa per gli avvocati e gli operatori sociali allarmati dal ruolo che i rifugi hanno nei divorzi. Oltre a dare supporto morale alle madri, scrivono lettere a loro favore – nonostante non abbiano mai visto l’uomo coinvolto ed abbiano sentito solo una parte della storia. […] Susan Baragar si definisce una femminista, ma crede che sia troppo facile per le donne ottenere lettere dai rifugi, ed avverte che sono un’arma potente. I giudici sono fortemente impressionati se una donna sta in un rifugio, che scrive in una lettera che il padre è pericoloso per i bambini.

Il genitore che ottiene la custodia temporanea è quasi sicuro di ottenere dopo quella definitiva (i giudici sono riluttanti a ribaltare una seconda volta le vite dei bambini), quindi le relazioni fra i bambini ed i loro padri vengono devastate in alcuni casi solo sulla base della lettera di un rifugio.

[…] Ad esempio, una operatrice riuscì a capire, dopo un solo incontro, che la donna “era stata abusata da bambina ed ora da adulta”, aggiungendo che auspicava che la corte riconoscesse questa lettera di supporto per una donna “intelligente, sensibile e sincera”. Due anni dopo il giudice arrivò alla conclusione opposta: nonostante fosse poco più che ventenne, aveva già fatto sette denunce di abusi sessuali contro 11 diverse persone. La donna, scrive il giudice, “aveva accusato suo padre, suo fratello e sua sorella di averla abusata, ma ciònonostante non ha esitato a portare i bambini a vivere con loro”. La donna perse la causa, ed i bambini furono affidati alle cure della nonna paterna.

Un’altra operatrice scrisse che una madre era “affettuosa e dedita ai figli” che dovevano essere affidati a lei piuttosto che al marito. E invece quattro anni prima la Società per la Difesa dei Bambini la aveva accusata con successo di essere un pericolo per i figli, che “erano spesso spaventati dalla madre”. Una volta minacciò il marito con un coltello e tentò il suicidio. In un altra occasione “aprì la porta della macchina mentre viaggiava sull’autostrada e minacciò di lanciarsi”. Questi due incidenti avvennero in presenza dei bambini, ma la corte le affidò comunque i figli. […]

Louise Malenfant, operatice sociale, chiama i rifugi per donne “supermarket di divorzi per donne” e dice che oltre ad aiutare donne a fare false accuse di violenza, i rifugi nella sua città hanno aiutato a fabbricare accuse di abusi su bambini. […] Ha testimoniato che i bambini venivano portati in stanze in cui le madri non potevano entrare, soggetti ad un programma di sensibilizzazione agli abusi sessuali, e venivano interrogati in modo non appropriato dal personale dei rifugi. La signora Malenfant dice al National Post: “Se esponi un bambino a materiale sessuale e lo interroghi ripetutamente per una settimana o due, il bambino può letteralmente ripetere quello che gli è stato detto“.

La signora Malenfant sostiene che anche le madri che non avrebbero altrimenti accusato i propri mariti di incesto, finivano per considerare queste accuse che nascevano durante un soggiorno al rifugio, ed ha pubblicamente chiesto un’indagine sui rifugi, scrivendo alle autorità competenti. Come risultato, il problema sembra essere sparito: “da un anno non ho più sentito nuovi casi, non so cosa abbia fatto il governo”.

“Sono molto arrabbiata, perché ci sono anche reali casi di abusi, e vedo che ora i giudici gli danno minore peso, per via delle tante bugie. I giudici sono ora più inclini a credere che sia solo una falsità”.

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Abbiamo abbozzato una traduzione dell’inchiesta giornalistica pubblicata da The National Post del 21/11/1998 [link1, link2 e riprodotto in calce] con titolo originale “One-Stop Divorce Shops”. L’autrice, Donna Laframboise, è una scrittrice canadese, laureata in studi femminili. Ha pubblicato anche su Globe&Mail, Toronto Star ed altri giornali. Ha ricoperto incarichi nell’Associazione Canadese delle Libertà Civili (CCLA). Ha pubblicato il libro “The Princess at the Window: A New Gender Morality”, dove critica molti aspetti del femminismo.

