Michael Cox ha detto NO allo sfruttamento femminista dei figli

22Giu
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Michael Cox è un papà separato che, grazie ad un accordo con la moglie che lavora, si prende cura del figlio per il 50% del tempo.  Ciononostante la signora voleva comunque che pagasse gli alimenti per il figlio.  Michael Cox ha detto NO (sulla base dell’ovvio principio che già faceva la sua parte) ed è stato incarcerato.

Alla fine la donna ha scritto al giudice di farlo uscire, altrimenti avrebbe dovuto licenziarsi e chiedere il sussidio di disoccupazione.

In appello ha prevalso il buon senso, e Michael Cox è stato scarcerato.

Ha dichiarato: “essendo rimasto fermo sul principio, spero che io ed i  miei colleghi di Fathers 4 Justice abbiamo fatto suonare l’allarme: attenti genitori che la legge familiare è in uno stato di emergenza nazionale”.

Femminismo a Sud, lo Stato Etico e il Superiore Interesse dell’adonna

17Giu
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Se lei ti denuncia, tu devi andare in galera subito, senza processo, e restarci per sempre.

…trovo già positivo che qualcuno si sia potuto esprimere qua sopra, poiché in altri spazi gestiti da femministe ogni opinione contraria alla linea viene censurata e l’autore insultato con veemenza“.


Un esempio di tali comportamenti si ha nel blog “Femminismo a Sud,” dove tutti i commenti agli articoli sono osannanti verso l’autrice, semplicemente perché ogni altro tipo di commento viene rimosso.

E lo dico perché è capitato a me, con commenti per inciso del tutto pacati. Ma tant’è, questa e la “loro” interpretazione della democrazia e libertà che dicono di volere: sei libero di pensarla come loro, oppure di essere insultato o, in taluni casi, pure minacciato pesantemente.

La stessa idea di parità, democrazia e libertà traspare dal contenuto di quegli articoli.

Si vede con quanta forza si invochi l’uso della denuncia e dell’azione legale contro il presunto “maschio violento”.

L’autrice vorrebbe denunciare tutto e tutti e pretenderebbe che il sistema giudiziario fosse asservito ad ogni suo minimo prurito.

  • Dici una cosa che non mi piace: ti denuncio.
  • Il vigile mi misura la minigonna: lo denuncio.
  • Il collega mi ha dato una pacca sul culo: lo denuncio.
  • Vuoi vedere i tuoi figli: sei pedofilo.
  • Dici che le leggi attuali in materia di separazione sono ingiuste: sei pedofilo e odi le donne, andresti eliminato.

E se lei ti denuncia, tu devi andare in galera subito, senza processo, e restarci per sempre.

Desidererebbe la signora uno stato di polizia a confronto del quale l’URSS dei tempi del KBG parrebbe un giardino d’infanzia.

In un articolo recente si lamentava del fatto che la legge sullo stalking non fosse abbastanza efficace, poiché i condannati una volta usciti potrebbero continuare la loro attività di disturbo.

Lei vuole qualcosa di più duro. L’ergastolo, come minimo.

In fondo perché chi la pensa in un certo modo (diverso dal suo) è chiaro che è un potenziale assassino femminicida, e come tale va eliminato.

Per sempre. Prima ancora che possa compiere la sua azione.

Questo pensiero, dove ogni comportamento che non piace, che non aggrada, debba essere considerato “criminale” è esso stesso criminale e pericoloso.

State attenti. Vigilate.

Anche voi uomini che forse per piaggeria vi sentite sempre in dovere di allinearvi in tutto ad un certo pensiero femmini-le(sta).

Inchinatevi, aprite la portiera e porgete il portafoglio.

Parità si, ma per carità che non si dimentichino mai le buone maniere!

 


Oltre ogni diritto di difesa, la delinquenza di certi avvocati.

14Giu
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Il fenomeno delle false accuse è un fenomeno socialmente allarmante. I dati relativi alle indagini effettuate a seguito di denuncia pervenuta all’Autorità Giudiziaria per maltrattamenti familiari e/o abusi su minori, evidenziano prassi consolidate in cui la falsa accusa di maltrattamenti familiari ricorre nell’80% dei casi mentre per gli abusi su minori la cifra raggiunge il 92 % di falsi sul totale delle denunce pervenute.

