Norma
chiede perdono dopo aborti, droga, alcool, femminismo, false accuse
La donna simbolo dell’aborto
denuncia come le femministe la hanno usata, e confessa di non essere mai
stata stuprata: «La legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia… Spiegavo alle clienti che non era un bambino ma solo
“una mestruazione mancata“… poi quando andavo nella cella frigorifera e vedevo
i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in una
giara, tornavo a casa e mi ubriacavo. .. Un giorno una ragazza alzò la testa,
vide il piedino del bimbo e si mise a urlare. Dovetti dirle che si sbagliava… non ce la facevo più. Durante una Messa
caddi in ginocchio e chiesi perdono a Dio per tutto quello che avevo fatto».».
* * *
Il 22
gennaio del 1973 la Corte suprema americana aveva pronunciato la sentenza a
favore una giovane donna incinta. Sostenuta da un nugolo di ambiziosi avvocati,
Jane Roe (uno pseudonimo) aveva fatto causa a un
giudice texano per legalizzare l´aborto. La sua battaglia era arrivata fino a
Washington, e il caso «Roe versus Wade»
aveva trasformato la storia sociale e politica americana, legalizzando
l´interruzione di gravidanza.
Trent´anni
fa Jane Roe era stata tenuta nascosta ai media, che
inutilmente avevano cercato di scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo
con cui una donna sola aveva osato sfidare le più alte sfere governative. Oggi,
invece, uscirà allo scoperto con il suo vero nome: Norma McCorvey.
Tornerà alla Corte suprema, ancora seguita da un nugolo di avvocati e dal
carosello dei media, per cambiare di nuovo la storia.
La nuova
mozione, «McCorvey versus Hill», adesso vuole far
vietare l´aborto, elencandone tutti gli aspetti negativi ignorati trent´anni
fa. L´annuncio verrà dato due giorni prima dell´inaugurazione del secondo
quadriennio di un´amministrazione repubblicana che, su questo tema difficile,
ha scelto un basso profilo, ma che non potrà ignorare l´appello di questa
signora dalle idee ben chiare.
«Da
quell´infelice giorno del 1973, 45 milioni di famiglie americane sono state
toccate dall´aborto», ci ha detto Norma McCorvey. «Le
conseguenze psicologiche, per le
donne, sono sempre devastanti, e poi di questa
pratica, in America, ancora si muore», ha proseguito questa donna sulla
sessantina dal vivace accento texano, capelli rossissimi e un sorriso da nonna.
«Oggi
sappiamo molto di più sulle interruzioni di gravidanza. Il mondo cambia,
cambiamo anche noi e mettiamo fine a questo straziante olocausto nazionale»,
dichiara. «Io sono cambiata profondamente: ho trovato Dio, che mi ha regalato
il dono della fede». Dopo una vita devastata da droghe, alcol e vizi, l´8
agosto del 1995 Norma McCorvey si è fatta
battezzare immergendosi in una piscina texana; è diventata anche lei, come
milioni di americani, una cristiana rinata. C´erano i fotografi e le
televisioni, c´erano i picchetti dei «pro choice»
(favorevoli all´autodecisione della madre), che l´hanno definita una
traditrice.
«Ma è ora
che si sappia veramente la mia storia», spiega la McCorvey
con una nota di sarcasmo. «Sono un personaggio scomodo, lo so, ma lo sono sempre
stata». Nel 1973 «Jane Roe» non aveva abortito:
mentre la sua avvocatessa, Sarah Weddington, portava
avanti la battaglia legale, lei aveva messo al mondo una bimba e l´aveva
data in adozione. Simbolo per oltre trent´anni di tutte le speranze
femministe, fiore all´occhiello del Partito democratico, regina del movimento
«pro choice», aveva cercato di interrompere la
maternità, ma alla sua legale serviva una donna gravida. «Se avessi avuto un
aborto fuorilegge, come aveva fatto in Messico la mia avvocatessa Sarah,
sarebbe tutto finito nel nulla. Avevano bisogno della gravidanza per portare
avanti la mozione».
«Jane Roe» era solo una ragazza spaventata, con un passato
difficile. «La nonna si era guadagnata da vivere facendo la prostituta; poi,
invecchiando, leggendo i tarocchi. Mia madre era cattolica, il papà era un
testimone di Geova che riparava televisori. Io sono una mezzo sangue Cherokee e
Cajun, non ho mai finito le scuole medie. Ho vissuto
per trent´anni da alcolizzata, fra droga e rapporti omosessuali».
Ha avuto tre
figlie e sono state tutte adottate. «Mentre aspettavo la prima, mio marito mi
ha picchiata a sangue, accusandomi di essere incinta di un altro. Poi la mamma
me l´ha portata via quando le ho confessato di essere lesbica». La seconda
volta, quando si è svegliata in sala operatoria, la neonata era sparita. «E la
terza l´infermiera, per sbaglio, ha aperto la porta con in braccio la mia
piccola. Quando se ne è accorta ha richiuso di scatto, ma l´avevo già vista.
Quella bambina mi aveva spinto a cambiare la storia».
Quasi per
caso: appena aveva scoperto di essere in stato interessante, la McCorvey si era recata a Dallas da un avvocato che si
occupava di adozioni, e questi l´aveva messa in contatto con Sarah Weddington, il legale che avrebbe preparato la mozione per
la Corte suprema.
«Credevo che
volesse far legalizzare l´aborto nel Texas», ha spiegato la McCorvey.
«Invece mi trasformò in “Jane Roe”. Una volta
inserito il mio nome sulla mozione non ebbe più bisogno di me: Sarah mi promise
di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi
abbandonò».