One-stop divorce shops

A letter of support from a shelter is proven to be enough to win custody battles
By Donna Laframboise. National Post

 

Terri says her husband’s drinking problem made their seven-year relationship a rocky one, and that she had left him before. Her mother urged her to go to a shelter, she says, in the belief that the counsellors would help her achieve independence. Terri (who requested anonymity to spare her now former husband further embarrassment), says she telephoned a Winnipeg shelter and was told only abused women were admitted.

 

 

“I went to the door and I cried and said that my husband was abusive. My kids weren’t with me because I didn’t want them to see how I had to get in.”

 

Terri says the intake worker accepted her story at face value. So she retrieved her sons, then three and six years old, and went back to the shelter where staff began coaching her on how to gain the upper hand in divorce court.
Terri says residents were told that “the first thing we needed to do was obtain a restraining order against our spouse. We were instructed to write down our complaints on paper and bring them with us when we went to see our lawyer.”

 

 

In Terri’s case, the result was a 10-page affidavit alleging not that her husband was physically abusive, but that he displayed characteristics one might expect in an alcoholic. “A lot of the stuff I wrote up in the court document was about his hygiene. I complained about always having bladder infections because he never had a bath.” On the basis of this affidavit, she says, “I got the restraining order and soon after I got full custody of my children with no visitation for my husband.”
Later, the full import of her actions sank in. “I realized what I had done. My children had not seen their father for a year, yet I was never afraid that he would harm them or myself,” says Terri, now a 36-year-old therapist. “It was not a fair fight. I had the shelter and the women’s movement on my side.”
During parliamentary committee hearings on child custody and access earlier this year (the final report is due in early December), women’s shelter spokespeople showed up in full force. Their propensity to stereotype all fathers in custody battles as abusive and all mothers as besieged victims came as no surprise to lawyers and community activists alarmed by the role shelters now play in divorce matters. In addition to providing moral support to women who appear on their doorstep, shelters also supply letters of endorsement that are highly prejudicial to the women’s spouses in court — despite the fact that the shelter employees have never met the men involved, have only heard one side of the story, and have only known the women for a short time under highly artificial conditions.
Susan Baragar, who practices primarily family law in Winnipeg, describes herself as a feminist but believes nevertheless that it is “all too easy” for women to get these letters from shelters, and warns that they are a highly potent weapon.
Judges are “most definitely swayed” if a woman is staying at a shelter and court documents include a letter from the facility implying that the father is dangerous, says Ms. Baragar. “I mean, you’ve got sort of a ‘professional’ now saying he shouldn’t see his kids.”
Ms. Baragar, herself, has used the tactic on behalf of her own clients. She cites a recent case in which she represented a woman who “came in with this two- or three-page letter which I attached to the affidavit, and [the father] was denied access on that basis. Nothing else. It depends on the judge. Some judges are more cautious than others. But in that particular case he was absolutely denied access.”
Ms. Baragar says the opposing lawyer “argued that this was not an unbiased letter, that both parties had not been interviewed. He got absolutely nowhere.”
Since the parent who first secures legal child custody is almost certain to be awarded it later (authorities are reluctant to disrupt the children’s lives once again), relationships between fathers and children are being ripped asunder in some cases merely on the say-so of a shelter worker.
In 1995, a Manitoba shelter worker wrote a two-page letter on behalf of a resident. The worker was able to discern, from their first meeting, that the woman “had been a victim of abuse in her childhood and now as a adult.” Writing that she hoped “the court will recognize this letter of support,” the worker pronounced the woman to be “intelligent, insightful, and sincere.”
But in 1997, after hearing submissions from the woman’s spouse and the Winnipeg Child and Family Services, a judge came to a different conclusion. Only in her early 20s, the woman had already made seven sexual abuse complaints to police involving 11 different people. (The only complaint in which a charge was deemed warranted resulted in an acquittal.) “At one time or another,” wrote the judge, the woman had “accused her father, brother, and sister of sexually abusing her.” In the judge’s view, her credibility was undermined by the fact that, “despite these allegations she had no hesitation in living with her father and her sister and in exposing her father to her own children.” The woman eventually abandoned her custody bid, and the children were placed in the care of their paternal grandmother.
In Burlington, Ont., in 1995, a counsellor at a women’s shelter wrote a supportive letter regarding a client and her relationship to her then two-year-old daughter and 12-year-old son. Although the children had joined their mother in the shelter only eight days earlier, the staffer felt no hesitation in declaring the woman to be a “loving and devoted mother” and in expressing the “strong feeling” that child custody should be awarded to her rather than to the husband she was leaving.
But this woman’s maternal track record was in fact less than stellar. Four years earlier, the Children’s Aid Society had successfully convinced a court that she was a danger to her son and an older daughter, then aged 12, who did not accompany her to the shelter.