E il cinema inizia a parlare degli “avvocati da galera”.

 

Calunnie pedofile e femministe per mettere all’angolo l’altro/a e impossessarsi dei figli.
In una logica criminale ispirata allo stalking e al ricatto

 

 

http://www.dirittoeminori.it/pages/universita-di-modena-il-92-delle-accuse-di-abuso-in-corso-di-separazione-sono-infondate/

http://www.falseaccuse.it/2010/11/04/false_denuncie_falsi_abusi_nelle_separazioni/

14Giu
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Per sua stessa definizione, lo stalking giudiziario si avvale di operatori del diritto (avvocati, periti ecc.)  per mettere in atto strategie criminali consistenti in vere e proprie forme di persecuzione.

Per quanto possibile in ogni campo dell’attività forense, i casi più frequenti si riscontrano in ambito familiaristico dove forme di stalking attuate con la strumentalizzazione del sistema giudiziario sono tuttaltro che rare.

La stalking giudiziario in materia di diritto di famiglia, inoltre, va quasi sempre a toccare sentimenti umani profondi, finendo per causare gravissimi danni ai soggetti coinvolti.

Non essendo consentita in italia l’auto-difesa, il fatto che questo tipo di manifestazioni coinvolgano operatori forensi quali avvocati, periti e altre figure legittimate ad interagire con gli apparati di Giustizia, è la deduzione più elementare .

Nel caso dei tribunali dei minorenni, a differenza di quanto avviene per i tribunali ordinari, un ruolo importante possono inoltre averlo (e lo hanno spesso avuto) figure come quella dell’assistente sociale.

Tra le armi degli stalker forensi troviamo, in primis, la falsa accusa. Una accusa inventata e ben orchestrata per maltrattamenti familiari o per abusi su minori può richiedere anni di accertamenti e, in assenza di una difesa sufficientemente preparata e “devota”, può inevitabilmente condurre il soggetto bersaglio in una vera e propria spirale in cui si assiste ad una progressiva soppressione di qualsiasi suo diritto umano normalmente inteso come tale.

Tutto questo puo’ diventare un viaggio senza possibilità di ritorno se, oltre a dover subire i vili colpi di parte avversaria, ci si trova a dover fare i conti con un difensore che non risponda ai requisiti professionali minimi indispensabili per arginare fenomeni di criminalità insiti nel sistema di accusa – difesa sui quali poggia le basi il nostro diritto.

L’infedele patrocinio, cioè il tradimento del cliente in giudizio da parte del proprio legale o consulente (anche la mancata difesa dei diritti è da intendersi a tutti gli effetti come un tradimento), è un reato tra i più ignobili ed è previsto e punito dall’art. 380 del Codice penale ed ha perseguibilità d’ufficio.

ALCUNE BREVI INDICAZIONI:

