25Nov
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Ogni 25 novembre le feminazi si scatenano con la calunnia di genere e ripropongono le statistiche taroccate per far credere che la violenza maschile sia la prima causa di morte per le donne.  Qualunque persona mentalmente sana capisce che è una balla colossale finalizzata a raccattare fondi per i centri femministi.  Ad esempio, nella realtà le vittime di omicidi sono 1000 volte meno delle vittime di patologie cardiocircolatorie.  Anche Amnesty International ed il nostro senato hanno smentito questa calunnia feminazi del «femminicidio».

I nazi-fascisti celebrarono il decennale della Marcia su Roma erigendo un sacrario con 3000 lapidi: una per ciascun camerata caduto. Problema: anche loro avevano taroccato i libri di storia; a differenza delle feminazi si erano contenuti, e nella realtà i caduti erano 10 volte di meno.  Soluzione: sulle lapidi senza nome misero la scritta «Presente!».

Diffidiamo dalle ideologie dell’odio: siamo tutti esseri umani, quando capita qualche omicidio, vediamo di risolverlo invece di creare divisioni di genere o di razza.

Non può pagare il ricco mantenimento alla moglie: 14 anni di galera

2Nov
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Nel 1995 l’avvocato Beatty Chadwik non pagò 2.5 milioni di dollari di mantenimento alla moglie, dicendo di essere diventato povero per un investimento andato male.

Venne incarcerato sulla base della sola parola della donna, secondo la quale avrebbe invece nascosto i soldi. Se li avesse rubati, sarebbe uscito presto.

Invece, senza mai aver ricevuto nessuna condanna penale, mentre il figlio cercava di salvare suo papà, è stato in via preventiva tenuto incarcerato per 14 anni, record americano.  La donna avrebbe potuto in qualunque momento rinunciare all’incarcerazione dell’ex-marito.   Invece, pur di avere i 2.5 milioni di dollari appartenenti all’ex marito che le spettavano in base alle leggi femministe sul divorzio, lo ha fatto tenere in carcere a vita.

Solo all’età di 73 anni, sofferente di un linfoma, Beatty è stato finalmente liberato, ed oggi vive con la pensione sociale.  Probabilmente non vivrà abbastanza a lungo da vedere i processi di Norimberga al nazi-femminismo

Fonti:

  • http://en.wikipedia.org/wiki/H._Beatty_Chadwick
  • http://freebeattychadwick.blogspot.com/

Omissione di soccorso e femminismo

28Ott
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In qualsiasi paese democratico improntato sul rispetto del Diritto, rifiutarsi di prestare assistenza ad una persona in pericolo costituisce omissione di soccorso, reato contro la persona e, più specificamente, contro la vita e l’incolumità individuale previsto e punito, anche dal nostro Codice Penale, in base all’Art. 593.

Il Codice Penale tuttavia sembra non trovare applicazione per i centri “antiviolenza” femministi (pagati con i soldi di tutti, uomini e donne) dove se un uomo in stato di pericolo chiede aiuto viene cacciato in quanto maschio.
Perché, mentre le famiglie non riescono ad arrivare a fine mese, si  continuano a finanziare tali centri?

 

Per capire, interessante questa telefonata:

 

Pari opportunita' ma per chi?

Art. 593 – Omissione di soccorso
Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore  degli anni dieci, o un’altra persona incapace di provvedere a se stessa, per malattia di mente e di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne immediato avviso all’Autorità, è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a lire seicentomila.
Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.
Se da siffatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, la pena è aumentata; se ne deriva la morte, la pena è raddoppiata.

Articolo 3 della Costituzione Italiana
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.[… …]”

Femminismo, emergenza sociale

28Ott
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«Scrivo questa mia solo per far presente una realtà che viene troppo trascurata. Forse vuole essere uno sfogo, un grido al vento poiché a nessuno interessa . Da quando mi sono separato ho scoperto che, sebbene sia cittadino italiano, non ho alcun diritto. Il mio stipendio se ne va interamente per il mantenimento dell’ ex moglie , della figlia, del mutuo, delle bollette e spese della casa che ho dovuto lasciare, naturalmente per sentenza del tribunale .