After monitoring the situation for three months, a Children’s Aid worker told the court that both children “admitted being afraid of their mother much of the time.” On one occasion she allegedly threatened her spouse with a knife and then threatened to commit suicide. On another occasion, she allegedly “opened the car door while it was travelling along the highway and threatened to jump.” The worker noted that “Both of these incidents occurred in the presence of the children.” Nevertheless, the courts awarded custody of all three children to the woman.
At yet another shelter, in Orillia, Ont., a staffer wrote a letter in 1994 addressing the question of who should get custody of two boys, aged two and three. Despite the fact that no trial had yet been held, this staffer declared that their mother “had been physically assaulted” by her husband before fleeing to the shelter. The mere fact that the mother had shown up at a shelter was proof that she was “a conscientious and caring parent.” The letter ended with the declaration that “it would be a great disservice” to the children if custody was not awarded to their mother. With the aid of the letter, the woman secured custody.
In 1997, a Toronto shelter worker wrote a letter on behalf of a woman who had been in residence for six weeks. It flatly announced that the woman had been “physically and emotionally” abused by the husband she was leaving and said that since “her children are her life,” she should be assisted in gaining custody.However, in a report dated a week prior to the shelter’s letter, a psychologist who interviewed the woman during her stay noted that she’d told him her husband “has never struck her physically.” Interim custody has been awarded to the mother.
buying online propecia style=”color: #444444;”>Ms. Baragar has had women’s shelter letters expunged from the record when attempts have been made to use them against her own clients. “There is a rule that you’re technically not supposed to just attach reports to somebody else’s affidavit,” she says. “When I see letters like that I go pretty hardcore and insist that a separate affidavit then be sworn – which gives me the right to cross-examine the maker of the statement. [The shelter workers] usually chicken out. They haven’t wanted to swear affidavits.” Many lawyers, she says, are unfamiliar with the tactic.
Mary McManus, a lawyer in Victoria, B.C., shares many of Ms. Baragar’s concerns. While she thinks “shelters are very important and fulfil a useful function,” she feels staffers should refrain from expressing opinions regarding situations about which they have limited knowledge.
“The workers at the shelters come with different backgrounds, experience, and education. What they say may well be justified, but may not be as well.”
Ms. McManus agrees that the courts “tend to place a great deal of weight on just the fact that a woman went to a shelter. I’ve had a lot of experience in bail hearings where men have been accused of abusing their spouse and the fact that the spouse is in the shelter can be accepted as evidence that there has been abuse.”
Greta Smith, the executive director of the B.C./Yukon Society of Transition Houses says her organization has no policy regarding shelters writing letters on behalf of clients. While she admits it’s “possible that some transition houses would write supportive letters,” the idea makes her uncomfortable. “I guess I would have to see the letter. I’m sorry, I have some difficulty with that. The fact that people would write letters without some good solid reasons for writing a letter. Without seeing the letter and without finding out what the circumstances are, it would be very difficult to make a comment on that.”
When asked whether it’s possible that some women are going to shelters as a divorce tactic, Ms. Smith replies: “Anything in this world is possible, but I do not believe that happens.”
Louise Malenfant, a community activist in Winnipeg, calls shelters “one-stop divorce shops for women,” and is disturbed by their ‘no questions asked policy.’ She claims that in addition to helping women who make false allegations of wife abuse, shelters in her city have helped manufacture incest accusations.
Over the past four years, Ms. Malenfant has been an advocate for 62 individuals who claimed to be falsely accused of child sexual abuse during divorce proceedings. In a third of those cases, she says, a women’s shelter was involved.
At 1996 public hearings into the Manitoba Child and Family Services Act, Ms. Malenfant alleged that children were taken into a room that was off limits to their mothers, subjected to a sexual abuse awareness program, and inappropriately questioned by shelter staff.
“If you expose children to sexual material and you question them repeatedly over the course of a week or two, that child can literally repeat what they’ve been taught,” Ms. Malenfant told the National Post.
She maintains that even mothers who would not have otherwise accused their spouses of incest were compelled to treat such allegations seriously after they arose during a shelter stay. Ms. Malenfant has publicly called for an inquiry into women’s shelters, and has written letters to government officials protesting their policies. As a result, that particular issue seems to have disappeared. “It was like somebody sucked that problem right out of the place,” Ms. Malenfant says. “I have not seen a new women’s shelter case in over a year. I don’t know what [the government has] done; all I know is that it stopped.”
“It’s extremely disturbing,” says Ms. Baragar of the role shelters have been playing in custody and divorce proceedings. “I get very angry about it from a personal basis, because I think that there are very real cases of abuse and what I see happening in the courts is that those cases now have less value because of the lies that are so easily” being told.
In the last year, Ms. Baragar says she has sensed a growing cynicism from the bench.
“Judges are now more willing to believe that this is just a lie. You know, it got to a point for a while that I couldn’t pick up a woman’s affidavit where she wasn’t accusing him of abuse. You’d get page after page of what was being called abuse, and people were quite prepared to go to women’s shelters for it.
“I mean, not everything is abuse. Just because it wasn’t a fun fight doesn’t mean it was abuse.”
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Letto :26411
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Padre chiede aiuto a centro anti-violenza e subisce false accuse