  • può bene accadere, come può avvenire in ogni buona famiglia, che anche nella classe forense – e nelle altre categorie professionali – si possa incontrare un professionista disonesto od incapace, verso di questo resta fermo il diritto del cliente di procedere ad accertare la relativa responsabilità, anche penale;
  • informatevi preventivamente sull’affidabilità del professionista, possibilmente presso suoi clienti, tenete presente che non sempre tariffe alte e studio importante sono garanzie di sicurezza;
  • verificate l’interesse del professionista alla vostra difesa, fate un accordo scritto e pagate sempre con assegni, per avere prove nel caso d’eventuali contestazioni. Non consegnate documenti originali senza avere in cambio una ricevuta, fornite solo fotocopie;
  • intervenite alle udienze: se non è tutto chiaro chiedete formali spiegazioni a mezzo lettera raccomandata AR. Imparate a consultare i Codici, parlate con altri avvocati e consulenti ed eventualmente associateli alla difesa;
  • diffidate dei continui rinvii, delle perizie tecniche incomplete, delle spiegazioni poco chiare, dei mancati interventi in udienza, e del mancato ritiro della sentenza, questa dopo un anno diviene irrevocabile;
  • prestate attenzione alle fasi finali dell’istruttoria: udienza collegiale, deposito conclusioni, deposito replica. Visionate questi documenti ed eventualmente esigete correzioni ed annullamenti, se non avete riscontro revocate il mandato al professionista articolando quello che è il giustificato motivo a tale decisione;
  • ricordate che in base all’art. 76 delle Norme d’attuazione del Codice di Procedura Civile, la parte ha diritto di visionare gli atti in Tribunale, e di ottenerne copie: e’ consigliabile farlo dopo ogni udienza in modo da poter visionare i documenti con calma e poterli verificare insieme a persone competenti;
  • in caso d’accertata violazione degli obblighi professionali da parte del proprio delegato, revocategli subito il mandato – ben articolando nello scritto quello che è il giustificato motivo a tale decisione – e chiedete la restituzione degli onorari ed il risarcimento danni; se la Vostra richiesta non dovesse avere riscontro chiedete una conciliazione al Consiglio dell’Ordine di appartenenza del professionista ed esigete copia del relativo verbale;
  • qualora il tentativo di conciliazione non fosse soddisfacente chiedete al Consiglio dell’Ordine un procedimento disciplinare ed esigete di conoscere la decisione finale;
  • se il procedimento disciplinare dovesse concludersi in un’archiviazione chiedete al Consiglio dell’Ordine l’accesso agli atti e citate il professionista in giudizio: chiedete l’appoggio delle Associazioni degli utenti e dei consumatori;
  • se avete prove fondate denunciate il professionista alla Procura della Repubblica: e’ un atto indispensabile per la salvaguardia dei propri interessi. La denuncia penale è un atto importante: prima di presentarla raccogliete documenti, prove e testimonianze;
  • l’Ordine professionale è vigilato dal Ministro della Giustizia, pertanto se ravvisate irregolarità scrivete al Ministro;
  • il patrocinio o consulenza infedele è un reato previsto dall’art. 380 del Codice penale ed è punito con la reclusione e con la multa ed è perseguibile d’ufficio: questo comporta che l’Associazione degli utenti e dei consumatori alla quale siete iscritti vi può sostenere con una denuncia c.d. ad adiuvandum.

Conservate questo foglio STAMPATELO E DISTRIBUITELO: potrebbe essere utile.

Fonti:

http://www.associttadini.org/infedeli/Come%20difendersi%20dall%27avvocato%20infedele.html

http://www.facebook.com/pages/Giustizia-Familiare-Stati-Generali-2011-Testimonianze/164072220324057

http://www.youtube.com/watch?v=Exf2U4FYh6E

http://www.youtube.com/watch?v=Sas2byMoP80

Camorra, mafia o femminismo?

4Giu
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Sparare a un uomo disarmato alle spalle a sangue freddo.  Il modo di operare di mafia e camorra viene ora ripreso in un video dal sapore femminista, nel quale una donna si vendica.

Come nel caso di Lorena Bobbitt la società civile si indigna e la Sorellanza esulta.

Come nel caso di Clara Harris, che tentò di uccidere investendolo il marito che la aveva tradita, venendo così difesa dalla sua avvocata: per vendicarsi del marito non aveva certo bisogno di investirlo con una Cadillac, basta che “gli fai quel che ogni moglie fa in questo paese: lo ripulisci e lo lasci al verde; gli prendi la casa, l’auto, i bambini… gli fai desiderare di essere morto”.

Le leggi che le femministe hanno imposto contro gli uomini sono ormai così sessiste che per ogni vera vittima ci sono 4 calunniatrici.

Eppure nessuna associazione di padri ha MAI suggerito di proteggere i figli abbattendo le pedo-calunniatrici o i loro avvocati.

Il filmato incriminato dal titolo “Man down”, cioè “Uomo abbattuto”:

 

 

 

Potranno provare in tutti i modi…

24Mag
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Potranno provare in tutti i modi, con qualsiasi falsità, solo per poterli allontanare da noi o portarceli via, ma nel loro cuore i nostri figli sapranno che li AMEREMO SEMPRE.

