«Una diabolica calunnia»: padre Fedele si difende

11Lug
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«Io quel peccato non l’ho mai neanche pensato. È una diabolica calunnia, ma perdono tutti perché sono un grande missionario». Quel peccato è lo stupro di una suora, Tania Alesci dell’ordine delle Francescane dei Poveri, per il quale Padre Fedele Bisceglia è stato condannato dal tribunale di Cosenza a nove anni e tre mesi. Lui si aspettava un’assoluzione completa e fuori dal Palazzo di Giustizia, mercoledì, è esploso con la veemenza di un predicatore di altri tempi, «alla Savonarola» come dice lui. Ha urlato la sua rabbia, dicendo a tutti – giudici, suore e preti – di vergognarsi e di pentirsi. Ora, invece, li perdona tutti perché si sente «forte come un leone e orgoglioso, anzi superbamente orgoglioso, di essere iscritto nel registro dei perseguitati», come Gesù e come gli apostoli.
L’unico suo peccato, dice, è stato quello di essere diventato «troppo forte» perché nella sua vita si è sempre schierato dalla parte dei più poveri. «Ho difeso i bambini rom, gli ammalati, gli orfani. Sono diventato troppo forte e per questo mi hanno accusato con questa diabolica calunnia. E non hanno scelto una laica, ma una povera suora disperata, piena di problemi. Ma io la perdono. Perdono tutti». Padre Fedele trova la forza del perdono nella fede e il coraggio di andare avanti nell’esempio di Gesù: «Ringrazio il Signore, che mi ha dato un grande spirito di sopportazione e seguo Gesù, che è stato venduto da un apostolo, abbandonato da tutti e messo in croce. Gesù ha detto: “Vi porteranno in tribunale e mentendo diranno ogni sorta di male. Godete ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Io seguo questo Cristo».
La sua, dice, è una battaglia non per provare la sua innocenza, ma per «la conversione della suora» che lo ha accusato. «È stato un complotto in seno alla Chiesa che sta dietro questa colossale, blasfema calunnia perché ho difeso l’Istituto Papa Giovanni, dove c’erano 365 malati di mente, e i bambini rom, che erano stati allontanati dalle mamme. Forse ho pestato i piedi a qualcuno. Credo che dietro a questa condanna ci siano anche motivi politici». Nella confessione di suor Tania, dice Padre Fedele, ci sono troppe incongruenze: «Sa quante volte ha cambiato l’ora e il giorno dei presunti stupri? Ma com’è possibile che una donna non si ricordi il giorno in cui è stata stuprata? E poi tre sarebbe anche stati stupri di gruppo».

Per lui quei nove anni e tre mesi del tribunale di Cosenza, una condanna superiore a quella chiesta dal pm, sono «la conferma che esiste un complotto». «Nove anni non li danno nemmeno a chi commette un omicidio – dice rivolgendosi direttamente al magistrato – e allora dall’alto della mia innocenza dico che sei ignorante o cattivo. Se non sei riuscito a capire che sono innocente, vuol dire che sei un magistrato incosciente, che non riesci a decifrare oppure c’è cattiveria anche da parte tua».

Dal 6 luglio, giorno della condanna, tutte le mattine Padre Fedele si reca in tribunale a depositare sulle gradinate un mazzo di crisantemi con una scritta: “6/7/2011 Festa della martire Santa Maria Goretti. Avete ucciso la giustizia a Cosenza. Ve lo ricorderò finché vivrò. Padre Fedele Bisceglia, medico missionario”. Per la Chiesa Padre Bisceglia non è più né frate né missionario. Il suo è stato un lungo calvario, processuale ed umano, che non è ancora finito. La prima ordinanza di custodia cautelare è stata firmata il 23 gennaio 2006. Sono seguiti nove giorni di carcere, cinque mesi ai domiciliari, un esilio in Corsica, un’altra residenza coatta e poi Padre Fedele viene spedito dai parenti a Cosenza. La Chiesa, invece, un mese dopo l’ordinanza lo sospende dall’ordine, ma è un provvedimento temporaneo e Padre Fedele può ancora dire messa. L’espulsione arriva a luglio del 2006 sotto forma d’invito da parte del padre generale ad uscire dall’ordine. Padre Fedele non ha scelta, la Chiesa ha emesso il suo verdetto, ma non per questo lui si sente meno frate, meno missionario, meno vicino a chi soffre. Tre anni fa ha aperto un altro centro, “Il paradiso dei poveri”, dove accoglie donne e bambini maltrattati, continua a portare il saio – ce l’aveva anche in tribunale – «ma senza cappuccio» e a camminare scalzo, anche d’inverno. È questa la sua vocazione, con o senza il sigillo della Chiesa, perché questa vita Padre Fedele l’ha scelta. «Ho quasi fatto morire di crepacuore mio padre quando gli ho detto che preferivo l’Africa e le missioni alla vita di parrocchia. Sarei potuto rimanere a Toronto a dir messa, ma a me la vita agiata non è mai piaciuta». Però Toronto ce l’ha ancora nel cuore. È qui che vive la sua famiglia – «ho più di mille parenti stretti in Canada» – e sarebbe voluto tornare, ma non così, non con una condanna sulle spalle. «Tornerò quando avranno riconosciuto la mia innocenza. Quando mi avranno assolto perché prima o poi succederà». Intanto, però, si rivolge a tutti i cattolici di Toronto e gli chiede di pregare «per la conversione di suor Tania» e di essere orgogliosi «di questo missionario che ha dato la vita».  Entro tre mesi saranno depositate le motivazioni della condanna, poi, dice Padre Fedele «si andrà in appello». Gli avvocati faranno la loro parte, lui la sua: «Voglio tentare di convertire la suora. Invitarla ad avere il coraggio di dire chi c’è dietro».
«Sono un leone», dice, forte anche dell’appoggio che gli sta dando la sua Cosenza. «Non posso camminare per strada perché mi saltano letteralmente addosso. La città è tutta con me perché ha capito, perché mi conoscono. Non sono un prete di sagrestia, sono un frate brioso, mi piace andare allo stadio, ho tre lauree, sono un medico, ho fatto tante opere in Africa e la gente queste cose le sa. Avrei potuto sposarmi, ma se ho scelto questa vita è perché credo nei valori cristiani. E mai come in questo momento mi sono sentito forte».

Fonte: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=110254&page=1

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