La mia fortuna è che la mia occupazione è fuori regione e le spese di vitto ed alloggio sono a carico dell’azienda per la quale lavoro. Altrimenti dovrei dormire nella macchina dell’azienda visto che , mi è stata portata via anche l’autovettura personale oppure per strada. A tal proposito per potermi fare una nuova residenza, come senza fissa dimora, ho bussato a tutte le porte, ma nessuno mi ha ne dato un consiglio ne un aiuto.

Da solo ho scoperto che, per legge, se non si ha una dimora si deve richiedere la residenza presso il proprio comune di nascita. Mi sono recato all’ufficio anagrafe del mio comune di nascita, naturalmente spiazzando il personale poiché non sapeva come comportarsi, mi hanno richiesto comunque un domicilio dove recapitare la posta. A quel punto spiazzato dal fatto che non ho nessuno , sono orfano per scelta di altri, non sapevo a chi chiedere un posto in una casella postale.

Da solo ho scoperto comunque che la cassazione ritiene che la casella postale delle Poste Italiane , per vocazione della stessa , una domiciliazione della posta valida , ma questa soluzione non piaceva al comune di nascita. Disperato mi sono rivolto anche alla parrocchia ma anche lì ho ricevuto un rifiuto. Come mi è stato rifiutato un aiuto dalla parrocchia dove vivevo, quando per tre mesi ho avuto lo stipendio dimezzato e non pagando nessuna bolletta si arrivava a malapena fine mese con il mangiare. Per fortuna ho trovato chi mi ha concesso la possibilità di una “buca delle lettere ” e sono riuscito ad avere una nuova residenza, naturalmente come ” senza fissa dimora “. L’assurdo è che adesso dalla ISEE risulta che ho un reddito maggiore di quando ero sposato e non posso permettermi niente senza chiedere la carità.

Ho bisogno di cure ma non posso permettermele perchè non posso avere l’esenzione dal ticket. Al sindaco di dove abitavo in precedenza avevo chiesto se c’era qualche possibilità di essere aiutato ma la risposta è stata “se viene qui con la valigia l’unica cosa che posso dirle è di andare a dormire sotto i ponti”. Sindaco che mi ha fatto la morale perché non potevo pagare le bollette poiché non ne avevo la possibilità mentre lui può svolgere la sua attività privata ancora in carica poiché non è mai stata varata una legge sul conflitto d’interesse (ha uno studio di progettazione e direzione lavori nello cumune dove espleta l’incarico). A quel punto gli ho chiesto perché dovrei continuare a lavorare per mantenere con le mie tasse lui e tutta quella massa di persone che riceve aiuti senza aver fatto nulla per averne diritto.

Alla fine mi ritrovo senza alcun diritto od aiuto ( orse perché non sono straniero) senza nulla e completamente solo, cioè lavoro solo per mantenere gli altri senza avere la possibilità di avere una vita dignitosa e nemmeno un posto dove ospitare mia figlia quando dovrebbe stare con me .

Sono questi i diritti degli italiani ?»

[Luca, Fonte]

Fabrizio Adornato: la Giustizia mi ha voltato le spalle

 

14 luglio 2011: vendere un rene per mantenere la ex

27Set
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Ancora una pesante ingiunzione richiesta dalla ex moglie e caduta, come una pietra, sulla testa di A.G., papà separato che possiamo definire “vessato sia dalla coniuge sia dalla magistratura. Risulta infatti incomprensibile come il magistrato che si occupa della vicenda possa avere pensato di stabilire un assegno a carico del papà che, con un reddito di 580 euro al mese, dovrebbe anche versare nelle tasche della ex moglie la cifra di 120 euro quale mantenimento della figlia 12 enne.

Con un atto di precetto adesso la donna, che vive agiatamente grazie alla sua professione di dentista e che non si fa mancare auto di grossa cilindrata e vacanze in continenti esotici, chiede che l’ex marito le versi la somma complessiva di quasi 4 mila euro. Ovviamente Angelo Grasso non ce la fa ed allora, oltra allo sciopero della fame che da tempo persegue come forma di protesta, provocatoriamente mette in vendita un rene.