La paternità non si arrenderà mai..
finchè ci sarà un padre sulla terra
cercherà suo figlio
e finchè ci sarà un figlio sulla terrà
cercherà suo padre
Non ci arrenderemo mai.
Sappiatelo.

 

 

«Autobomba» contro la casa della ex. Da tempo c’erano i soliti problemi legati alla «gestione» delle bambine.

18Mag
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Disperato suicidio di un 53enne cui era stata revocata la patria potestà sulle due figlie: si è schiantato a tutta velocità

CAVAION. L’uomo, 53 anni, senza lavoro e fissa dimora, non ha mai accettato la fine della relazione con la compagna. Lunedì l’ultima accesa discussione con la donna. Separato e padre di due figlie l’altra notte si è schiantato con un furgone carico di bombole di gpl contro la villetta dove vive la «ex»

Cavaion. Una storia d’amore difficile, con una separazione travagliata alle spalle. Si è chiusa nel peggiore dei modi, l’altra notte a Cavaion, con un addio durissimo, difficile da dimenticare. Mauro P. aveva 53 anni, operaio, di origini argentine, ultimamente senza lavoro e fissa dimora, che all’una s’è fatto saltare in aria in un furgone, in via Fracastoro, nel giardino della villetta multi familiare al civico 1. Lì abita, in affitto, al pian terreno, la ex convivente con la quale aveva avuto due figlie: una ragazzina che frequenta la prima media ed un’altra che è alle elementari del paese. Da tempo c’erano i soliti problemi legati alla «gestione» delle bambine. Spesso lui le si era avvicinato, insistendo in maniera anche esasperante nel tentativo di stare con le figlie. Le cose non andavano come lui voleva e l’ultima discussione, accesa, era stata lunedì mattina. Subito dopo la donna, spaventata dalla sua particolare insistenza, aveva chiamato i carabinieri di Caprino. Purtroppo quell’ultimo incontro è stato fatale, visto l’epilogo notturno. Mauro, infatti, si è diretto verso la casa a bordo di un furgone Renault Traffic, che avrebbe noleggiato, su cui aveva caricato due grosse bombole di gpl. L’idea doveva essere quella attuata, ma non riuscita al primo colpo: farsi esplodere. Presa in velocità la via, s’è diretto contro la recinzione laterale della casa, facendo saltare parte della cancellata che sta tra la proprietà privata e lo spazio riservato alla vicina farmacia, lanciandosi contro la parete della villetta.
Il violento botto non è bastato a far scoppiare le bombole, così deve aver deciso di darsi alle fiamme in altro modo.

Ne è seguito uno scoppio tale che il rogo s’è visto fino al casello autostradale di Affi. Il rumore ha messo in allarme i vicini che hanno chiamato i carabinieri, il 118 e i vigili del fuoco di Bardolino. La pattuglia del nucleo operativo radiomobile di Caprino, che era ad Affi, è immediatamente arrivata. Mentre i medici del 118 non hanno potuto che constatare il decesso, i carabinieri di Caprino hanno fatto i rilievi del cadavere carbonizzato e del furgone distrutto e spento le fiamme con i vigili del fuoco. Il corpo è stato quindi portato all’obitorio dell’Ospedale civile di Borgo Trento e messo a disposizione del magistrato di turno che deciderà se disporre o meno l’autopsia.
Ieri mattina la villetta era praticamente sigillata. Chi abita con la donna non ha voluto commentare: «Non è una cosa pubblica. È un fatto privato», ha tagliato corto la vicina accostandosi al cancello per aprire ad un ospite. L’aria addolorata, l’umore nero come la fuliggine che tuttora pervade il giardino della villetta le cui imposte, bruciate, sono rimaste sempre chiuse. Nel cortile il roseto sotto la cancellata crollata è arruffato, un olivo è andato in fiamme ed è stato tagliato e la betulla, forse l’albero più antico che raggiungeva il tetto, è incenerita. Morta.
«Stanotte, verso l’una, abbiamo sentito un botto fortissimo», dice Maria Schwaiger, 69 anni che col marito Massimilian e i figli Marcus e Manuela, 30 e 31 anni, abita di fronte, al civico 20 della stessa via, «è stato Marcus a chiamare il 118 e i vigili del fuoco. Prima qualcuno aveva vanamente tentato di spegnere il rogo con gli estintori. Quando siamo usciti a guardare, le fiamme erano dappertutto… arrivavano fino al tetto, le esplosioni erano continue ed il furgone bruciava, un incendio che per fortuna gli operatori sono riusciti a spegnere… solo verso le 4 era tutto finito». Gli Schwaiger, originari dell’Alto Adige e residenti a Cavaion da 21 anni, dicono di conoscere bene il proprietario della casa, che abita a Verona e anche suo fratello, di Cavaion, che l’altra notte è subito accorso. Non hanno però avuto modo di frequentare la donna al centro della vicenda: «Abita vicino a noi solo da un anno».