Scoprì che «Roe vs. Wade» era stato approvato
leggendo i giornali. Erano passati anni. «Chiamai Connie,
la mia compagna, e le dissi: “Sai, sono io Jane Roe”.
Scoppiò a ridere ma qualcosa nel mio silenzio la convinse».
«Jane Roe» era un personaggio scomodo per il movimento
femminista, che ormai aveva preso in mano le redini dell´aborto: «Ero
ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo
delle giovani laureate di Vassar e di Harvard, che
durante una marcia per l´aborto, a Washington, mi tennero nascosta tra la
folla. Scandivano il nome di “Jane Roe” ma
preferivano restassi nella retroguardia».
Nel 1989 fu
scoperta da un´avvocatessa californiana, Gloria Allred,
che la portò a vivere in California e fece di lei una star dei media. «La rete
televisiva Nbc girò una miniserie sulla mia storia
con l´attrice Holly Hunter. Sarah Weddington ebbe
un contratto di consulente, io non vidi un centesimo».
Passò da un´intervista
all´altra: era l´eroina del movimento per la libertà di scelta, e una notte
qualcuno cercò di ucciderla. «Mi svegliai di soprassalto mentre qualcuno su un
camion crivellava di colpi la casa. Connie e io ci
terrorizzammo ma il movimento pro choice aveva ancora
bisogno di me». Quando David Souter fu nominato alla
Corte suprema venne invitata a parlare accanto ai grossi nomi del movimento
femminista: Kate Michelman, Faye
Wattleton, Eleanor Smeal. «Fu quest´ultima che, a cena, mi rimproverò di aver
messo i gomiti sul tavolo. “Non è da lady”, disse. Al che risposi: “Ma non
siamo femministe? E ci preoccupiamo di fare le lady?”. Il senatore Jeseph Biden mi chiese chi fossi.
Risposi che ero Norma McCorvey, cioè Jane Roe. La famosa Jane Roe. “Anche
se le altre credono di esserlo, in realtà sono io”. Biden
rimase a guardarmi con gli occhi spalancati, ma ero stanca di sentirmi dire che
il movimento aveva scelto male. Certo non avevo le loro lauree e la loro
classe, ma diventai così scomoda che nel 1993 non fui neanche invitata alla
Casa Bianca dal presidente Clinton, per i festeggiamenti del ventennale di “Roe vs. Wade”».
Per anni la McCorvey è vissuta di piccoli espedienti con la compagna, Connie, finché non le fu offerto di aprire una clinica per
gli aborti col nome di “Jane Roe”. «Accettai, ma era
una bugia: in cambio di sei dollari l´ora divenni la segretaria, la tuttofare:
prendevo appuntamenti, spiegavo alle clienti che non era un bambino ma solo
“una mestruazione mancata“.
Spesso
mentivamo sulla durata della gravidanza perché oltre le dieci settimane le
pazienti dovevano pagare il doppio. Poi quando andavo nella cella frigorifera e
vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in
una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo».
Il 31 marzo
del 1995 i «pro life» di Operation Rescue affittarono
l´ufficio accanto alla clinica di Dallas, e la sua vita diventò un inferno
«Marciavano davanti alle mie finestre con slogan come “L´aborto ferma un cuore
che batte”, “L´aborto è l´olocausto americano”, «È un figlio non una scelta”:
la corazza cominciò a sgretolarsi. Nella clinica c´era un medico, Arnie, che
faceva gli interventi a piedi scalzi. Fino al 1997 le nostre cliniche erano
meno regolate del laboratorio di un veterinario. Da noi si poteva fumare anche
in sala operatoria. Ero io a tenere la mano delle donne. Quando piangevano
dicevo solo: “Tesoro, è logico che tu pianga, ti abbiamo dato una potente
iniezione di Valium”».
Facevano
aborti anche nel secondo trimestre di gravidanza. Un giorno una ragazza alzò
la testa, vide il piedino del bimbo e si mise a urlare. «Dovetti dirle che si
sbagliava, ma mentre stava pagando mi puntò gli occhi arrossati in faccia: “Lo
sa benissimo cos´ho visto. Mi avevate detto che non era ancora un bimbo”. Non
ce la facevo più».
Un giorno un
volontario del movimento per la vita le urlò per strada: «Norma, ma hai mai
avuto un aborto?». «Entrai in sala operatoria, mi stesi sul lettino, misi le
gambe sui cavalletti. Mi immedesimai nelle migliaia di ragazze che vi passavano
ogni mese. Scoppiai a piangere. Mi trascinai fino a casa e chiamai il pusher,
volevo della coca. “Norma, hai detto che volevi smettere”, mi disse. “Non te la
vendo più”. Feci amicizia coi miei “vicini” del movimento per la vita: erano
sereni, dedicati, vivevano per i precetti del cristianesimo».
C´era una
donna, Ronda Mackey, che lavorava per Operation Rescue: erano su fronti opposti ma divennero
amiche. Aveva una figlia, Elisabeth, di sette anni. «La invitai a giocare nel
mio ufficio, in clinica. Lei mi chiese di andare con loro in chiesa. Durante
una Messa caddi in ginocchio e chiesi perdono a Dio per tutto quello che avevo
fatto».
Norma McCorvey adesso tornerà nel carosello dei media per
convincere gli americani che l´aborto è omicidio. Visto il momento politico e la
grande evangelizzazione di molti Stati, una possibilità esiste. Lei vive solo
per quello.
«Una
delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di
essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda. Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che
gli americani sarebbero certo stati a favore dell´interruzione di gravidanza
per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso
milioni di vite era nata da una bugia».
Fonte:
Il Giornale 17.1.2005, Paladina dell´aborto fa causa agli Usa per
abolire l´aborto