“Continuerò a lottare fino all’ultimo giorno della mia vita, con ogni mezzo pacifico, per il pieno rispetto della Legge 54/2006 (Affido Condiviso) che prevede il 50% del tempo dei figli con entrambi i genitori ed entrambi messi nella condizione di svolgere con dignità il proprio ruolo di genitore – ha affermato A.G. in una lettera inviata alle massime autorità dello Stato – non di certo sbattuti in  mezzo alla strada, senza casa, senza figli, senza soldi come nel mio caso e in quello di tanti altri papà separati. Non ho neanche più i soldi per difendermi legalmente quindi l’unico strumento di lotta che mi è rimasto è il mio corpo…”

A seguito della nuova recente ordinanza del giudice, A.G. è stato costretto, come ultima spiaggia e come decisa forma di protesta contro questo disumano sistema che uccide centinaia di papà italiani ogni anno, ad intraprendere uno sciopero della fame ad oltranza fino ad ottenere giustizia o fino alle estreme conseguenze.

Sosteniamo anche lui, come siamo soliti fare con tutti i papà separati che soffrono condizioni precarie, familiari ed economiche, a seguito di sentenze cieche e vergognosamente superficiali emesse da altrettanti magistrati che, invece di svolgere correttamente il proprio lavoro, “sbrigano” le loro pratiche rapidamente e senza alcuna attenzione alle persone coinvolte, che siano i genitori o gli stessi figli, che soffrono ancora di più le precarie condizioni di vita che, con la mancata applicazione della legge sull’affido condiviso, vengono a crearsi.

Fonte: http://www.adiantum.it/public/2592-ancora-una-svolta-sulla-vicenda-di-angelo-grasso–adesso-dovrò-vendere-un-rene.asp

L’America contro terrorismo e femminismo

5Set
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Dal discorso di Janice Crouse al Congesso Mondiale sulla Famiglia:

«I terroristi cercano di distruggere la civiltà occidentale – i nostri palazzi, treni, aerei.  Soprattutto, cercano di distruggere la nostra economia e la nostra Costituzione, che è fatta di leggi sulla libertà dell’individuo. Cosa vogliono al suo posto? Regimi oppressivi.

Le femministe cercano di distruggere i confini della morale, perché esse credono che la famiglia tradizionale sia opprimente e restrittiva delle loro libertà.

Quello che non capiscono è che la famiglia tradizionale è dove i bambini  imparano non solo i vincoli di affetto, ma anche che esistono doveri e obblighi reciproci.  Le femministe non riescono a capire anche il ruolo centrale che la famiglia tradizionale svolge nel crescere i bambini – perché è il luogo migliore e più sicuro per i bambini di essere nati ed allevati.

Sulla scia di una libertà senza confini che le femministe hanno preteso, ci è arrivata una cultura di morte e distruzione.

Stiamo ricostruendo le torri, dobbiamo ricostruire la famiglia.

Quarant’anni fa, Krusciov venne alle Nazioni Unite, e batteva la sua scarpa sul il tavolo e disse: “Vi seppelliremo”. E invece i comunisti sono oggi sepolti e dimenticati.

La dittatura femminista non può raggiungere i suoi scopi attraverso mezzi democratici per cui tentano di imporre le loro idee per via giudiziaria.

Non possiamo permettere loro di prevalere.

In alcuni momenti della storia, si arriva alla resa dei conti. Ci sono momenti in cui le persone sono chiamate a prendere decisioni epocali che hanno ripercussioni enormi – non solo su loro stessi, sulle loro famiglie e comunità, ma sulla loro società e sulla civiltà che passeranno alle generazioni future.

Questo è il nostro momento della resa dei conti. Questi sono i nostri problemi. Siamo chiamati a prendere decisioni epocali che hanno ripercussioni in tutto il mondo. Saremo all’altezza della sfida?