Precisano inoltre di non sapere niente della vita privata della donna, che però qualcuno attorno doveva conoscere.
«Mio figlio frequenta la prima media con una figlia della signora», dice una vicina che sta in via Giare, «io non so se avessero problemi in casa, ma qualcuno dice che li avevano». «Sono cose tristi», mormora una persona entrata a fare visita, «queste sono le vere miserie della vita. Là dentro sono tutti sconvolti». Un’amica esce: «Qui c’è bisogno di pace».

Barbara Bertasi

 

[http://www.larena.it/stories/Home/253168_autobomba_contro_la_casa_della_exuomo_di_53_anni_muore_carbonizzato/]

A scuola di stupro

14Mag
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Negli USA, paese dove il femminismo ha colpito più forte che da noi, i lavoratori vengono sottoposti a corsi di “sexual harassment”. Sono gestiti da femministe ben pagate ed ecco la testimonianza di un lavoratore: “ci ha detto come siamo compiacenti con lo stupro quando raccontiamo barzellette sporche e parliamo di donne e del loro aspetto fisico.  Le lezioni erano separate, segregando uomini dalle donne.  L’insegnante diventava ostile ogni volta che le sue parole venivano messe in dubbio, come quando diceva che le donne non denunciano gli stupri perché non vengono credute.  […] Le lezioni sostanzialmente implicavano che eravamo tutti colpevoli di contribuire allo stupro.  Questo mi ha offeso personalmente, come persona che difende la libertà”.

Questi corsi hanno anche una utilità: insegnare che le leggi femministe puniscono come criminali contatti fra uomo e donna considerati normali dalla gente normale.

Gli adulti possono capire che il femminismo è odio di genere, ma chissà cosa capiterebbe ad un bambino, disegnato come un oggetto cui bisogna “insegnare a rispettare la donna.  Aspetta istruzioni”.

 

La testimonianza è tratta da: http://falserapesociety.blogspot.com/2011/05/men-serving-our-country-made-to-feel.html

Respinto attacco nazi-femminista

27Apr
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Alle ore 15:00 del 26 Aprile 2011 account amministrativi del gruppo Facebook “No alla violenza sulle donne” hanno subito massicci attacchi a base di false segnalazioni, finalizzati ad ottenerne la disabilitazione automatica, nel tentativo di far chiudere il gruppo per mancanza di amministratori.  Contemporaneamente si registravano attacchi ai server di pagine web collegate, e problemi su video youtube.

L’immediata attivazione delle misure di difesa permetteva di respingere l’attacco contenendo i danni.

Il gruppo veniva riattivato nel tardo pomeriggio. La riattivazione di tutte le pagine collegate richiederà alcuni giorni.

Dopo che un precedente attacco nell’agosto 2010 sfiorò l’obbiettivo di far censurare il gruppo, gli account amministrativi vengono tenuti riservati, rendendo più difficili le comunicazioni con gli iscritti.

Ci scusiamo per i disagi.