Alla fine il Tribunale affiderà i figli al padre, trovando che “i bambini sono vittima di violenza da parte della madre”, fra cui colpirne uno “con spatole e cucchiai, lasciando lividi”.

Ma, quando nella primavera 2007 i bambini iniziano a dire di voler evitare la madre per la propria sicurezza ed il padre decide di fare i passi necessari, dopo aver informato la moglie che avrebbe lasciato la casa coniugale con i figli, contatta un centro anti-violenza, implorando aiuto.

Viene deriso. Di nascosto avevano già preso la donna solo la loro ala, istruendola su come fare accuse di violenza domestica contro la vittima dei suoi continuati abusi.

Il 24 Aprile la coppia arriva alla rottura totale; la donna esce per strada, promettendo di uccidere i poliziotti ed accusando il marito di stupro e pedofilia.

Riguardo alla seconda accusa, il tribunale concluderà che “le accuse erano false e la signora lo sapeva. Ha mostrato capacità di fabbricare accuse”.

Sorprendentemente l’accusa di stupro di una donna sgangherata viene considerata credibile; il marito viene arrestato. Sapendo che il centro anti-violenza cerca fondi, la donna si permette di venir persuasa a fare luride accuse di violenza sessuale, vergognosamente amplificate dalla prosecutrice legale.

I fatti che la donna era una abusatrice di bambini, che mancava qualunque conferma alle sue parole, che aveva rifiutato di sottoporsi ad esami medici volti a stabilire se era stata stuprata, che era probabilmente motivata dalla disputa per la custodia dei figli, che era nota ai vicini come “quella donna pazza” non trattenne i media a caccia di sangue.

La prosecutrice tenne nascosti fatti chiave a discolpa, portando la Corte Suprema del Maine a punire la sua cattiva condotta ed ad annullare il processo (documenti legali; petizione per la radiazione della prosecutrice).

Estratto e tradotto da “Abuse shelter exploits mentally-ill woman to push political agenda”, a firma di C. Roberts

Letto :10015
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