James Garfield disse: “Una nazione non è degna di essere salvata se, nell’ora del suo destino, non sa raccogliere tutti i suoi gioielli di virilità e di vita, e scendere nel campo di battaglia.  Per quanto sanguinosa e incerta, l’esito sarà una smisurata rovina o il completo successo.”  »

 

Lo sfogo di un papà

30Ago
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Su FaceBook leggiamo:

Cari ragazzi, io non sono in depressione e anzi sono felicemente risposato con 2 meravigliose bambine. Vivrò altri cento anni ma un giorno dovrò morire. Bene quel giorno qualcuno mi anticiperà. Se non loro i loro figli. Se questa promessa la facesse qualche altro o se le centinaia di vittime di questi 17 anni lo avessero fatto, oggi saremmo qui a parlare di quanto è bello andare al parco con i nostri figli.  FAI A LORO QUELLO CHE HANNO FATTO A TE.  Solo con la legge del taglione possono capire e pagare per le loro porcate.  Hanno creato un criminale e come tale mi comporterò prima della morte”.

Secondo una interrogazione parlamentare, questo papà ed i suoi figli hanno subito gravi abusi: è stato falsamente accusato di violenza da una donna violenta: sulla base di queste accuse il sistema giudiziario ha lasciato in mano alla donna i bambini, che solo da maggiorenni hanno potuto tornare dal loro papà e raccontare la verità.

Questo papà vorrebbe solo giustizia.

È nostro dovere dissociarci dal suo sfogo; vorremmo aggiungere che bisogna aver fiducia e sempre lasciare ai magistrati il compito di fare giustizia, ma trattandosi di un padre separato italiano e dei suoi bambini, verrebbero considerate parole vuote.

Anzi, se non serviranno a nulla neanche la manifestazione di protesta del prossimo 5 Ottobre, e neanche il ricorso collettivo promosso da Adiantum presso la Corte Europea per i Diritti Umani contro l’Italia, paese già pluri-condannato, sarà ancora più difficile dire a questo papà che ha torto a considerare sciolto per grave inadempienza il contratto sociale in base al quale i cittadini rimettono allo Stato la gestione della giustizia.

Bandiere rosse e una valanga di privilegi. Ecco la nuova “casta” dei sindacalisti.

28Ago
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Con leggi e leggine si sono rita­gliati privilegi su privilegi. Una norma qui, un articolo là e tutto s’incastra al punto giusto.

I sinda­cati dovrebbero tutelare i lavora­tori, ma in realtà sono, come ha in­­titolato un suo libro il giornalista dell’ Espresso Stefano Livadiotti, l’altra casta.

 

Una nomenklatura che spesso si sovrappone e si con­fonde con quell­a ospitata sui ban­chi di Palazzo Madama e Monteci­torio.

Nella scorsa legislatura 53 deputati e 27 senatori, per un tota­le di 80 parlamentari, provenivano dalla Triplice. Secondo Livadiotti costituiscono il terzo gruppo par­lamentare, insomma formano una lobby agguerrita quanto se non più di quella degli avvocati.

E nel tempo hanno strutturato un si­stema di potere studiato fin nei dettagli.

Non che non abbiano me­riti storici impo­rtantissimi nell’af­francamento di milioni di italiani, ma col tempo i sindacati hanno cambiato pelle. E anima.

Basti dire che i rappresentanti dei lavoratori hanno un patrimo­nio immobiliare immenso, ma non pagano un euro di Ici.

Si fa un gran parlare di questi tempi delle sanzioni di cui gode la Chiesa cat­tolica ma i sindacati non versano un centesimo. Altro che santa eva­sione.

Il lucchetto è stato fabbrica­to col decreto legislativo numero 504 del 30 dicembre 1992, in pie­no governo Amato.

Con quella tro­vata, i beni sono stati messi in sicu­rezza: lo Stato non può chiedere un centesimo. Peccato, perché non si tratterebbe di spiccioli.

Per capirci la Cgil dice di avere 3mila sedi in giro per l’Italia. È una sorta di autocertificazione perché, al­tra prerogativa ad personam , i sin­dacati non sono tenuti a presenta­re i loro bilanci consolidati.