 

Giappone, 11 marzo 2011:

 

Giappone, 18 marzo 2011:

12Apr
Number of View: 1492

Come fermare questo orrore che spietatamente colpisce tanti padri come Maurizio, e tanti bambini? Noi crediamo che occorra arrivare alla radice del problema, che chiamiamo femminazismo.  Maurizio era un contadino, e sapeva che per liberarsi dalle erbacce occorre estirparne le radici, altrimenti ricrescono.  L’odio di genere contro l’amore dei padri per i propri figli: qualunque cosa accada la conclusione è già scritta.  Occorre arrivarci in modo pacifico ma anche rapido. Ogni sette minuti un bambino italiano viene allontanato da suo padre.  È toccato al piccolo Danilo, può toccare a tutti.

 

«“Lo hanno ucciso le istituzioni e così facendo hanno anche reso orfano suo figlio, il piccolo Danilo che oggi ha soli 8 anni”. A parlare è Stefano Maresca di Serracapriola, delegato per la regione Puglia dell’associazione ADIANTUM –  associazione di associazioni nazionali per la tutela dei minori – che con queste parole punteggia il triste epilogo del percorso fatto al fianco di Maurizio Colaci. Lui, Maurizio Colaci, era un genitore separato che ci ha provato fino all’ultimo a restare accanto a suo figlio. Era tornato a Galatina, nel leccese, da Milano per le vacanze di Pasqua con il desiderio espresso che gli lasciassero tenere il figlio con sé almeno in uno dei due giorni di festa, ma la mattina del 7 aprile è morto stroncato da un infarto in casa della madre, forse sopraffatto dalle fatiche inflittegli in quegli ultimi due anni di confino  dalla vita di suo figlio.

Due anni prima la moglie di Maurizio gli disse: “non ti amo più, te ne devi andare”, e così Maurizio su consiglio del suo avvocato, il dott. Donato Mellone, lasciò la casa di sua esclusiva proprietà perché potessero serenamente proseguire a viverci sua moglie e il loro unico figlio di sei anni; nel frattempo a lui non restò che trasferirsi dall’anziana madre rimasta vedova. Da quel momento gli importò soltanto di continuare a vedere regolarmente suo figlio, “il mio angelo”, come lo chiamava lui, e di poter trascorrere del tempo insieme.

La trafila che attende Maurizio Colaci per realizzare ciò che non solo alle anime semplici potrebbe apparire come un diritto naturale, è in realtà un girone infernale lastricato di diabolici impedimenti, nonostante che una legge nazionale, la 54 del 2006, garantisca ai figli di genitori separati, attraverso l’istituto dell’affido condiviso, di veder salvaguardato il proprio inalienabile diritto alla bigenitorialità. Il 17 luglio del 2008 il Tribunale per i Minorenni di Lecce pur non obiettando nulla alla condotta di padre di Maurizio Colaci, tuttavia osservava che egli ha un rapporto “teso e conflittuale” con la moglie da cui si sta separando; a questo punto la posizione di Maurizio crolla sotto la scure delle accuse di prevaricazione mossegli dalla moglie a suo insindacabile giudizio, quelle sole parole corroborate da null’altro accade che bastino ad un Tribunale, in questo caso al Tribunale per i Minorenni di Lecce, per stabilire che Maurizio Colaci e suo figlio Danilo potranno vedersi una sola volta alla settimana durante un incontro “protetto”, vale a dire presso la sede del Consultorio familiare di Galatina alla presenza degli assistenti sociali, e che potranno parlarsi al telefono non più di due volte al giorno in fasce orarie stabilite.

Il 20 marzo del 2009 l’ordinanza presidenziale del tribunale di Lecce assegnava  alla moglie di Maurizio la casa coniugale (che pure era di esclusiva proprietà di lui) e un mantenimento di trecento euro mensili, disponeva a favore di lei l’affido esclusivo del piccolo Danilo “con diritto del padre di poterlo vedere con le modalità stabilite (un’ora alla settimana, quando andava bene, ndr) dal Tribunale dei Minori di Lecce”.