Sfug­gono ad un’accurata radiografia e non offrono trasparenza, una mer­ce che invece richiedono punti­gliosamente agli imprenditori. Dunque, la Cgil dispone di un al­bero con 3mila foglie ma la Cisl fa anche meglio: 5mila sedi. Uno sproposito.

E la Uil, per quel che se ne sa, ha concentrato le sue pro­prietà nella pancia di una spa, la Labour Uil, che possiede immobi­li per 35 milioni di euro. Lo Stato che passa al pettine le ricchezze dei contribuenti non osa avvici­narsi a questi beni.

Il motivo? La legge equipara i sindacati, e in ve­rità pure i partiti, alle Onlus, le or­ganizzazioni non lucrative di utili­tà sociale.

Dunque la Triplice sta sullo stesso piano degli enti che raccolgono fondi contro questa o quella malattia e s’impegnano per qualche nobile causa sociale. Insomma, niente tasse e map­pe s­fuocate perché in questa mate­ria gli obblighi non esistono.

E pe­rò lo Stato ha alzato un altro ponte levatoio collegando il passato al presente con un balzo vertigino­so. Risultato: le principali sigle hanno ereditato le sedi dei sinda­cati di epoca fascista.

Gli immobi­li del Ventennio sono stati asse­gnati a Cgil, Cisl Uil, Cisnal (l’at­tuale Ugl) e Cida (Confederazio­ne dei dirigenti d’azienda).

Senza tasse, va da sé, come indica un’al­tra norma: la 902 del 1977.

Leggi e leggine.

Così un testo ad hoc , questa volta del 1991, permet­te alle associazioni riconosciute dal Cnel di poter creare i centri di assistenza fiscale.

I mitici Caf. Qui i lavoratori ricevono assistenza prima di compilare la dichiarazio­ne dei redditi. Attenzione: la con­sulenza è gratuita perché, ancora una volta, è lo Stato a metterci la faccia e ad allungare la mano. Per ogni pratica compilata lo Stato versa un compenso.

È un busi­ness che vale (secondo dati del 2007) 330 milioni di euro. Soldi e un trattamento di lusso.

Altro capitolo, altro scivolo, altro privilegio: quello dei patronati.

Ogni sindacato ha il suo. Il moti­vo? Tutelare i cittadini nel rappor­to con gli enti previdenziali. Co­me i Caf, ma sul versante pensio­nati. Questa volta la legge è la 152 del 2001.

Lo Stato assegna ai patro­nati lo 0,226 dei contributi obbli­gatori incassati dall’Inps, dal­l’Inpdap e dall’Inail. Altri trecen­to e passa milioni che servono per far cassa. E per tenere in piedi la baracca.

Le stime, in assenza di bi­lanci, sono approssimative ma i sindacati mantengono un appara­to di prima grandezza e hanno cir­ca 20mila dipendenti.

Sono i nu­meri di una multinazionale che però si comporta come un’azien­dina con meno di 15 dipendenti. Altrove, vedi lo Statuto dei lavo­­ratori, le tute blu sono tutelate tan­t’è che Berlusconi a suo tempo aveva provato, invano, ad aprire una breccia proponendo la can­cellazione dell’articolo 18.

Ma dal­le parti della Triplice valgono al­tre regole, diciamo così, più libe­ral o, se si vuole, meno restrittive.

Un’altra leggina, questa volta del 1990, offre a Cgil, Cisl, Uil la possi­bilità di mandare a casa i dipen­denti senza tante questioni. In­somma, è la libertà di licenzia­mento.

Una bestemmia per gene­razioni di «difensori» degli ope­rai, dei contadini e degli impiega­ti. Ma non nel sancta sanctorum dei diritti. Due pesi e due misure.

Come sempre. O almeno spesso.

Per non smarrire le ragioni degli ultimi si sono trasformati nei pri­mi.

Creando appunto un’altra ca­sta.

Ora, la Cgil di Susanna Camus­so proclama lo sciopero generale per il 6 settembre e chiama a rac­colta milioni di uomini e donne. Un appello, legittimo, ci manche­rebbe. Ma per una volta i sindaca­ti farebbero bene a guardarsi allo specchio.

Forse, qualcuno non si riconoscerebbe più.

 

http://www.ilgiornale.it/interni/bandiere_rosse_e_privilegi_doro_ecco_casta_sindacalisti/27-08-2011/articolo-id=542235-page=0-comments=1

31Lug
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In ogni università americana le femministe hanno imposto una che prende soldi dal governo federale per proteggere le studentesse dai maschietti.  Secondo le statistiche delle femministe americane una studentessa su 4 verrebbe stuprata.  Il problema è che più denunce ci sono e più soldi arrivano, e si arriva a tali statistiche palesemente false ed assurde (nella realtà è una ogni 2000 circa).

La “protettrice delle studentesse” all’Università della California a Davis (una tranquilla cittadina agricola fra S. Francisco e Sacramento, nella foto il campus) è accusata di aver gonfiato in modo massivo le denunce, inventandosi negli ultimi anni 108 false denunce di offese sessuali.  Quindi forse 108 studenti sono stati vittime di calunnie femministe per arricchire una femminista.  E non si sa cosa abbia fatto nei 16 anni precedenti.

Su un totale di 3,168,923 dollari ricevuti dal governo federale, le accuse riguardano 540,336$ dollari dati alla società “FEMINIST MEDIA”, 25,000$ per una guida contro la violenza.

La donna è stata arrestata.

Gli americani riflettono: “è sorprendente che una femminista abbia falsamente gonfiato il numero di reati sessuali?”.

Fonti:

http://www.publicintegrity.org/blog/entry/1851/

http://www.bizjournals.com/sacramento/news/2010/12/09/former-uc-davis-violence-prevention.html

http://falserapesociety.blogspot.com/2010/11/yes-readers-colleges-have-institutional.html

«Una diabolica calunnia»: padre Fedele si difende

11Lug
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«Io quel peccato non l’ho mai neanche pensato. È una diabolica calunnia, ma perdono tutti perché sono un grande missionario». Quel peccato è lo stupro di una suora, Tania Alesci dell’ordine delle Francescane dei Poveri, per il quale Padre Fedele Bisceglia è stato condannato dal tribunale di Cosenza a nove anni e tre mesi. Lui si aspettava un’assoluzione completa e fuori dal Palazzo di Giustizia, mercoledì, è esploso con la veemenza di un predicatore di altri tempi, «alla Savonarola» come dice lui. Ha urlato la sua rabbia, dicendo a tutti – giudici, suore e preti – di vergognarsi e di pentirsi. Ora, invece, li perdona tutti perché si sente «forte come un leone e orgoglioso, anzi superbamente orgoglioso, di essere iscritto nel registro dei perseguitati», come Gesù e come gli apostoli.
L’unico suo peccato, dice, è stato quello di essere diventato «troppo forte» perché nella sua vita si è sempre schierato dalla parte dei più poveri. «Ho difeso i bambini rom, gli ammalati, gli orfani. Sono diventato troppo forte e per questo mi hanno accusato con questa diabolica calunnia. E non hanno scelto una laica, ma una povera suora disperata, piena di problemi. Ma io la perdono. Perdono tutti». Padre Fedele trova la forza del perdono nella fede e il coraggio di andare avanti nell’esempio di Gesù: «Ringrazio il Signore, che mi ha dato un grande spirito di sopportazione e seguo Gesù, che è stato venduto da un apostolo, abbandonato da tutti e messo in croce. Gesù ha detto: “Vi porteranno in tribunale e mentendo diranno ogni sorta di male. Godete ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Io seguo questo Cristo».
La sua, dice, è una battaglia non per provare la sua innocenza, ma per «la conversione della suora» che lo ha accusato. «È stato un complotto in seno alla Chiesa che sta dietro questa colossale, blasfema calunnia perché ho difeso l’Istituto Papa Giovanni, dove c’erano 365 malati di mente, e i bambini rom, che erano stati allontanati dalle mamme. Forse ho pestato i piedi a qualcuno. Credo che dietro a questa condanna ci siano anche motivi politici». Nella confessione di suor Tania, dice Padre Fedele, ci sono troppe incongruenze: «Sa quante volte ha cambiato l’ora e il giorno dei presunti stupri? Ma com’è possibile che una donna non si ricordi il giorno in cui è stata stuprata? E poi tre sarebbe anche stati stupri di gruppo».