Trecento euro di mantenimento e nessun reddito mal si conciliano, però. All’epoca dei fatti Maurizio era disoccupato, viveva in casa della madre: era lei a farsi carico del necessario. La situazione di dipendenza economica in cui versava Maurizio è stata comprovata da un’indagine approfondita sulla sua effettiva condizione reddituale, a conclusione della quale il 20 luglio del 2009 la Commissione per il patrocinio a spese dello Stato, istituita presso il T.A.R. di Lecce, lo ammetteva ad avvalersi del gratuito patrocinio di un avvocato. Il Tribunale civile di Lecce lo obbligava comunque a corrispondere un mantenimento alla moglie che lavorava in un call-center e percepiva regolare stipendio.

Nei mesi che intercorrono tra le due decisioni giudiziarie, Maurizio invocava di poter vedere suo figlio, non faceva altro che promuovere questa istanza. Scriveva, Maurizio, lui che si era fermato alla terza media, lui figlio di contadini, con grafia incerta e tra alcuni inciampi di grammatica, scriveva a tutti coloro che potevano essere interessati a conoscere la sua storia e che avrebbero potuto aiutarlo: scriveva agli operatori sociali e giudiziari, sui forum delle associazioni di padri separati, su facebook, al ministro della Giustizia, scriveva per chiedere sempre la stessa cosa: che a suo figlio “non fosse negato il diritto di avere un padre”.

Racconta Sergio Nardelli, che è stato amico di Maurizio Colaci fin da quando si erano parlati la prima volta sul forum dell’associazione di Napoli “Papà separati”, una delle 24 associazioni che fa capo ad ADIANTUM, “Un giorno Maurizio si è recato davanti alla scuola del suo piccolo, ha atteso che ne uscisse, lo ha preso in braccio e ha cominciato a baciarlo, ad accarezzarlo, a stringerlo a sé, la moglie urlava, ha fatto intervenire la polizia, Maurizio è stato arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale.”

Maurizio, senza un lavoro, decise di iscriversi ad un corso di formazione professionale per assistenza agli anziani sovvenzionato dalla regione Lombardia, dormiva a Monza in una stanzetta di sei metri per tre e viaggiava tra Milano e Monza sempre con l’ansia che potessero togliergli la sua auto su cui pendeva un provvedimento di sequestro giudiziario.

Il 7 aprile Maurizio era a casa di sua madre e a pochi passi da suo figlio. “Il 7 aprile 2010 Maurizio non ce l’ha fatta più, si è svegliato al mattino, ha avuto un infarto ed è morto. Quattro giorni prima – ricorda Sergio Nardelli – Maurizio parlando al telefono con il suo piccolo Danilo disse: “Angelo mio, vedrai che papà ti verrà a prendere”. Terminata la telefonata, con le lacrime agli occhi, Maurizio mi guardò e mi disse: “Mi faranno morire di dolore, lo so”.

L’8 aprile Maurizio era sul suo letto di morte quando a casa della madre giunse il messo comunale che gli doveva sequestrare l’auto; mentre lui notificava il provvedimento alla signora Bianca, ottantenne che vegliava il corpo del figlio, il carro-attrezzi del comune di Galatina girava attorno alla casa alla ricerca dell’auto da sequestrare.

Maurizio è stato genitore e padre, prima di tutto e fino all’ultimo, eppure a Danilo, come a tanti altri figli di genitori separati del nostro Paese, è stato negato il diritto ad un’identità piena. “In Italia nell’ambito della famiglia, – dice Stefano Maresca di Serracapriola parafrasando Vittorio Vezzetti, autore di “Nel nome dei figli”- soprattutto in caso di separazione coniugale, esistono impari opportunità genitoriali per gli uomini e specularmente nella società, al di fuori della maternità, esistono altre impari opportunità per la donna, ad esempio livelli di disoccupazione più alti e retribuzioni più basse. E il sistema, Tribunali e Servizi sociali in primis, sembra fatto apposta per non favorire la mediazione tra i coniugi, basti pensare che un bambino che viene chiuso in una casa-famiglia (in Italia se ne contano 32 mila tra comunità e affido, ndr ) costa allo Stato 200 euro al giorno.” Un vero affare.

Valeria Carella

Fonte: http://www.adiantum.it/public/2396-un-anno-dalla-prematura-scomparsa-di-maurizio-colaci.-´padre-da-morire´—di-valeria-carella.asp  »

 

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