Per lui quei nove anni e tre mesi del tribunale di Cosenza, una condanna superiore a quella chiesta dal pm, sono «la conferma che esiste un complotto». «Nove anni non li danno nemmeno a chi commette un omicidio – dice rivolgendosi direttamente al magistrato – e allora dall’alto della mia innocenza dico che sei ignorante o cattivo. Se non sei riuscito a capire che sono innocente, vuol dire che sei un magistrato incosciente, che non riesci a decifrare oppure c’è cattiveria anche da parte tua».

Dal 6 luglio, giorno della condanna, tutte le mattine Padre Fedele si reca in tribunale a depositare sulle gradinate un mazzo di crisantemi con una scritta: “6/7/2011 Festa della martire Santa Maria Goretti. Avete ucciso la giustizia a Cosenza. Ve lo ricorderò finché vivrò. Padre Fedele Bisceglia, medico missionario”. Per la Chiesa Padre Bisceglia non è più né frate né missionario. Il suo è stato un lungo calvario, processuale ed umano, che non è ancora finito. La prima ordinanza di custodia cautelare è stata firmata il 23 gennaio 2006. Sono seguiti nove giorni di carcere, cinque mesi ai domiciliari, un esilio in Corsica, un’altra residenza coatta e poi Padre Fedele viene spedito dai parenti a Cosenza. La Chiesa, invece, un mese dopo l’ordinanza lo sospende dall’ordine, ma è un provvedimento temporaneo e Padre Fedele può ancora dire messa. L’espulsione arriva a luglio del 2006 sotto forma d’invito da parte del padre generale ad uscire dall’ordine. Padre Fedele non ha scelta, la Chiesa ha emesso il suo verdetto, ma non per questo lui si sente meno frate, meno missionario, meno vicino a chi soffre. Tre anni fa ha aperto un altro centro, “Il paradiso dei poveri”, dove accoglie donne e bambini maltrattati, continua a portare il saio – ce l’aveva anche in tribunale – «ma senza cappuccio» e a camminare scalzo, anche d’inverno. È questa la sua vocazione, con o senza il sigillo della Chiesa, perché questa vita Padre Fedele l’ha scelta. «Ho quasi fatto morire di crepacuore mio padre quando gli ho detto che preferivo l’Africa e le missioni alla vita di parrocchia. Sarei potuto rimanere a Toronto a dir messa, ma a me la vita agiata non è mai piaciuta». Però Toronto ce l’ha ancora nel cuore. È qui che vive la sua famiglia – «ho più di mille parenti stretti in Canada» – e sarebbe voluto tornare, ma non così, non con una condanna sulle spalle. «Tornerò quando avranno riconosciuto la mia innocenza. Quando mi avranno assolto perché prima o poi succederà». Intanto, però, si rivolge a tutti i cattolici di Toronto e gli chiede di pregare «per la conversione di suor Tania» e di essere orgogliosi «di questo missionario che ha dato la vita».  Entro tre mesi saranno depositate le motivazioni della condanna, poi, dice Padre Fedele «si andrà in appello». Gli avvocati faranno la loro parte, lui la sua: «Voglio tentare di convertire la suora. Invitarla ad avere il coraggio di dire chi c’è dietro».
«Sono un leone», dice, forte anche dell’appoggio che gli sta dando la sua Cosenza. «Non posso camminare per strada perché mi saltano letteralmente addosso. La città è tutta con me perché ha capito, perché mi conoscono. Non sono un prete di sagrestia, sono un frate brioso, mi piace andare allo stadio, ho tre lauree, sono un medico, ho fatto tante opere in Africa e la gente queste cose le sa. Avrei potuto sposarmi, ma se ho scelto questa vita è perché credo nei valori cristiani. E mai come in questo momento mi sono sentito forte».

Fonte: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=110254&page=1

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